Il Superuovo

Persone e Social Network: tra comunicazione ambigua e mancata esperienza del limite

Persone e Social Network: tra comunicazione ambigua e mancata esperienza del limite

Quando le immagini valgono più delle parole, quando vengono a mancare quegli elementi su cui l’umanità, nel tempo, ha cercato di regolare la comunicazione per renderla meno ambigua, cosa potrebbe accadere?

Dall’agorà dell’antica Grecia, ai gruppi Facebook. Dalle interminabili attese che intrecciavano gli scambi di lettere tra due amanti ad una preziosa filigrana di desiderio, alla tempestiva istantaneità delle app di messaggistica come WhatsApp. Dal corpo a corpo, dal vis-à-vis che ci poneva di fronte dei limiti, alla sconfinata iperconnessione “senza limiti” della rete. E se un tempo lo scambio di opinioni per le decisioni economiche, politiche e sociali avveniva in luoghi fisici (dove si era solito dibattere), se un tempo le piazze pullulavano di interazioni e relazioni sociali, vedendo riuniti con i loro corpi e i loro sguardi una moltitudine di soggetti nello stesso spazio fisico, oggi “l’agorà” è sempre meno fisica e più virtuale. È palese che ciò modifichi la nostra percezione e rappresentazione della realtà sotto una moltitudine di aspetti, sia nel bene che nel male. A tal proposito mi è necessario precisare come le riflessioni che meriterebbero di esser dedicate a tale argomento, oltre ad essere sconfinatamente illimitate, ci rimanderebbero automaticamente a più ampi quesiti di carattere etico e filosofico – comprese le più intime e soggettive concezioni di essere umano relazioni sociali che ognuno di noi matura al suo interno – che non è mio intento approfondire in questo articolo. Vorrei allora volgere l’analisi su alcune piattaforme e pratiche che troviamo in rete, come i Social Network. Fra le tante caratteristiche positive e negative, queste piattaforme – ovviamente per lo scopo con cui vengono programmate e per l’uso che ne facciamo – alterano il modo in cui percepiamo e rappresentiamo la nostra realtà. All’interno di uno spazio così snaturato come quello dei Social Network, come cita Raphael Gualazzi in La libertàpossiedo tutto di tutti, ma alla fine non mi rimane niente di nessuno“. A subire dei grandi cambiamenti vi è sicuramente anche la comunicazione. E se mettiamo in conto che non solo ci innamoriamo sui Social Network, ma mandiamo avanti opposizioni, dissensi, proteste (anche di una certa importanza), e rivendichiamo i nostri diritti a forza di slogan e  banali hashtag (spesso meno efficaci dell’omeopatia su una ferita d’arma da fuoco) – quando in certe parti del mondo, per esempio in Sud America, Grecia, Turchia, le persone si confrontano ancora con la miseria e la brutalità degli scontri armati, spesso dal retrogusto al sapore di bastonate e pallottole, per far valere i propri diritti…  direi che forse i cambiamenti sono più che palesi. Potremmo allora far riferimento a una profonda mutazione antropologica, generata soprattutto dal frenetico progresso della scienza, che sta via via modificato i legami e le strutture sociali. Come infatti mette ben in luce il libro di Nicola Purgato Parole minori. La psicoanalisi e le nuove generazioni, da quando internet è diventato sempre più accessibile al pubblico ed i Social Network hanno pian piano preso piede – diventando una realtà virtuale di rilevante importanza – abbiamo iniziato a fare i conti con “legami inediti”. Una iperconnessione , un “tutti e assieme in qualsiasi momento”, dove la gerarchia ha lasciato il posto alla rete. 

