Prendere un cocktail con gli esistenzialisti e fare filosofia quotidiana

Quando due giovani filosofi innamorati, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, incontrano la Fenomenologia di Husserl, nasce l’esistenzialismo contemporaneo, attento all’essere nel mondo e al traffico con il quotidiano.

Più che una corrente unica, l’esistenzialismo è un’atmosfera culturale

Spesso di parla di esistenzialismo, in ambito filosofico, pensando a una corrente unitaria che ha i suoi temi centrali e i suoi alfieri. Eppure, l’organizzazione filologica e storica del pensiero continentale preferisce usare un termine più ampio e sfumato, filosofie dell’esistenza. Legata alla trattazione dell’esistenza, si può trovare una filosofia più attenta all’ambito umano e meno accademica, ma nondimeno dotta.

Il tema centrale e problematico del nostro passaggio su questa terra

Sotto l’ombrello semantico del termine, trovano posto quelle correnti culturali e filosofiche che hanno preso piede in Europa nella prima metà del Novecento (a cavallo delle due guerre mondiali per culminare negli anni ‘50) e tutte incentrate sul concetto di Esistenza come chiave per comprendere la differenza dell’uomo rispetto a tutto il resto del mondo e come via d’accesso alla riflessione. Emerge chiaro che si tratta di un coro polifonico di pensiero, con molte voci ad ampliare alcuni temi centrali che rimangono stabili. Permangono comunque diverse posizioni all’interno delle distinti correnti di pensiero. Il termine corretto dunque è clima culturale che per alcuni decenni ha sostenuto il pensiero europeo, lo stesso termine che potremmo usare per molti altri movimenti (dall’Umanesimo fino al Romanticismo, passando per Illuminismo e Positivismo). In certi casi, si arriva ad affermare che l’esistenzialismo sia uno stato d’animo, prima che un vero edificio culturale. In questo stato d’animo, ne emergono le cifre auree: un’accentuata sensibilità verso la finitudine dell’uomo, aggravata dai mortiferi eventi bellici, e una centralità sulle situazioni limite dell’uomo (nascita, morte, lotta, affermazione, ricerca di senso, sofferenza, responsabilità, scorrere del tempo), con risvolti e valutazioni di solito negative e pessimiste. Questi temi non sono certo una novità nel pensiero dell’Occidente, l’austero rimando di Eraclito alla profondità del logos dell’uomo e dell’universo, l’ironia socratica e il dovere verso il proprio afflato divino, la quieta ricerca della virtù degli stoici, l’indagine di Agostino sulla profondità dell’anima, la mistica medioevale, il mite scrutatore dell’interiorità da tinello, Montaigne, la poker facedi Pascal nella scommessa sul Divino, l’abisso della possibilità che angoscia Kierkegaard. Nei secoli, essere esistenzialista equivaleva a sentirsi (e venire) escluso, tacciato di fregole di rivolta e, addirittura, di piagnucoloso nichilismo. Eppure, l’Esistenzialismo da copertina ha un luogo e una data di nascita, almeno nella vulgata filosofica.

