Uccidere per privare qualcuno della propria felicità. Sicuramente é un movente insolito, che sembra quasi uscito da un romanzo, ma purtroppo questa non é invenzione, questo é il motivo che ha spinto Said Machaouat ad uccidere, il 23 febbraio scorso, Stefano Leo, un ragazzo sfortunato, che si é trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma perché parlare proprio di questo omicidio? Di omicidi, tentati omicidi se ne vedono ogni giorno, per i motivi più disparati, quindi questa vicenda potrebbe tranquillamente essere accantonata insieme alle altre, ma la cosa che rende questo delitto completamente diverso, quasi unico dagli altri e che necessita di spiegazione é sicuramente il movente. Cosa ha spinto Said Machaouat a commettere un reato così grave? La felicità, quella che a lui mancava.

L’assassino, da tempo depresso e seguito dai servizi sociali, ha affermato: “L’ho ucciso perché aveva un’aria felice. L’ho scelto perché appariva felice (…) Volevo uccidere un ragazzo come me, sottrarlo alla sua famiglia e togliergli tutte le promesse di felicità”. Queste sono solo due delle motivazioni date agli inquirenti dal ventisettenne. 

Ma come può una persona seppur invidiosa o desiderosa della felicità altrui, arrivare ad ammazzare? Questo caso di omicidio può essere tanto complicato quanto banale, talmente banale che anche gli stessi inquirenti al momento della testimonianza pensavano si trattasse di un mitomane.

COME FUNZIONA LA MENTE DI UN CRIMINALE?

Per capire cosa abbia spinto questa persona d uccidere é bene capire che la mente criminale non sempre é scrupolosa, non dobbiamo pensare all’omicida come quelli che si vedono nei film o nelle serie tv poliziesche. Il criminale non sempre si attacca a motivazioni preesistenti per compiere un omicidio, né pensa tutto nei minimi dettagli, studiando ogni singola cosa, assicurandosi di non venir mai scoperto; nella maggior parte dei casi, semplicemente, improvvisa, lasciandosi trasportare dalle emozioni e dal suo stato psicofisico, che, in questo caso, si é mostrato “contaminato” da una forte depressione che, nella panoramica dell’omicidio ha giocato un ruolo cruciale. Ebbene, la mente di un soggetto deviante, nella maggior parte dei casi, ancor prima di commettere un crimine, non é mai lucida o “sana” ma altamente vulnerabile e condizionabile da tutta una serie di fattori, sia esterni che interni al soggetto e tutto questo fa sì che il soggetto agisca in preda a raptus, impulsi molto violenti che portano il soggetto ad episodi di parossismo che possono sfociare in violenza e che, nella maggior parte dei casi, fanno perdere momentaneamente la capacità di intendere e di volere. Al momento dei fatti il criminale è fuori di se, sa cosa sta facendo ma in quel momento non si rende conto, accecato dalle emozioni fa semplicemente quello che si sente di fare in quel momento; ed é questo, a grandi linee, quello che ha fatto Said Machaouat al povero Stefano.

Le indagini sono ancora aperte, si vuole fare ancor più chiarezza, nonostante si possa dire che il caso ormai abbia trovato un epilogo. Sperando che oltre la chiarezza sia fatta anche giustizia per questo ragazzo.

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