Il Superuovo

Cosa può succedere dopo una pandemia? L’analisi spietata e apocalittica di Jack London

Cosa può succedere dopo una pandemia? L’analisi spietata e apocalittica di Jack London

Nel romanzo breve “La peste scarlatta” lo scrittore americano porta all’estremo le conseguenze di una piaga che sembra invincibile e che è in grado di distruggere l’intera civiltà umana.

Immagine del Golden Gate Bridge, simbolo della progredita civiltà umana prima della “Peste scarlatta”. Il racconto è ambientato in California e, soprattutto, tra San Francisco e Berkeley.

Nel 2073 un vecchio signore ormai ultraottantenne si ritrova a raccontare a tre ragazzini come fosse la terra sessant’anni prima, quando un’epidemia devastò completamente l’umanità e quanto essa aveva costruito in tutta la sua storia. Pochissimi sopravvissero e di questi, nell’epoca in cui è ambientata la vicenda, è rimasto solo questo vecchio. Costui era, una volta, James Howard Smith, il professore di lettere dell’Università della California e ora si ritrova ad essere l’ultimo custode di una cultura scomparsa.

Il racconto si apre con la descrizione di un binario della ferrovia sepolto dalla vegetazione che ora ricopre i rimasugli di un’antica civiltà

Appartenere ad un altro tempo

Pubblicato nel 1912, questo romanzo prende spunto da scritti come L’ultimo uomo di Mary Shelley (del 1826) ma sarà anche in grado di fare scuola ed essere un punto di riferimento per altri scrittori come Cormac McCarthy per La strada o Richard Mateson nel suo Io sono leggenda. Innanzitutto bisogna dire che la prospettiva immaginata da Jack London è decisamente negativa ed estrema, in quanto mostra che un’epidemia è stata in grado di ridurre la popolazione mondiale a qualche centinaio di individui. Ma d’altra parte La peste scarlatta rappresenta uno dei primi esempi ben riusciti di romanzo distopico e una delle caratteristiche di questo genere non è quella di prevedere ciò che accadrà, ma proiettare nel futuro le dinamiche estremizzate del presente. London dunque ambienta il suo racconto nel 2073, quando la specie umana si è ridotta allo stato primitivo a causa della lontana epidemia scarlatta del 2013. Ormai nessuno, tranne un vecchio,  è ancora in vita per raccontarla e quest’uomo, appesantito dagli anni e dalle esperienze, si sente completamente fuori luogo. Non è in grado di vivere come un selvaggio poiché non ha più il vigore fisico che gli permetta di sopportare dolori e fatiche, ma soprattutto perché egli è memore delle conquiste che gli uomini avevano fatto, della grandezza che avevano raggiunto e della civiltà che avevano costruito. Egli non appartiene più a quel mondo, che nonostante sia sempre lo stesso in realtà è mutato in modo inesorabile. Si tratta sempre di San Francisco, ma non era più la sua San Francisco. Aveva visto volare gli aeroplani e le macchine sfrecciare sospese in aria a trecento chilometri all’ora, mentre adesso i binari del treno sono solamente ferraglia arrugginita che spunta qua e là sotto l’erba o gli arbusti che li sovrastano. Aveva visto centinaia di persone prendere il sole sulla spiaggia laddove adesso i pochi esemplari della specie umana costruiscono capanne in compagnia di leoni marini in calore. “Dove si divertivano quattro milioni di persone ora scorrazzano i lupi feroci“. Egli realizza di appartenere ad un altro tempo e soffre di questa condizione, ma, dopo aver visto il nipotino cacciare con arco e frecce un minaccioso orso, capisce di essere l’unico a poter far rivivere l’antica umanità perduta. In altre parole, il peso della conoscenza si tramuta in una missione profetica, cioè quella di raccontare al suo nipotino Edwin e ai suoi due amici Hoo-Hoo e Labbro Leporino, bambini già cacciatori e allevatori di capre, che cosa volesse dire appartenere alla specie umana fino a sessant’anni prima. Ma l’impresa si rivela essere più ardua del previsto.

