Il Superuovo

Primo Maggio: a cinquant’anni dallo Statuto dei Lavoratori onoriamo questa Festa stando a casa

Primo Maggio: a cinquant’anni dallo Statuto dei Lavoratori onoriamo questa Festa stando a casa

Il Primo Maggio è da sempre il simbolo di una lotta perpetua per i diritti dei lavoratori. Oggi più che mai sentiamo il bisogno di riflettere sul tema del lavoro. 

 

Per ottanta centesimi! Angelo Morbelli, 1895 -97, olio su tela, Vercelli, Fondazione Museo Francesco Borgogna.

Mai come in questo momento ci rendiamo conto quanto sia vero che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro contribuisce non solo alla crescita individuale del cittadino, ma anche a quella sociale ed economica. Essere privati di un diritto così fondamentale da un giorno all’altro è sicuramente un’esperienza angosciante.

Lo Statuto dei Lavoratori compie cinquant’anni

L’attuale situazione ha messo in crisi il lavoro e l’economia e ha posto molte domande sulla sicurezza dei lavoratori, il pensiero va soprattutto ai medici e infermieri che hanno perso la vita. Ma, sebbene (a quanto pare) dovrebbe iniziare una fase in cui si ritornerà a lavorare con le dovute precauzioni, il Primo Maggio può essere un’occasione per guardare indietro e riflettere su tutto ciò che abbiamo fatto per avere i diritti che abbiamo oggi.  Le lotte e le conquiste, gli scioperi e le battaglie sono state fatte per raggiungere alcuni scopi, ma sopra di tutti c’era (e se vogliamo c’è ancora) l’obiettivo di far riconoscere la dignità del lavoratore. Il lavoratore deve rispettare molti doveri per poter compiere il proprio mestiere, ma in quanto uomo, donna, persona pensante è giusto che abbia i diritti fondamentali che gli spettano. Sembra un pensiero lineare e quasi banale ai giorni nostri, ma non è sempre stato così. Si è lottato molto perché venissero riconosciute otto ore lavorative obbligatorie, perché venisse riconosciuta una sicurezza sul lavoro e dei lavoratori anche attraverso un’attività di prevenzione, perché lo sfruttamento del lavoro minorile venisse abolito, perché nascesse una legge che proibisse di licenziare il lavoratore senza un valido motivo, e molte altre rispettabili motivazioni. Ed è così che oggi ricordiamo con onore che cinquanta anni fa, grazie a queste lotte, nacque lo Statuto dei Lavoratori.

 

Lavoratori in sciopero durante l’autunno caldo del 1969

Il Sessantotto

Uno dei periodi più caratteristici del secondo Novecento è sicuramente il periodo che va sotto il nome di “Sessantotto”. Tra gli anni Sessanta e Settanta infatti si sviluppò quello che viene ricordato come il più grande movimento giovanile nella storia. In Italia le proteste dei giovani studenti si unirono a quelle dei lavoratori, in particolare quelli della classe operaia. I giovani avevano capito che unendo le forze avrebbero lottato per un mondo più giusto, ma soprattutto avevano deciso di aiutare a dare voce a chi non ce l’aveva, vestendo i panni della futura classe dirigente. Nel libro “Formidabili quegli anni”, Mario Capanna racconta cosa avvenne in quei mesi di grandi cambiamenti, avendoli vissuti in prima persona.

“Noi osserviamo attentamente e ci accorgiamo che nelle fabbriche cresce la richiesta di democrazia e di egualitarismo, di controllo operaio sui processi produttivi, di rifiuto del predominio padronale nell’organizzazione del lavoro; nelle campagne i braccianti e i contadini reclamano nuovi diritti, contro il latifondo e le baronie.”

È un momento storico irripetibile: l’Italia aveva appena conosciuto il boom economico degli anni Cinquanta, la politica abbraccia ideali di sinistra con partiti storici come la DC e il PCI, la voce dei più grandi sindacati (CGL, CISL e UIL) si fa sentire più forte e tuonante che mai, i movimenti femministi prendono piede in tutto il Paese, ed è forte l’influenza musicale e culturale sia americana che orientale. Le università vengono occupate, e durante le assemblee si potevano sentire discorsi come questo:

“Stiamo combinando qualcosa di grosso, è bene che ce ne rendiamo conto appieno. […]  Le nostre gambe camminano insieme a quelle del contadino vietnamita e cinese, dell’operaio della Pirelli, dello studente americano, tedesco, francese, giapponese, brasiliano, messicano”.

 

Una manifestazione di operai e studenti

Molti obiettivi sono stati raggiunti, ma il più importante di tutti è quello che ci permette di continuare a dire la nostra quando crediamo sia necessario. Il diritto allo sciopero permette di dissentire, permette di farsi sentire. Ma sicuramente questa poesia di Gioconda Belli, scrittrice, giornalista e attivista del Nicaragua, spiegherà meglio di me cosa si intende per diritto allo sciopero.

Voglio uno sciopero dove incontrarci tutti.

Uno sciopero di braccia, di gambe, di capelli,
uno sciopero che nasca in ogni corpo.
Voglio uno sciopero
Di operai, di colombe
Di autisti, di fiori
Di tecnici, di bambini
Di medici, di donne.
Voglio un grande sciopero,
che arrivi sino all’amore.
Uno sciopero dove si fermi tutto,
l’orologio, le fabbriche
lo stabilimento, le scuole
l’autobus, gli ospedali
la strada, i porti.
Uno sciopero di occhi, di mani, di baci.
Un grande sciopero dove non sia permesso respirare,
uno sciopero dove nasca il silenzio
per ascoltare i passi
del tiranno che si allontana.

Lo sciopero nasce ancora prima che la legge lo legittimasse: con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica nel 1948 nasce anche il diritto allo sciopero. Evidentemente i malumori, gli sfruttamenti e le ingiustizie subite dai lavoratori andavano avanti già da troppo tempo, come dimostra il celeberrimo film di Charlie Chaplin “Tempi moderni” del 1936, o ancora prima “Metropolis” di Fritz Lang del 1927. Chaplin in chiave ironica e Lang mostrando un mondo distopico e fantascientifico, denunciano l’omologazione indotta dal capitalismo, le disuguaglianze e ingiustizie sociali, lo sfruttamento da parte dei padroni, ma contemporaneamente la speranza di un mondo nuovo e giusto.

Locandina del film “Tempi moderni”

Il Primo Maggio oggi

Ecco, in un giorno importante come questo, è difficile restare a casa e non scendere in piazza per manifestare la nostra gratitudine a chi ha combattuto per i nostri diritti. Ma neanche per gli operai, i contadini e lavoratori tutti, è stato facile disobbedire e lottare per un mondo migliore, anzi. Noi attraverso libri, film e poesie abbiamo la fortuna di fermare per un po’ il tempo, o meglio, di portarlo indietro e riflettere su tutto quello che è stato fatto e su quanto c’è ancora da fare. Non onoriamo questa festa trasgredendo le regole, ma dimostrando che la reclusione fisica non corrisponde anche alla chiusura mentale. Dimostriamo di non essere “another brick in the wall” come cantano i Pink Floyd, ma appunto che non abbiamo bisogno di chi controlli il nostro pensiero, perché qualcuno prima di noi ci ha dimostrato che abbiamo la dignità e la capacità di sapere cosa è giusto per noi. Oggi è giusto rispettare la salute nostra e degli altri, il concertone in piazza San Giovanni lo guarderemo in tv.

Non resta che augurare buon Primo Maggio a tutti!

Il Quarto Stato, Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1901, olio su tela, Museo del Novecento, Milano.

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