I Populisti attaccano: “La cultura araba annienterà la nostra”. I pensatori del XIII secolo rispondono

I populisti esprimono la paura che la cultura degli ‘invasori arabi’ contamini e rovini la nostra. Ma cosa direbbero se sapessero che le radici del pensiero occidentale sono strettamente legate alla sapienza e alla cultura araba?

Tommaso d’Aquino e i domenicani, Bacone e i francescani, ci insegnano l’importanza che i testi greci tradotti in arabo hanno avuto nello sviluppo del nostro pensiero e della nostra cultura.

La filosofia araba

Gli ultimi sondaggi dicono che i partiti populisti italiani stanno acquisendo sempre più consensi. Notizia dell’altro giorno è che Fratelli d’Italia, che assieme alla Lega è l’emblema del populismo italiano, da piccolo partitello che non arrivava fino a qualche tempo fa 5% dei consensi adesso supera il 12% e i suoi numeri sono destinati probabilmente a salire. Da sempre, questi partiti si sono posti come fautori della salvaguardia’ della cultura italiana e occidentale, gravemente minacciata’ dall’invasione di migranti provenienti dai paesi arabi del Nordafrica che prepotentemente vogliono ‘imporci’ la loro cultura e i loro usi e costumi. Ecco dunque le strenue difese per quanto riguarda i crocefissi nelle classi, i presepi, ecco i panegirici di grandi artisti e scrittori di cui si sottolinea più l’italianità’ che il valore che le loro opere hanno avuto per l’Europa e per il mondo. Ma cosa direbbero questi strenui difensori della ‘nostra’ cultura se sapessero che le radici del pensiero e della filosofia d’occidente sono strettamente legate alla sapienza e alla cultura araba? Tutto ha inizio con la diffusione del cristianesimo in Mesopotamia e in Siria: la scuola di Edessa in Mesopotamia fondata nel 563 insegnava Aristotele, Ippocrate e Galeno. I Siriani convertiti al cristianesimo dovevano conoscere il greco per poter leggere l’Antico testamento, i Vangeli e gli scritti dei padri della Chiesa, così oltre che la teologia si studiavano e si traducevano in siriaco anche opere classiche della cultura e della filosofia greca. La scuola di Edessa viene poi chiusa e i suoi professori si trasferiscono in Persia e in Siria si inizia a tradurre e ad insegnare Aristotele. Con l’espandersi dell’Islam e con l’imporsi in quei luoghi della dinastia degli Abbasidi (750 d.C ), i dottori siriani continuano a tradurre le opere filosofiche greche sotto gli auspici dei nuovi padroni. Così, le opere di Aristotele, Tolomeo, Teofrasto, Galeno e di Alessandro di Afrodisia vengono tradotte direttamente dal greco all’arabo o indirettamente dal greco al siriaco e dal siriaco all’arabo. Dunque la filosofia greca, ritenuta da tutti patrimonio assoluto dell’occidentalità, dopo la fine dell’antichità, prima che parlare latino ha parlato arabo. La filosofia greca (soprattutto aristotelica e aristotelica di stampo neoplatonico) si diffonde grandemente tra gli arabi, tanti la studiano, la commentano e la traducono, e da essa molti filosofi sviluppano teorie proprie e nuovi trattati che enormemente influenzeranno e segneranno la cultura occidentale negli anni a venire. Il contatto che l’occidente ebbe con le opere di questi filosofi grazie all’incontro col mondo arabo tra la seconda metà del XII e il XIII secolo fu fondamentale per la nostra filosofia e la nostra cultura: questioni come il rapporto tra essenza ed esistenza, l’unità dell’intelletto, l’eternità del mondo, motori in movimento ed immobili, intelligenze separate, non avrebbero avuto luogo senza il contatto con gli arabi. Si veda ad esempio come il filosofo Al-Farabi di Baghdad (commentatore e traduttore di Porfirio e dell’Organon  di Aristotele) parli della differenza tra essenza ed esistenza: l’essenza è la natura di qualcosa, la quidditas di qualcosa, la verità della cosa che è universale e necessaria, mentre l’esistenza è accidente dell’essenza: una cosa può averla o non averla, alle cose esistenti l’esistenza  non è essenziale, gli esseri naturali contingenti possono possederla, esserne privati o perderla“Così dotati dell’esistenza- e allora essi formano il mondo reale che ci circonda- debbono averla ricevuta da qualche causa alla quale l’esistenza appartiene essenzialmente e che, perciò stesso, non può perderla, cioè Dio.” Elementi del genere sono stati fondamentali per la questione della differenza tra essenza ed esistenza nel XIII secolo e della concezione di Dio come somma essenza ed essere inconoscibile ed indefinibile la cui quidditas è la sua esistenza, il suo esserci: di Dio non si può dire cosa sia ma soltanto che Egli è, è l’unico essere a cui l’esistenza è essenziale: gente come Tommaso e Guglielmo di Parigi avrebbero scritto e discusso ben poco se non fossero entrati a contatto con questo tipo di conoscenze che provenivano squisitamente dal mondo arabo. Oppure si veda come Al-Kindi nel IX secolo nel Liber de intellectu pone la differenza tra intelletto sempre in atto, intelletto in potenza e intelletto che passa dalla potenza all’atto, e come consideri l’intelletto sempre in atto come una entità separata e universale grazie alla quale l’intelletto può passare dalla potenza all’atto, grazie ad esso è possibile la conoscenza delle cose, esso agisce in tutti gli individui.