La vita è spesso presentata sospesa, incerta e problematica

Parigi, 1932: quel pomeriggio in cui anche Sartre si sentì impreparato

Verso la fine del 1932, due fidanzati erano soliti trascorrere il tempo libero in uno dei tanti viali gonfi di vento di Parigi. In Rue du Montparnasse, sedevano ai tavoli del caffè Bec-de-Gaz a bere cocktail all’albicocca maison. Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre per un tuffo nel passato da studenti (alla scuola Normale Superiore di Parigi) con Raymond Aron. Ai due amici, che stavano insegnando nella provincia francese, Aron racconta il suo incontro esplosivo con la filosofia berlinese. Basta costruzioni, assiomi, sistemi, trattati: occorre andare “alle cose stesse”, diceva Aron citando alla lettera Husserl che stava inventando un nuovo modo di vedere il mondo, la fenomenologia. Le questioni fondanti, racconta Aron, sono importanti ma vanno sospese, messe tra parentesi, rimandate, per concentrarsi con le uniche realtà con cui l’uomo viene in contatto, le cose. Sono gli enti a riempire il nostro sguardo con il mondo ed è con il loro contatto (il loro apparire) che dobbiamo fare i conti. Da qui, la scelta del termine, fenomenologia, intesa come ricerca sul modo con cui si danno (appaiono) alla coscienza umana le cose mondane. Se rivolgiamo l’attenzione alle cose, dice Aron a un 27enne, impallidito, Sartre, esse si riveleranno a noi. E quando parliamo di enti, parliamo di cose comuni, quotidiane, anche il cocktail all’albicocca che quasi finisce di traverso al già compassato, occhialuto, incurvato Jean-Paul. La filosofia francese dell’epoca si risolveva in un continuo inseguimento al sistema kantiano, avvitandosi su gnoseologia e metafisica. Tanti filosofi ne erano nauseati, Sartre più di tutti: stava incubando un pensiero di rottura, davvero inconcepibile per un giovane posato e serio come lui. Era impegnativo, velleitario, inutile. Occorreva una scossa. Si chiama Fenomenologia ed è così forte da portare Sartre ad acquistarne compulsivamente più testi possibile. Pur avendo letto Heidegger (il suo decisivo articolo “Che cos’è la metafisica?” era apparso a fianco di uno dei primi lavori pubblicati da Sartre, passando in secondo piano), solo grazie a quell’incontro i due capirono che era possibile praticare la filosofia, non solo studiarla. Anzi, la connessione con l’esperienza vissuta le poteva garantire una maggiore freschezza e un rinnovato mordente.

Il ritorno della filosofia nei tinelli, nelle strade, nei caffè 

Il 1933 non era certo l’anno migliore per trasferirsi nel cuore del Reich. Eppure, lasciata la sua classe a Le Havre, rinfrescati i sogni di grandezza (sentiva di esserne destinato, sin da piccolo), Sartre segue il vecchio compagno a Berlino. Dopo un anno di studi e letture, riuscì a portare per mano la Fenomenologia nella modernità, dandole quell’allure internazionale che solo un parigino (seppur poco flamboyant) poteva garantirle. Riscoprendo Kierkegaard, usando la sua grande penna narrativa (gli valse un Nobel mai ritirato), miscelò Husserl al cocktail, l’asettica ricerca fenomenologica ai veri fenomeni che si agitano nella vita degli uomini. Parlerà e quindi farà filosofia, di attesa, eccitazione, amore, caffè, musica, rivoluzione, vergogna, passeggiate, tagli di capelli e, ovviamente, sesso. Diventerà un sex symbol, manderà le donne in delirio, sarà il primo filosofo dal viso noto anche nei buoni salotti della chiacchiera e non solo nelle aule e nelle biblioteche. “L’esistenza precede l’essenza”. È la risposta di Sartre all’appello di Husserl di una maggiore aderenza alle cose, la sua personale versione della metafisica dell’oggetto (e non più dell’essere) che chiedeva Heidegger stesso, per sua ammissione il numero 2 della Fenomenologia. Ovvero, l’uomo prima di tutto esiste, si trova in un mondo (non per scelta, ma perché vi è gettato) in cui è costretto a trovare significati che non possono arrivare dagli oggetti o dagli altri. Al massimo, c’è un orizzonte tradizionale e precostituito in cui muoversi, ma l’uomo è solo di fronte al mondo, è libero di rivestirlo di qualsiasi veste. Questa libertà è costitutiva dell’uomo. Coincide con la nostra radice umana. È la sua risorsa più grande e sarà la sua croce. Con la mia libertà, mi costruisco e precedo sempre con la mia scelta il mio mondo sempre compromesso da me. “Tu sei libero, cioè inventa”, disse a un allievo che duellava con enorme dilemma etico. All’uomo che passeggia suo malgrado su questa terra (in cui sarà felice e triste, amerà e odierò, fino alla sua morte) è data la modificazione magica del mondo. La Coscienza ha la potenza di annullare i significati dati dal mondo e può rivestire liberamente rivestire l’essere in sé (il dato) di qualsiasi significato, come detto, senza limite logico o cronologico.

Lo sguardo problematico sul mondo abbraccia ogni aspetto fenomenico

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