Tra Utenti e Social Network si parla poco

Nel delineare i vari tipi di utenti, ho trovato interessante uno dei criteri che ritroviamo proposto nel libro di Purgato. Qui vediamo infatti una prima distinzione nel procedere “secondo una gradazione di esclusione sociale”. Non che tale criterio sia il  passe-partout (solo ed unico) per la più approfondita delle analisi sull’essere umano e l’uso dei Social Network, ma sicuramente appare come un buon modo per tracciarne le prime linee di demarcazione. E allora partendo dai cosiddétti geek (“fissati”), passando per i nerd, arriviamo ad una categoria che pare destare particolare interesse: i neet (Not in Education, Employment or Training). Tale categoria rappresenta infatti quei soggetti che non studiano e non lavorano, ma sono sicuramente “SuperSocial”. Andando ancora avanti e spingendoci oltre troviamo gli hikikomori, senza alcun contatto con l’esterno, potremmo considerarli quasi del tutto esclusi dalle relazioni sociali (infatti solo una piccolissima parte degli hikikomori è connesso ai Social Network). Da ritenere al di fuori di questa gradazione di esclusione sociale, o quantomeno ai margini, non dobbiamo però scordarci degli amati Followed – seguiti, imitati, ma anche invidiati – e dei loro Follower – campo di cui spesso anche noi facciamo parte. È comunque necessario precisare che tale distinzione è incompleta. Infatti è poi doveroso considerare, sulla base della precedente distinzione, i Social Network come “gli strumenti di questi raggruppamenti”, ossia quegli strumenti mediante i quali queste “segregazioni” sono rese possibili. E questi sono strumenti assolutamente amati, bramati. Infatti proprio come ci ricorda Freud in Introduzione al narcisismo, “viene amato l’oggetto che possiede le prerogative che mancano all’Io per raggiungere il suo ideale”… e raggiungere il proprio ideale nei Social Network è molto facile. Evidente è “l’ illusione di verità” di questi strumenti, “tutti, indistintamente, lasciano il corpo con i suoi imbarazzi, con la sua verità, fuori dalla relazione con l’Altro”. Ma passiamo adesso ad una rassegna di alcuni dei Social Network più significativi (e che ritroviamo ben scandita nel libro di Purgato). Banale e scontato sarei nel citare Facebook, ma devo farlo! Questo nel corso del tempo è cambiato parecchio. L’uso che ne facevamo un tempo ci appare oggi banale (se non ridicolo). Credo comunque che una delle (sempre più rare) peculiarità di tale Social sia quella di avere un numero massimo di caratteri pari a 63.206. Ciò consente agli utenti di produrre dei contenuti molto lunghi, consente l’espressione di pensieri articolati, complessi. Ma le cose mutano, il tempo dei “pensatori” è ormai passato, ce lo siamo lasciati alle spalle. Adesso è il tempo di Apparire! E quindi, ormai antiquato, rugoso e superato, è dai più considerato “vecchio”. Come infatti ci ricorda lo stesso libro di Purgato, Facebook”propone una memoria delle identificazioni giorno dopo giorno e le foto possono subire la censura: quindi è vecchio, i vecchi ricordano e sono moralisti”. Fare infatti i conti con la nostra immagine passata (chi un tempo eravamo, come un tempo eravamo…) è sicuramente per molti difficile da sopportare. Andando avanti non possiamo non citare Twitter,”la bacheca degli slogan” (l’odierna arma di propaganda). Frasi brevi e senza fronzoli per un massimo di 280 caratteri, non di più – altrimenti il rischio è che chi scrive (o chi legge) inizi anche a pensare. E come mette in luce il libro più volte sopra citato “seguendo i vari personaggi, e il loro dire, si sceglie, senza neanche accorgersi, di riconoscersi in ciò che vi si trova”. Abbiamo poi Snapchat, dove non vi è censura alcuna ed in genere, dopo le ventiquattro ore, i contenuti vengono rimossi – l’ideale se non ci si vuol sentir dire cosa si può o cosa non si può fare, o se si vogliono evitare le rogne del passato che ritorna (dicendoci spesso chi siamo). Parliamo adesso di Instagram. Vetrina per eccellenza di ciò che spesso non abbiamo ma vogliamo comunque mostrare. Ogni utente altera la propria realtà a piacimento “mostrando ciò che si vuole mostrare proprio come si intende mostrarlo”. Stiamo parlando di uno “specchio delle brame”, un teatrino messo su ad hoc dove l’immaginario prende prepotentemente il posto del simbolico e dove sembra esistere solo ciò che è bello e perfetto. Ma non è mia intenzione approfondire qui le conseguenze che tutto questo potrebbe generare sull’utente, portandolo alla convinzione che la propria vita non sia per niente bella e perfetta quanto quella degli altri utenti – di cui vede solo le finzioni ed i frammenti alterati della loro vita – e facendo magari emergere in lui senso di inadeguatezza e ansia sociale. Ciò su cui vorrei invece porre l’attenzione, è come Instagram sia un Social Network dove un’immagine vale più di mille parole. Questo riflette molto bene una delle rotte che il nostro vivere contemporaneo sta percorrendo ormai da tempo e sempre più intensamente, mi riferisco alla povertà di linguaggio. Al riguardo, non voglio tanto soffermarmi su come ogni singola parola sia carica di una propria cultura – che si aggancia e sopravvive in quella parola – ma voglio piuttosto soffermarmi su come ognuno di noi può pensare limitatamente alle parole che conosce. Le parole infatti non servono a tradurre ciò che si pensa, piuttosto le parole servono per pensare. In effetti è palese che i pensieri siano fatti di parole, senza le quali non potrebbero essere minimamente articolati – non potendo così rappresentare e simbolizzare la realtà che ci circonda. Un esempio che mi viene in mente sono i fenomeni di aggressività e violenza fisica. Questi infatti, aldilà di ciò che caratterizza chi li mette in atto (come uno scarso controllo degli impulsi e una componente emotiva “abbastanza colorita”) e della situazione che si trova a vivere, pare siano correlati ad una minore capacità di simbolizzare la rabbia e gli stati emotivi che si provano in quel momento.