Averroé

Avicenna e Averroè

Ma i più grandi filosofi del mondo arabo furono Avicenna e Averroè: il primo vive tra il X e XI secolo, fu medico, studioso, traduttore e trattatista, ebbe una vita piena di avvenimenti avventurosi e cariche pubbliche, scriveva le sue opere di notte tanto che le sue giornate erano piene. Il contatto con le opere di Aristotele, soprattutto con la Metafisica fu inizialmente estremamente ostico, la rilesse addirittura una quarantina di volte senza capirla, ma poi riuscì a comprenderla grazie alla lettura di un commento di Al-Farabi che per lui fu illuminante. Importante è la concezione delle Essenze, le quali esprimono esattamente il reale da cui il pensiero le astrae, esse sono la natura e la verità di ogni cosa, esprimono il pieno significato di ogni realtà, sono degli universali che non hanno solo un valore concettuale ma anche fisico e metafisico, le essenze vanno oltre la singolarità e l’universalità, hanno una realtà a sé che si differenzia dal mero concettuale e dall’individuale: “L’essenza o natura è indifferente alla singolarità come all’universalità. La cavallinità ad esempio, è l’essenza del cavallo, indipendentemente dal sapere ciò che bisogna aggiungervi perché essa diventi sia l’idea generale di cavallo, sia un cavallo particolare. Equinitas est equinitas tantum.” Importante è anche la ripresa della distinzione tra possibile e necessario che per la filosofia del XIII secolo è stata fondamentale in particolar modo per la concezione tomistica della ragione come strumento e via per arrivare a Dio e a concepirne razionalmente l’esistenza“Si chiama possibile un essere che può esistere, ma che non esisterà mai se non viene prodotto da una causa. Il possibile stesso si sdoppia in ciò che è soltanto puro possibile (non essendo ancora posta la sua causa) e ciò che, possibile per essenza, è di fatto essere necessario perché la sua causa esiste e lo produce necessariamente.” L’esistenza dei possibili è dunque strettamente legata a cause che li fanno esistere necessariamente e la possibilità di queste cause è legata ad altre cause: se i possibili esistono è perché esiste un necessario che è causa della propria esistenza: se ci fossero solo possibili senza un primum necessarium che faccia capo ad essi nulla sarebbe, a monte dell’essere di tutte le cose deve esserci dunque non il possibile ma il necessario. L’assolutezza del potenziale, infatti, non garantisce l’attualità. La struttura del mondo avicenniana consiste in un emanazionismo di tipo neoplatonico che da Dio, unico e semplice, dopo la produzione delle varie intelligenze presiedenti ognuna una sfera celeste ,va alla produzione dell’intelligenza della sfera della luna che è l’intelletto grazie a cui gli uomini possono esercitare le più nobili funzioni intellettuali: è il nostro intelletto agente, separato dagli individui ed universale. Averroè era un arabo di Spagna, precisamente di Cordova, visse nel XII secolo, anch’egli era sia medico, che filosofo, che giurista, teologo e matematico. Per parecchi anni ricoprì la funzione di giudice e scrisse innumerevoli trattati di medicina e filosofia, fu uno dei più importanti commentatori e traduttori di Aristotele, ed è grazie a lui in particolar modo se il mondo occidentale ha potuto avere accesso al pensiero aristotelico. Fondamentale è la concezione della così detta doppia verità, secondo cui ci sarebbero verità contrapposte assolutamente valide: ci sono, infatti, verità valide per la ragione che sono assurde