La pandemia e il silenzio ci avvolgono. Kierkegaard, Heidegger e Weil in nostro soccorso!

Il “Covid19” ha destabilizzato la rumorosa quotidianità degli ultimi tempi. Ormai quasi tutto è immobile fuori dalle nostre abitazioni. Approfittiamo dell’atmosfera del silenzio e ascoltiamolo: potrebbe davvero aiutarci!

   “Il delicato suono del silenzio”. Foto ricavata dall’ articolo “Ritornare a pensare” cura di F.Occhetta

Diciamolo chiaro e tondo: che valore utile può assumere la filosofia durante questa “guerra” contro un’ormai dichiarata pandemia? Nessuno. Non servono filosofi o aspiranti filosofi nelle corsie ospedaliere o nei laboratori di microbiologia in questo momento, giusto? Sarebbero d’intralcio. Chiarito in prima battuta tutto ciò, si è tuttavia aperto un ventaglio di possibilità sulle nostre vite private grazie al tempo ritrovato. In questo periodo di tempo ne abbiamo a palate e, se aguzziamo i nostri sensi, ci accorgiamo che siamo immersi nel silenzio più assoluto: tutto tace fuori dalle quattro mura in cui siamo costretti, eccetto qualche spostamento necessario, ma limitato. Ecco che, nel silenzio, agisce la filosofia: essa non si rivela utile, bensì fondamentale. A questo riguardo, possiamo aprire la porta ad alcuni ospiti. Per esempio S. Kierkegaard il quale, letto in chiave mistica,  può darci man forte facendoci apprezzare il valore della “bocca sigillata del tacere”. In seguito, anche uno M. Heidegger esistenzialista potrebbe fruttare di questi tempi: ponendo il silenzio nell’alveo del linguaggio (in quanto anch’esso evento linguistico), tornando quindi a rivalutarlo. Infine l’immancabile lezione di una, a me cara, S. Weil: lei ci potrebbe aiutare a “mutare lo sguardo (espressione ripresa anche da F. Wallace) che noi abbiamo sul mondo. Tutto ciò se solo abbiamo la disponibilità ad accogliere il silenzio nelle nostre vite.

Il monaco in riva al mare, 1810, C.D. Friedrich

La bocca sigillata del tacere

Personalmente, prima di affrontare Kierkegaard a lezione, ero un po’ scettico ma credetemi: per chi non lo avesse mai incontrato è un vortice di lirica, dialettica e amore! Prendendo in analisi l’opera Timore e Tremore, il filosofo danese scava nella sua interiorità immedesimandosi, attraverso lo pseudonimoJohannes de Silentio“, nella prova affidata da Dio ad Abramo, nei confronti del figlio Isacco. Tutti conosciamo la vicenda, ma il punto su cui vorrei porre l’attenzione è un altro. Sono presenti molti snodi teoretici nettamente più importanti (per esempio la questione della sospensione teleologica dell’etica), ma ci tengo a soffermarmi sui silenzi di Abramo durante il tragitto al monte Moria. Abramo tace: perché? Perché è impegnato a dialogare con se stesso in un rapporto privato con Dio. Egli tace e procede nell’opera di fede perché non è rassegnato: egli crede in “virtù dell’assurdo”. Se avesse iniziato a dialogare assiduamente con il figlio, magari si sarebbe ricreduto, abbandonando la luce-guida di Dio, abbandonando la stessa fede. Tacere conduce alla riflessione che non è mai un monologo: è sempre un confronto dialogico con se stessi. Molto spesso, immersi nella comunicazione con gli altri, perdiamo noi stessi; l’io finisce con  identificarsi con il tu e rischiamo di perderci. Ora più che mai, proviamo a fare come Abramo. Abbiamo la possibilità di stare in silenzio e osservare il mondo che ci circonda. Proviamo a dare un aiuto silenzioso nel nostro piccolo, senza il frenetico bisogno di condividere sui social (o con il prossimo) i nostri gesti. Stiamo in silenzio e procediamo, come Abramo, senza rassegnarci di fronte a questa sfida: egli è ritornato ad avere il suo amato Isacco e noi ritorneremo a gioire insieme, consci di un valore che abbiamo dimenticato: il silenzio.