Io non so ciò che leggo, ma tu non sai ciò che dici. Le spietate risse da Chat

Nell’introduzione si è citato un nuovo modo di relazionarsi. Un cambiamento, generato dalle nuove tecnologie, che ha concepito una nuova natura dei legami sociali, stravolgendo la concezione di spazio e di tempo e modificando le architetture delle strutture sociali. Ciò che voglio proporvi adesso sono allora alcune brevi considerazioni su un particolare tipo di comunicazione virtuale, che possiamo ben ritrovare in applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp o Telegram. Queste, al loro interno, tendono certamente ad avere dinamiche di gruppo diverse da quelle che possiamo ritrovare in gruppi “vis-à-vis”, incentrati sulla presenza fisica. Supponiamo ad esempio un qualsiasi contesto organizzativo, dove sarebbe utile che le relazioni tra soggetti siano libere da tutti quegli aspetti personali (del singolo) che potrebbero compromettere un fluido svolgersi di quei ruoli e compiti, prefissati e ben definiti, necessari per giungere all’obbiettivo comune. In ogni caso vi saranno sempre dei momenti (ad esempio consigli e riunioni, o semplici mansioni da svolgere) che vedranno le relazioni “inquinarsi” di quei caratteri personali, e che quindi andranno a modificare le dinamiche di gruppo – credo che tutto questo sia più che naturale. Tra colleghi si litiga, si nutre astio, odio, amore, simpatia, vengono spesso a crearsi fazioni e divisioni interne. A questo punto va evidenziato come tutto ciò, per emergere nei contesti dal “carattere fisico”, necessita di un certo arco di tempo in cui queste dinamiche possano evolversi. In una qualsiasi applicazione di messaggistica come WhatsApp, possiamo invece notare un’ immediatezza nell’articolarsi di tali dinamiche che spesso ha una “portata così radicale da lasciare sbigottiti“. Un esempio che mi viene in mente (e chi come me lo vive spesso da spettatore – ma non solo – mi darà ragione) è quello dei gruppi WhatsApp universitari (usati come canali informativi per colleghi dello stesso corso). Basta un emoticon tralasciato, una piccola parola più del dovuto o una risata di troppo, e il gruppo si infiamma come fosse una foresta di alberi secchi cosparsi di benzina e condita con fuochi d’artificio del capodanno cinese. Come evidenzia infatti il libro di Purgato ” tutto può degenerare con una velocità tale che talvolta può essere difficile associare la frase al volto della persona che l’ha scritta”. L’immediatezza è quindi forse ciò che più di tutto ha un ruolo centrale in queste dinamiche. In più vi è anche da ribadire come spesso la povertà di linguaggio, assieme all’immediatezza caratterizzante tali mezzi, giochi un ruolo centrale. Proprio perché la comunicazione umana è di per se ambigua, una continua incomprensione, dove ogni parola detta dall’emittente può avere un significato diverso per chi l’ascolta (i significanti non hanno significati fissi), e che spesso può acquisire un significato completamente nuovo anche per l’emittente stesso che l’ha appena pronunciata (dimostrando che la parola è sempre veicolo di materiale inconscio e che quindi “l’intenzione comunicativa non è mai del tutto conforme a quanto effettivamente si dice“), vi è comunque un “vuoto” lasciato dalla comunicazione scritta. Questo vuoto per poter essere meglio elaborato, avrebbe bisogno di un tempo maggiore – ma che viene solitamente negato dall’istantaneità delle applicazioni in questione. E parlando di tale vuoto devo anche riferirmi a tutti quegli artifici che (come mette in luce il libro sopra citato) “la civiltà umana ha avuto tutto il tempo per elaborare”, per far fronte all’ambiguità stessa della comunicazione, “nel tentativo di renderla vivibile“. Silenzi che suonano come intere composizioni, sorrisi, sguardi, il contesto, il tono della voce (e tantissimi altri elementi in parte della comunicazione non verbale), tutte componenti che articolandosi con le parole danno senso e forma alle relazioni. Queste dinamiche, nella comunicazione scritta, scompaiono assieme alla presenza dell’altro. Per far fronte a tutto questo, un utente maggiormente consapevole dovrebbe esser spinto “nello scritto a un uso molto più preciso e raffinato della parola, in modo che qualche piccolo dettaglio, la disposizione della frase e altri importanti elementi, possano riempire il vuoto lasciato dalla presenza dell’altro“.