per la fede e verità valide per la fede assurde per la ragione. In realtà, la concezione averroista era leggermente differente a tal proposito: “Egli constata che una certa conclusione si impone necessariamente alla ragione, ma in caso di contrasto, egli aderisce all’insegnamento della fede.” Ciò è molto simile alla funzione che la ragione e la filosofia devono avere per la fede secondo Tommaso d’Aquino: esse devono confermare la fede e le sue ragioni, laddove la ragione contrasta con la fede è bene volgersi a quest’ultima. Il mondo averroistico è caratterizzato dalla divisione tra motori e mossi, tra ciò che è in atto, ciò che è in potenza e ciò che dalla potenza va all’atto grazie a un motore in atto: “In fisica si prova che tutto ciò che è in movimento è mosso da un motore, il motore si muove soltanto perché è in atto”. Gli esseri si dividono in tre gruppi: quelli che sono mossi e non muovono, quelli che muovono e sono mossi, e quelli che muovono senza essere mossi. Ogni cosa mossa è mossa da un motore che dalla potenza la fa andare all’atto, il quale è in atto grazie al movimento che un altro motore gli ha fatto fare dalla potenza. Vi possono essere innumerevoli motori intermedi (dunque mossi e moventi), a patto che non vi sia una concatenazione infinita altrimenti nulla sarebbe: “Si possono moltiplicare a piacere gli intermedi, il loro numero non ha nulla a che vedere, alla sola condizione che non sia infinito. Ma non lo è, perché, se lo fosse non ci sarebbe causa prima, né di conseguenza movimento; ora il movimento c’è, è un fatto; il loro numero dunque è finito e la loro azione implica l’esistenza di una classe di cause prime, che muovono senza essere mosse”. Devono dunque esserci dei primi motori immobili che garantiscano il movimento di tutti i mossi. Averroè ipotizza che questi primi siano trentotto, poiché di tale numero sono i movimenti primi e fondamentali dell’universo:“Ma comunemente si ammette che ce ne sono trentotto cinque per ciascuno dei pianeti superiori (Saturno, Giove e Marte) cinque per la Luna, otto per Mercurio, sette per Venere, uno per il Sole e uno per la sfera che avvolge il mondo, cioè il firmamento. Se ci sono trentotto movimenti ci sono anche trentotto motori.” Questi motori sono immobili e immateriali perché perfetti e non soggetti alla potenza, sempre in atto e sempre moventi proprio per la loro perfezione. Infatti, la loro perfezione implica che sempre compiano la loro attività di muovere, per questo motivo il movimento delle cose e del mondo è eterno, ed eterno è il mondo. Inoltre, l’intelletto agente per Averroé è universale, noi possiamo pensare e cogliere i principi e le cause grazie agli universali che l’intelligenza del cielo della luna ci trasmette, l’anima intellettiva è esclusivamente unica ed universale non individuale. Eternità del mondo ed unità dell’intelletto furono tra gli argomenti più spinosi, studiati e discussi nell’occidente del XIII secolo. Si veda, ad esempio, la critica tomista riguardo l’anima la quale non può essere universale e unica poiché essendo forma sostanziale del corpo assorbe tutta la materialità del corpo, (tutto il suo vissuto individuale), che informa e dopo la morte va al cospetto di Dio (senza vederlo in maniera diretta) in attesa della resurrezione dei morti. Oppure a proposito dell’eternità del mondo non è possibile che ciò che è creato sia coeterno al creatore, il quale ha creato il creato attraverso un atto di volontà, liberamente e non necessariamente.

Avicenna

L’incontro tra pensiero occidentale e arabo

La filosofia araba è stata fondamentale per la cultura ed il pensiero del XIII secolo. Da quel momento, il pensiero occidentale ha potuto prendere le mosse per svilupparsi ed arrivare a scoperte uniche e sensazionali, l’anima d’occidente ha potuto crescere e muoversi a partire dal momento in cui il pensiero medievale occidentale si è incontrato con quello arabo. Tutto inizia nella seconda metà del XII secolo quando Raimondo, vescovo di Toledo, istituisce una scuola di traduzione delle opere greche tradotte in arabo, disponibili grazie alla quasi assoluta presenza degli arabi in Spagna. Da quel momento, questa opera di traduzione dei greci dall’arabo (soprattutto di Aristotele) per tutto il XIII secolo si diffonde a macchia d’olio, in particolar modo nelle università e nelle scuole cattedrali. Si veda come Federico II alla sua corte di Palermo si circondasse di studiosi arabi e di dottori che traducessero i più importanti testi greci dall’arabo al latino, primo fra questi Michele Scoto. Testi arabi di filosofia, medicina, astronomia, psicologia, iniziano a circolare in tutto l’occidente per via dei vari contatti col mondo arabo, si veda ad esempio la quarta crociata. Nel 1210 e nel 1215 l’insegnamento e la traduzione dei testi arabi vengono proibiti a causa delle derive panteistiche in cui l’aristotelismo neoplatonico di questi testi era sfociato (si vedano le condanne di Almarico e di Davide di Dinant). Ma nel 1230 Gregorio IX permette che questi testi siano tradotti e studiati a patto che siano ‘epurati dai loro contenuti eretici’: ecco dunque che la filosofia araba e greca tradotta in arabo, commentata, rielaborata, discussa e anche criticata diviene strumento utilizzato da francescani (più che altro quelli di Oxford) e domenicani per confermare e supportare la fede cristiana. Si veda come per Tommaso d’Aquino siano stati fondamentali i trattati averroisti per l’ideazione delle sue cinque vie per arrivare a concepire razionalmente l’esistenza di Dio: Il moto, la causa, il possibile e il necessario, i gradi e il fine delle cose. Oppure per le questioni dell’affermazione dell’individualità dell’anima e dell’eternità del mondo, della differenza tra essenza ed esistenza che interessarono tutto l’orizzonte domenicano. Si veda infine come la diffusione di questi testi sia stata fondamentale per i francescani di Oxford, i quali furono dei veri e propri scienziati del XIII secolo, in particolar modo per Francesco Bacone che grazie allo studio dei testi di Aristotele, di Albumazar,di Alazhen e di Tolomeo potè teorizzare l’importanza dell’astrologia e dell’astronomia per le sorti della comunitas cristhiana e un assolutamente innovativo metodo scientifico caratterizzato dall’importanza dell’esperienza e dell’esperimento come supporto all’argomento sillogistico. Dobbiamo molto agli arabi, grazie all’incontro con loro è stato possibile per noi occidentali sviluppare un pensiero metafisico che fino a quel momento ancora balbettava. Esso è stato poi nei secoli scardinato, criticato e rielaborato, si è sviluppato in una maniera distante anni luce dalla struttura stabile che raggiunse nel medioevo, ma senza quella struttura rigorosa che è stata giustamente scardinata, il nostro pensiero non avrebbe potuto raggiungere le vette che ha raggiunto: il contatto col pensiero arabo è stato il trampolino di lancio dello sviluppo e dell’evoluzione del nostro pensiero e della nostra cultura, della nostra anima.

 

S. Tommaso D’Aquino

 

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