“Qualcuno volò sul nido del cuculo” e atterrò sugli “Eroici furori” di Giordano Bruno

Jack Nicholson tira fuori l’ennesima incredibile prova d’attore in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, entra in manicomio e si immedesima a tal punto da diventare Giordano Bruno.

Si torna indietro nel tempo, negli anni ’70, con un film che non può essere definito altro che tragico. Tragico sì, ma bellissimo. Si tratta di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Uno strepitoso Jack Nicholson nei panni di un delinquente ricercato si finge matto per sfuggire al carcere. Fa il suo ingresso in manicomio e subisce una vera e propria trasformazione, ma che dico, una reincarnazione. Torna in vita lui, Giordano Bruno, il rivoluzionario, il folle per eccellenza. Lo ritroveremo in uno dei suoi picchi di genialità più celebri, il mito di Atteone, raccontato nei suoi Eroici furori. Un nome, un programma. Se seguiamo il filo rosso di queste due storie concepite epoche diametralmente opposte possiamo fare un viaggio meraviglioso nel concetto di follia e nel suo appassionato valore conoscitivo.

Jack Nicholson si sacrifica come matto

Il nostro protagonista, come abbiamo detto, per sfuggire alla galera giustamente fa quello che avremmo fatto tutti. Si finge matto, si fa rinchiudere in un manicomio e, anche se tutti gli psichiatri che lo hanno visitato si sono accorti che con un matto lui non c’entra proprio niente, le combina di tutti i colori pur di rimanerci dentro. Insomma, alla fine lui pazzo ci diventa in qualche modo, e per di più volutamente. Diventa letteralmente il leader di tutti i pazienti della casa di cura. Li fa evadere per una “gita domenicale” portandoli a pescare con una barca rubata, organizza durante la notte un festino strabordante di alcol, e così via. Diventa un vero e proprio idolo di tutti i matti del manicomio, il loro migliore amico, una sorta di salvatore. Jack Nicholson compie una magia. Non solo si finge pazzo, ma lo diventa, ma soprattutto non si limita a una comunicazione compassionevole con i pazienti del manicomio, anzi comincia a pensare come loro, a sentirli, a far parte della loro categoria, da dentro. E lo fa fino alla morte, fino a quando la sua presenza così scomoda per le autorità non fa sì che venga definitivamente fatto fuori da una lobotomia terrificante e drammatica. È avvenuta la trasformazione, è tornato Giordano Bruno.

Atteone impazzisce e si fa filosofo

Ci spostiamo quindi agli Eroici furori del grande maestro Bruno, precisamente al momento in cui ci racconta il mito di Atteone. Quest’ultimo, durante una battuta di caccia, si ritrova, insieme ai propri cani, di fronte a una scena a dir poco strabiliante. La dea Diana, stanca di cacciare, si riposava e si lavava il corpo in tutta la sua nudità, stando attenta a non farsi vedere da nessuno. Atteone trattiene il fiato per non farsi sentire, scena da film. Ma attenzione, Diana lo sgama proprio sul più bello, si arrabbia come una iena. La tensione è palpabile. Momento di silenzio. I due si guardano, lei si prende qualche secondo per decidere come farla pagare a questo pervertito guardone. Allora gli lancia in faccia una manciata d’acqua e lo trasforma in un cervo, in modo che non possa più parlare e perciò raccontare quella scena così erotica ed esclusiva. A quel punto però i cani di Atteone, non riconoscendolo, lo attaccano e lo sbranano come fosse una preda. Ma alla fine chi ci ha guadagnato in questa vicenda? Bruno risponde forte e chiaro.

La follia ci insegna a rincorrere la verità

Ci ha guadagnato Atteone. Ma perché? Diana non è solo la dea della caccia, lei è la caccia, lei è il bosco, è la flora e la fauna. Atteone è andato oltre, ha oltrepassato il limite della propria condizione umana, è entrato come un vero pazzo nella realtà divina di Diana. Adesso è un cervo, ed è morto, ma è diventato parte della natura, parte della foresta, di Diana stessa. Atteone è il folle, è il filosofo che rincorre la verità in modo appassionato e illimitato, che si sacrifica pur godere di questa verità. È questo che hanno in comune le nostre due storie. Il nostro delinquente, per vivere tranquillo in un branco di matti, finisce per sacrificarsi pur di essere un pazzo, fino in fondo, in nome della sua stessa passione, come Atteone per il proprio eros smisurato. Sta qui il doppio significato della follia, sta nel dolore e nella soddisfazione. Nel sacrificio e nel godimento. Smettere di essere uomo per vivere la verità. Dentro la verità.

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