L’umanità, nel 2073, è tornata a vivere in modo primordiale: le persone cacciano, allevano bestiame ma non sono in grado di coltivare e lottano contro i predatori salvatici

La parola è il cuore della civiltà umana

Quando il vecchio professor Smith dice al nipotino che i granchi, per lui, sono Una prelibata leccornia, il bambino si mette a ridere. Per lui questa frase non vuol dire nulla, è solo un modo buffo per chiamare il granchio. Così anche quando il nonno usa la parola scarlatta, in merito alla peste, Labbro Leporino non sa cosa voglia dire. Il vecchio professor Smith allora gli spiega che “scarlatto” sta ad indicare una sfumatura del colore rosso e, per tutta risposta, il bambino dice che “Il rosso è rosso e basta”. Mentre il professore di lettere che è dentro il vecchio esce allo scoperto nelle sue elucubrazioni e divagazioni durante i discorsi, i ragazzini parlano praticamente a monosillabi, quasi con dei versi. Soltanto di rado riescono a pronunciare una frase un po’ più articolata e sono molto infastiditi dalle parole difficili che usa il vecchio, nonché annoiati dalla prolissità dei suoi discorsi. Il vecchio cita autori antichi ma i ragazzi non colgono, anzi devono farsi spiegare, con l’aiuto di granelli di sabbia o di gusci di granchio, cosa vuole dire mille, milione, miliardo. Non riescono a quantificare nulla e nemmeno ad immaginare qualcosa che non sia visibile e tangibile. Per questo non credono al vecchio quando cerca di spiegare loro cosa fosse un bacillo e che quello fosse il responsabile dell’estinzione di quasi tutta l’umanità. “Quello che non si vede non c’è, punto e basta” dice uno dei ragazzini, che addirittura arriva a dire, nel paradosso più completo: “Dovevano essere proprio bacati a quei tempi“. Tutto questo mentre il vecchio si dilunga nell’elencare i nomi scientifici in latino dei batteri e dei virus conosciuti nella sua epoca. Tra le due generazioni c’è una distanza che sembra incolmabile e, per quanto il professor Smith si sforzi di rendere basilari i concetti, molte cose risultano poco chiare ai tre suoi piccoli ascoltatori. Niente di meglio che un professore di lettere può essere impiegato da Jack London per esprimere il divario tra i due stadi dell’umanità. Anche perché questo divario, prima ancora di esprimersi nello stile e nei modi di vita, si concretizza nel tipo di comunicazione e di linguaggio delle persone. La lingua e la parola sono ciò che racchiude il senso stesso dell’umanità, la base del sapere e del vivere civilmente e socialmente. Esse distinguono la comunicazione degli uomini da quella animale, alla quale si è invece ridotta questa nuova umanità dopo la disgregazione della sua civiltà. Il non riuscire a immaginare qualcosa di astratto e di non sensibile è frutto di una mentalità basilare contro cui il vecchio cozza con le sue citazioni e con il latino. Il risultato di non essere compreso è quello di essere schernito e questa presa in giro è il sigillo che conferma definitivamente la distanza tra una civiltà progredita ma scomparsa e una ancora completamente da rifondare.

Nel bel mezzo del diffondersi dell’epidemia molti sciacalli appiccavano fuochi o incendi alle abitazioni e scarlatto era diventato anche il paesaggio, oltre ai contagiati

“Fugaci come schiuma”

Nonostante le enormi difficoltà il vecchio racconta della sua civiltà. Erano tutti tecnologicamente avanzati, prima di quel funesto 2013, e non dovevano tutti procurarsi il cibo da soli. Era facile trovare da mangiare e bastavano pochi adibiti a coltivare o ad allevare animali per nutrire la popolazione. Gli uomini erano tanti, otto miliardi nel mondo stando al censimento del 2010. Ma negli Stati Uniti governavano in pochi, i cosiddetti Grandi Magnati dell’Industria. La società era strutturata gerarchicamente e gli ultimi erano piuttosto sfruttati, mentre la ricchezza stava nelle mani di pochi, cioè coloro che decidevano le sorti del mondo. Ma la civiltà era progredita: c’era amore per la cultura, c’era la filosofia, il progresso tecnologico e scientifico sembravano inarrestabili e si predicavano grandi valori come la libertà e l’uguaglianza. Ma è bastato un niente a distruggere tutto e a smascherare il sistema di questi valori “Fugaci come schiuma“.

schiuma e fugacità: tutta la fatica dell’uomo su questa terra si è rivelata altrettanta schiuma. L’uomo ha addomesticato gli animali utili, distrutto quelli ostili e liberato la terra dalla vegetazione selvaggia. Poi però è toccato a lui e la marea della vita primitiva è rifluita spazzando via la sua opera.