Incertezze ed illusioni del libero accesso

I vantaggi dei vari social network sono veramente svariati ed innumerevoli. Solo per citarne alcuni, parliamo della possibilità di entrare in contatto e mantenere le relazioni anche con chi è distante da noi, parliamo di una grande rapidità con cui viaggiano contenuti e informazioni – ciò che succede dall’altra parte del mondo è ormai a portata di click. Possiamo infatti condividere un elevato numero di informazioni con un elevatissimo numero di persone in un batter di ciglio. Ma vi sono anche altrettanti contro. Queste informazioni spesso arrivano in maniera disorganizzata, tutte in una volta (sono contraddittorie, alcune vere, altre false, altre neanche ci servono ma occupano la nostra attenzione), rischiando solo di produrre un assordante rumore (proprio come il canto stonato delle cicale). Mi pare quindi doveroso ricordare ciò che sosteneva Umberto Eco nel dire che “la conoscenza consiste nel filtraggio delle informazioni“. In effetti è quello che facciamo sempre, quando studiamo o quando conosciamo una persona per esempio. Ciò diventa però molto più complicato in contesti inerenti ai mezzi di informazione di massa, la rete ed i Social Network, che mettono a disposizione un altissimo numero di contenuti – si immagini ad esempio il “rumore” che viene a prodursi con lo scorrere la home di un qualsiasi social e leggendo tutte le informazioni che questo ci piazza davanti ai nostri occhi (compresi tutti quei contenuti sponsorizzati che non abbiamo scelto di vedere e che la nostra mente recepisce). Ma lungi dal voler fare una disamina di tali dispositivi, il mio intento è piuttosto quello di metterne in risalto certi tratti, e di come questi possano alterarne la comunicazione. Ho trovato parecchio interessante come nel libro di Purgato, a partire dall’osservazione clinica di alcuni operatori su ragazzi con problemi psicologici e sociali (ospiti di Centri Diurni) – “che, per via delle loro peculiari difficoltà, risultano forse maggiormente esposti al senza limite cui l’interscambio telematico tende a portare” – sia stato possibile identificare e isolare alcuni elementi caratteristici della comunicazione sui social. Si è già fatto riferimento all’ambiguità della comunicazione umana al di fuori della rete. Un qualsiasi messaggio mette, sempre, alla prova l’interlocutore e le sue capacità di interpretarlo – banalmente potremmo dire che, se per un musicista la parola “chiave” ha il significato di simbolo che fissa la posizione delle note in un pentagramma, per un fabbro avrà sicuramente un altro significato. Se dovessi quindi rivolgermi ad un musicista chiedendo “che chiave è quella che hai davanti?”, difficilmente mi risponderà “quella del garage”. La stessa parola “Ciao” può assumere un certo significato tra due amanti che hanno appena affrontato un furioso litigio, tra due amici o  tra due semplici conoscenti. A questo punto è ovvio ribadire come la comunicazione può apparire tanto più confusa, ed incerta, quanto il “contesto comunicativo” (o il soggetto) è carente di quegli elementi atti a chiarificare e “circoscrivere” il significato del messaggio – proprio come avviene nelle chat. Ciò ovviamente può portare ad un’incertezza, provata da chi riceve il messaggio, che va tanto più a dilatarsi quanto più vengono a mancare tutti quegli elementi che dovrebbero assegnare un significato univoco (per quanto possibile) al messaggio ricevuto. Infine, un ultimo elemento che vorrei portare all’attenzione (e ben evidenziato dal libro in questione) è inerente alla percezione che si ha dei Social Network come canali comunicativi perennemente aperti. Insomma, strumenti di comunicazione che risultano come dei “facilitatori nel non considerare l’impossibilità che può manifestarsi nell’interazione con l’altro”. Proprio come un magico portale sempre disponibile, in qualsiasi momento, che ci fornisce libero accesso a chi vi sta dall’altra parte. Ad emergerne da tale percezione è sicuramente l’idea, di una possibilità costante, di mantenere dei saldi contatti con chiunque e con una facilità estrema – parliamo quindi della percezione di un’ inesistenza del limite (nell’incontro con l’altro). La dinamica, spesso turbante, emergerà così non appena l’utente si scontrerà con questo limite reale. Infatti questo limite, oggettivamente, esiste – dipenderà poi dalle capacità del soggetto tener conto di quegli elementi che ne permettano una corretta interpretazione. Quello che però sempre accade è che il soggetto, spinto a ricercare delle risposte proprio per giustificare tale limite, “trovi – molto più spesso di quanto si possa pensare – soluzioni che possano anche discostarsi dall’intenzione dell’altro e divenire causa di sofferenze”.

 

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