Il silenzio è evento linguistico

Voltiamo pagina di un secolo, ma il tema riproposto è lo stesso. Siamo nel 1900. Heidegger, in due battute (perdonatemi!) vuole riprendere a grandi linee l’ontologia dei greci e riproporla in un mondo moderno che si fonda, in termini spicci, sul dualismo cartesiano. Per fare un esempio rapido, noi siamo abituati a pensare il vero come l’opposto al falso, il giusto come opposto all’ingiusto ecc… Siamo abituati ad un sistema di opposizioni. Heidegger invece riprende quell’humus greco, vivo, in cui i contrari convivono nell’alveo dell’Essere, donandoci un “farmaco” (si veda “la farmacia di Platone” a cura di Derrida) per guarire queste fratture. Purtroppo nemmeno il linguaggio si è sottratto a questa divaricazione. Parlare è il contrario di tacere… Ne siamo così sicuri? Ascoltiamo cos’ha da dirci Heidegger e indirizziamo quell’humus nelle nostre vite ipotizzando le nostre case come quella sfera in cui i contrari non si danno le spalle, ma si trovano in armonia. Siamo destinati a vivere in famiglia, a volte ci sentiamo stretti. Eppure, se viviamo appieno questo intreccio d’opposizioni, forse riusciamo a non uscirne pazzi perché sì: la convivenza è difficile, soprattutto se forzata! Cominciamo a leggere il silenzio come evento linguistico. “Oggi non parla, non ha niente da dirci“. Quante volte ignoriamo quel taciturno o quella taciturna perché non parlano? Quante volte vediamo nostra madre che, in silenzio, sbriga le faccende domestiche? Nostro padre che, in silenzio, si prende cura del giardino? Allora noi, in silenzio, andiamo a fare la spesa (con le mascherine mi raccomando!). Non è meraviglioso tornare e sentirsi dire “grazie“? E quel ringraziamento deriva proprio dal valore che abbiamo dato al silenzio, ascoltandolo come si ascoltano le parole di un discorso qualsiasi. Il silenzio è un valore che splende di luce propria come il sorriso di una madre che guarda il figlio goffo mentre entra in casa con le buste stracolme del supermercato.

Un diverso sguardo sul mondo

Prima o poi questa pandemia finirà. Ne usciremo con le gambe rotte e sicuramente cambiati. È inevitabile il cambiamento in ognuno di noi. “L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”, afferma S. Weil. L’attenzione implica concentrazione e osservazione. L’etimologia latina del termine allude ad una disposizione della nostra anima. Prestare attenzione significa volgere anima e mente a  un ente “x”. E come possiamo farlo se non con il silenzio? È quando siamo in silenzio che abbiamo le carte in regola per volgerci all’altro. Solo se non parliamo possiamo disporci ad ascoltare il prossimo. Inoltre, come detto in precedenza, solo tacendo possiamo ascoltare noi stessi. Ognuno di noi reagisce a modo suo di fronte a questa “guerra” contro il Covid19. C’è chi minimizza ancora, c’è chi è impaurito, c’è chi pensa al tracollo delle quote in Borsa, ci sono imprenditori disperati che devono mettere in cassa integrazione i propri dipendenti (o addirittura chiudere), ci sono sportivi a cui manca la propria attività fisica come l’aria. E sì, c’è chi sta vivendo lutti importanti e non può neanche concedere al proprio caro le grazie funebri che merita. Inoltre sono presenti migliaia di persone in prima linea che lottano a denti stretti nei vari reparti di terapia intensiva… Sono consapevole di aver tralasciato mille altre categorie di persone che meritano l’importanza di essere nominate, ma mi sono permesso di fare solo qualche esempio. “Andrà tutto bene“? Non ne sono sicuro, ma dobbiamo fare tesoro di ciò che ci sta accadendo. Come ha scritto in un post su Facebook un mio compagno di corso che rispetto moltissimo, stiamo comprovando appieno la nostra Finitezza e i nostri limiti. Iniziamo a guardare il mondo con occhi diversi. Prendiamoci il nostro spazio in questo silenzio e guardiamoci alle spalle. Ogni nostro trascorso ha avuto una durata finita, ogni nostro momento vissuto è svanito. Ora siamo qui, di fronte all’impensabile. Torniamo a valorizzare il silenzio, torniamo a valorizzare il tempo che abbiamo a nostra disposizione. Ritroviamo la generosità che è in noi e godiamoci ogni istante, conservandolo eternamente nel silenzio dei nostri ricordi.

 

 

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