Una morale per i tempi del Coronavirus? Kant ed una sua possibile risposta.

Chi era kant e come il suo pensiero, dalla Critica della ragion pura alla Critica della ragion pratica possa darci i giusti mezzi per capire a fondo come poter agire moralmente.

Aforisma di Kant (Post Spritzum)

 

 

Ci troviamo in una situazione nuova e complessa, una situazione di crisi in cui le azioni di pochi possono influenzare profondamente le vite di molti. In questo momento di preoccupazione e tensione siamo più che mai chiamati ad essere responsabili e a mettere in secondo piano interessi personali di poco conto, a favore di una visione d’insieme che tenga in considerazione il bene comune. Che aiuto ci può dare un filosofo vissuto tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800?

 

 

 

Frontespizio della prima edizione in tedesco della Critica della ragion Pura di Kant (wikipedia)

Una breve presentazione di Kant

Immanuel Kant (1724-1804) Nacque a Konigsber, l’attuale Kaliningrad, (città in cui trascorse la sua intera vita), è stato uno dei più grandi pensatori della storia della filosofia, autore di una vera e propria rivoluzione nel modo di pensare se stessi ed il nostro rapporto con la realtà. Di carattere estremamento pacato, fu un grande professore amato dai suoi studenti. In vita scrisse moltissimo, ma le fondamenta del suo sitema filosofico sono espresse prevalentemente in tre opere: la Critica dell ragion pura (1781), un testo con cui tutti i filosofi successivi dovranno confrontarsi, a cui seguiranno le fondamentali Critica delle ragion Pratica (1788) e la Critica della facoltà del giudizio (1790). Nella prima delle tre critiche il soggetto, ovvero colui che osserva la realtà, è (in modo differente rispetto al passato) considerato attivo, ma questo cosa significa? Quando si guarda un tavolo, un pallone o un cane, non stiamo vedendo quegli oggetti in se stessi, ma l’immagine che abbiamo di loro nella nostra testa è ‘filtrata’ dal soggetto stesso osservante. Per capirci meglio, è come se le categorie con cui la nostra mente elabora i dati dell’esperienza fossero degli occhiali da sole che modificano di fatto l’esperienza stessa. (es empio che ho rubato a B. Russell). Riassumendo, sono due gli attori principali, il soggetto che possiede determinate categorie mentali, e l’oggetto che essendo percepito dà il materiale all’intelletto per produrre conoscenza. Un po’ complicato? forse, ma è un piccolo sforzo che si rende necessario compiere per cogliere la profondità del pensiero del pensatore tedesco (più correttamente, prussiano) anche nell’ambito morale.

Kant e il problema della morale

Kant esamina le questioni riguardante la morale nella seconda delle sue critiche, la già citata Critica della ragion pratica. Il filosofo non si accontentava di una morale che fosse un insieme di regole imposte dall’esterno, che fosse un elenco di cose da fare simile ad una lista della spessa, che difficilmente però si poteva applicare alle singole situazioni. Per intenderci un buon esempio di una morale di questo tipo (che tecnicamente si dice eteronoma), sono i dieci comandamenti. A Kant dunque fu chiaro come alla filosofia mancasse una morale che fosse applicabile sempre e che permettesse di non essere colti impreparati negli eventi di tutti i giorni. Comprese subito che questa morale dovesse venire dal soggetto stesso, insomma qualcosa che non fosse scritto in un cartello, ma che potessimo ‘leggere’ dentro di noi. Questo tipo di morale (tecnicamente si dice autonoma), doveva venire prima dell’esperienza, solo così è possibile compartarci moralmente caso per caso. La riflessione kantiana sul tema porta alla formulazione di ‘massime’ applicabili ad ogni situazione, una tra tutte fa al caso nostro: “agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere ogni volta, allo stesso tempo, come principio di una legislazione universale”(CRPr, 7). Parafrasando, prima di compiere un’azione dobbiamo chiederci che cosa accadrebbe se tutti si comportassero allo stesso modo con cui noi stessi decidiamo di agire.

La riposta di Kant

Veniamo dunque alla domanda cruciale, cosa farebbe Kant? Be’ in ragione di quello che si è detto nel paragrafo precedente, valuterebbe accuratemente se i suoi atteggiamenti nell’affrontare questo coronavirus siano i più adeguati facendosi una sola e fondamentale domanda: cosa vorrei che facessimo tutti?. Quindi, quando siamo scoraggiati e diciamo a noi stessi cose del tipo: E’ un problema enorme, non ha senso che io faccia nulla per risolverlo. Non ci staremmo comportando nel modo moralmente più adeguato. Pensiamo se questo fosse l’atteggiamento anche di tutti i medici, gli infermieri e gli operatori che più stanno lavorando per risolvere questa situazione per conto di tutti noi, allora davvero sarebbe tutto più complicato. Bisogna dunque essere consapevoli dei propri mezzi, noi, stando a casa, lavandoci le mani, informandoci ed informando gli altri stiamo effettivamente dando un contributo concreto, e se tutti facessero come noi? Il problema sarebbe più facile da risolvere. Ma dobbiamo porci questa domanda anche quando facciamo una scappata di nascosto, per andare da un nostro amico, dalla nostra ragazza o a trovare dei parenti, o anche quando, presi dalla noia, proviamo ad invitare un po’ di persone a casa non rispettando le ordinanze più o meno esplicite del governo. Non dobbiamo aspettare che sia lo stato a punirci, non è il momento di giocare a chi è più spericolato o più furbo, la risposta si trova dentro di noi. A questa risposta interiore Kant avrebbe dato il nome di imperativo categorico, ovvero un comando diretto a cui non si può fare eccezione, che anche se violato nelle azioni concrete, porta alla nascita di un rimorso, o comunque ci rende consapevoli di stare sbagliando. Se ognuno agisce nel modo in cui dovrebbero agire tutti, presto arriveremo a sorprenderci di come possiamo cambiare le cose. Questa è responsabilità.

 

 

 

 

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