Accadde una vera e propria apocalisse per il genere umano, con la comparsa di un morbo che sembrò impossibile da sconfiggere. Il contagio si propagò con una rapidità inaudita, così come veloci a manifestarsi furono i sintomi, tra i quali spiccavano i segni inconfondibili di quella malattia: chiazze rosse su tutto il corpo, motivo per cui venne chiamata Peste scarlatta. La temperatura corporea si alzava a dismisura, gli arti si paralizzavano e piano piano anche le altre parti del corpo, finché non succedeva al cuore. La morte era pressoché inevitabile e rapida, perché chi era infetto non sopravviveva per più di qualche ora. Tutto questo desolante contagio rivelò la vera natura dell’uomo, quella tendenza all’Homo homini lupus di memoria hobbesiana che faceva capo all’istinto di sopravvivenza. Ogni contagiato veniva lasciato da solo, abbandonato a se stesso e ognuno pensava a salvare la propria pelle rifugiandosi in casa o rinchiudendosi in ripari di fortuna come il palazzo dell’Università di Chimica. Se qualcuno chiedeva aiuto, sia che fosse già contagiato o che non lo fosse, veniva respinto in tutti i modi, anche con le armi da fuoco. Il vecchio fa l’esempio di un uomo a cui avevano sparato nella sua via e che strisciando si era rifugiato nel suo cortile chiedendogli aiuto. Il professore, barricato in casa, aprì la porta per andare a soccorrerlo ma appena vide che manifestava le chiazze scarlatte tornò dentro e lo abbandonò lì a morire. “Non era più tempo per gesti simili. La civiltà crollava e ognuno doveva pensare a se stesso” afferma il narratore, che spiega così i fratelli che abbandonavano i fratelli, madri che lasciavano i figli o figli che abbandonavano i genitori. Violenze gratuite, omicidi e furti, sciacallaggi e rapine, cadaveri abbandonati nelle strade. Ogni persona era disposta a tutto pur di sopravvivere e quella magnifica civiltà dai grandi valori si era disgregata dall’interno. Ormai i ricchi erano alla stessa stregua dei poveri e non importava in quale quartiere si abitasse, perché chiunque cercava di scappare, sia con l’aereo privato sia rubando un automobile. Le poche ed eroiche manifestazioni di affetto e di eroismo, come il volersi fermare ad accudire i propri cari negli ultimi istanti di vita, sono piccole fiammelle di umanità che ancora restano vive, ma portano anche loro alla morte di chi le compie. Tutto quello che ha caratterizzato una civiltà di migliaia di anni di storia era scomparso in un attimo e per un niente. L’istinto di sopravvivenza e la lotta di tutti contro tutti avevano portato l’uomo, come in una chiusura ad anello, di nuovo ad una condizione primitiva,  la stessa che poi sarebbe rimasta nella specie per altri sessant’anni. Fino al racconto del professore. A cosa servivano le lettere e i poeti nel momento della resa dei conti? Spazzato via, il loro valore era nullo di fronte alla morte. Ma il professor Smith, salvatosi dopo molte vicissitudini, ha comunque conservato dei libri per mantenere viva la memoria delle conquiste di un’umanità cancellata. I libri dunque sono la salvezza della civiltà. Adesso quei libri sono a disposizione dei tre bambini che, consultandoli e leggendoli, potranno restaurare l’antico splendore. Ma il libro finisce con un interrogativo: il vecchio, infatti, è convinto che, con un lungo processo che durerà migliaia di anni, gli uomini potranno riprendersi ciò che hanno perduto, ma sarebbe giusto ritornare alla cultura in cui viveva un tempo? Quando i nuovi uomini avranno riscoperto la polvere da sparo e tutte le vecchie ingiustizie che caratterizzavano la loro società, sarà valsa la pena ricostruire tutto?

 

 

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