Platone e il Simposio, noi e l’aperitivo: il vino è un compagno simbolico

La storia dell’alcol, dal momento della sua prima scoperta, è stata strettamente intrecciata a quella dell’uomo. Nei momenti di ritrovo e socialità, la sua presenza è rimasta una costante.

Antica pittura raffigurante la vinificazione in Egitto

La scoperta che i processi di fermentazione danno origine a una bevanda molto diversa dal semplice succo è avvenuta ancor prima che fosse inventata la scrittura. È stata in primis la volta della birra e dell’idromele, non molto tempo dopo, è giunto anche il re delle bevade: il vino. Sebbene la sua terra di origine sia stata l’odierno Medioriente arabo,  non si sa ancora di preciso se l’Egitto o l’Anatolia, in pochi secoli la cultura del vino si è diffusa ovunque in Europa, per poi conquistare una fama mondiale.

Gli dei Dioniso, Apollo e Ermes

Il misticismo dell’alcol

Nonostante noi, nel ventunesimo secolo, siamo abituati al suo consumo in contesti semplici e quotidiani, come durante i pasti o al bar con gli amici, la storia ci insegna che, alle origini, il ruolo dell’alcol era molto più significativo. Nell’antica Grecia  il vino, dati i suoi effetti sulla psiche, veniva considerato un nettare dai poteri magici, che poteva favorire il contatto e il dialogo con la divinità. Nella loro religione gli si è dedicato addirittura un dio, Dioniso, il più folle e bizzarro dell’intero pantheon. La sua figura rappresentava l’istinto primordiale dell’essere umano, la parte quasi animalesca presente nel nostro animo, la disinibitezza e la libertà che si pensava appunto venissero scatenate  dal mistico potere della bevanda. I misteri dionisiaci, riti religiosi apparentemente in contrasto con il tipico equilibrio della cultura greca, erano molto rispettati, nonostante i gesti apparentemente folli dei ministri del culto. Ai riti partecipavano soprattutto le donne, le menadi, si beveva vino “non diluito”, ovvero non mescolato ad acqua come era consuetudine fare, ci si abbandonava ad atti sessuali liberi,a danze frenetiche, si cacciava a mani nude. Ogni gesto andava contro la convenzione, ricercava la follia. L’obiettivo era il raggiungimento dell’estasi mistica.

Raffigurazione di un banchetto greco

Il simposio: il vino in filosofia

Ad avvicinarsi molto di più al significato attuale dell’alcol, invece, è l’uso che se ne faceva, sempre nell’antica Grecia, nel simposio. L’ambiente del convivio compare in molti testi della letteratura arcaica, ma la testimonianza più significativa è di certo quella che ci ha lasciato Platone nella sua famosissima opera, intitolata, non a caso, proprio “Simposio”. In questa si racconta di un banchetto, a cui prendono parte personaggi importanti dell’Atene del tempo. Primo tra tutti figura il filosofo Socrate, accompagnato dal medico Erissimaco, dal commediografo Aristofane, dall’esperto di retorica Fedro. Il simposio si svolge a casa di Agatone, poeta tragico, che offre agli ospiti del vino mielato e chiede di che cosa si vorrà parlare quella sera. Erissimaco propone il tema dell’eros, dell’amore, del quale Platone, per bocca dei suoi personaggi, esporrà la sua trattazione filosofica. L’ambiente del banchetto, come appare evidente, non era solo un contesto ludico, di svago. In esso il vino diventava un mezzo  per permettere la sciolta e libera conversazione, per favorire il fluire delle idee e l’interazione sociale tra gli intellettuali che partecipavano alla cena. Permetteva perciò il confronto, eliminando la riluttanza, e di conseguenza consentiva che da questo scambio di opinioni emergesse qualcosa di nuovo, un arricchimento per i dialoganti. Oltre ad avere una funzione, per così dire, “pratica”, la bevanda alcolica, nell’immaginario greco strettamente legata al divino, diventava anche il simbolo di un ponte tra il mondo terreno e quello celeste. Nel simposio il vino non era più semplice bevanda, ma un vero e proprio nettare della conoscenza, dono degli dei.

 

“L’ultima cena” di Leonardo da Vinci

Il vino-simbolo

Se questa valenza simbolica del vino non ci sembra per niente strana, è perché la cultura occidentale nella quale affondiamo le nostra radici ci ha tramandato proprio questa tradizione. Nel Vangelo di Matteo, si racconta con queste parole l’ultima cena:

“Gesù prese il pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, sparso per molti per il perdono dei peccati. Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».” 

Nell’Antico Testamento, così come nel Nuovo, l’immagine del vino appare più e più volte: c’è nei contesti di festa, come le Nozze di Cana, dove quando finisce la sua necessità si fa sentire a tal punto che Gesù decide di trasformare l’acqua. Ma c’è anche, appunto, durante l’ultima cena, che prende le sembianze di un vero e proprio rito, dove il vino diventa simbolo del sangue che verrà versato per salvare un’intera comunità.  Nelle parole di Cristo, in questa occasione, c’è però anche una predizione: egli berrà ancora con i suoi discepoli, ma nel regno celeste. Ancora una volta il vino è un compagno fondamentale, dopo aver superato un momento di dolore, per celebrare la gioia ritrovata.

 

Campari spritz

L’importanza dell’aperitivo

Siamo noi, così, gli eredi di questa tradizione, che ha visto birra e vino protagonisti delle tavole, simboli di gioia, dolore, legati al divino, al mistico, all’irrazionale, ma anche protagonisti negli ambienti della conoscenza. Cosa ci è rimasto di questa lunga storia? Sembrerebbe ben poco, un consumo di bevande alcoliche diventato un gesto che niente ha di particolare. Eppure, proprio in questo momento difficile in cui dobbiamo rinunciare all’uscita con gli amici per “berci qualcosa”, notiamo che la tappa al bar ha un qualcosa di fondamentale, tanto che non rinunciamo allo spritz, ma scegliamo di sorseggiarlo in videochiamata, con il bicchiere di fronte alla webcam. La tecnologia ci permette di non rinunciare a questo momento di socialità a cui la nostra cultura ha assegnato un ruolo fondamentale. Come accadeva, d’altronde, già nel simposio, conversare con un bicchiere in mano ha un effetto inimitabile.

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: