Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e non condivido il suo pensiero politico. Però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, ha realizzato l’istituto per la ricostruzione industriale. Quando uno dà un giudizio storico, deve essere obiettivo, poi non condivido le leggi razziali che sono folli. La dichiarazione di guerra è stata un suicidio. Certamente va salvato qualcosa del fascismo, anche se Mussolini non era un campione di democrazia. Alcune cose sono state fatte, bisogna sempre dire la verità. Non bisogna essere faziosi nel giudizio. Complessivamente non giudico positiva la sua azione di governo, però alcune cose sono state fatte[1]– queste le parole di Tajani ai microfoni de La Zanzara (Radio24).

Tajani (EPA/STEPHANIE LECOCQ)

Le repliche

Innumerevoli le polemiche che sono seguite a questa dichiarazione, a partire dal presidente dei Verdi, presso il Parlamento europeo, Philippe Lamberts, che definendo «indegne» le parole di Tajani, aveva dichiarato: «L’Ue è stata creata proprio per non rivivere mai più i regimi fascisti, chiedo al presidente di ritirare le sue dichiarazioni altrimenti dovrà dimettersi»; seguito dalla sinistra di GUE e S&D: «Come può un presidente del Parlamento europeo non riconoscere la natura del fascismo? Abbiamo bisogno di chiarimenti rapidi».[2] In poco tempo la stampa e i partiti si aggrappano col loro potere mediatico per cavalcare l’onda di un tema, quello del fascismo, che ancora anima e suscita l’interesse delle masse, vuoi in riecheggi nostalgici, vuoi in prospettiva di rifiuto aprioristico totale.

Ezio Mauro (fonte: Wikipedia)

Lecitamente si domanda Ezio Mauro, nell’editoriale per Repubblica del 15 marzo 2019, dopo aver delineato una sommaria articolazione storica del consolidamento delle istituzioni fasciste nella loro natura: «com’è possibile che questo percorso non faccia parte della memoria di uomini politici che hanno responsabilità istituzionali? Ma soprattutto che non faccia parte della coscienza comune del sistema politico, della comunità democratica, per capire chi davvero siamo e da dove veniamo? La banalizzazione strisciante e progressiva del fascismo che è stata fatta in questi ultimi decenni ha prodotto come risultato l’azzeramento della storia, l’annullamento del suo significato, l’indebolimento del suo giudizio.» (a tal proposito rimando ad un mio precedente articolo: L’importanza della storia per una generazione soggiogata dall’eterno presente).

Il fascismo va’ spiegato storicamente, non politicamente

Come ha ben intuito Renzo De Felice, il più grande storico sul fascismo, la storiografia italiana sul fascismo è stata, e lo è tutt’ora, condizionata dal clima politico. Prima si acquisisce una consapevolezza storica, prima ci si adegua e prepara alla comprensione della nuova realtà e ad agire su di essa. In Italia il discorso sul fascismo, avendolo vissuto direttamente, è stato condotto mediante termini prettamente politici ereditando i caratteri dalla propaganda antifascista della guerra. Lo schematismo attuale e duale che carica il fascismo di aspetti demonologici, per usare un’espressione crociana di «malattia morale», e che configura il fascismo come male da dover estirpare e demonizzare a priori, deriva dalla forte carica antifascista/resistenziale presente in Italia dalla caduta del fascismo in poi.[3] La stessa ricostruzione istituzionale italiana regge su fondamenti antifascisti: il fascismo era visto come un problema da affrontare non solo militarmente, ma ora anche culturalmente e politicamente. La necessità di portare l’Italia verso un orizzonte democratico di liberalità, abbattendo quel carattere mitico idealizzato dal regime.

(fonte: Scenarieconomici.it)

Di qui la necessità di re-interpretare il fascismo, che vuol dire, come disse Tasca in Nascita e avvento del fascismo, farne la storia. Fattane la storia, dopo sarà possibile tentare la formulazione di interpretazioni adeguate, dal momento, tra l’altro, che aveva, il fascismo, una propria razionalità e quindi poteva, come ogni altro fenomeno storico, esser spiegato storicamente. L’ideologica opposizione morale liberale, ma ancor più accentuata marxista e comunista, ha rallentato i progressi storiografici sul fascismo in Italia, tanto che, per fare un esempio, fu un fenomeno che venne studiato molto di più all’estero, in quanto in Italia divenne un vero e proprio tabù, e non sembra che sia effettivamente cambiato alcunché.

La copertina del libro “Intervista sul fascismo” di Renzo De Felice

Per questo, riprendendo le dichiarazioni di Tajani succitate, non trovo in realtà alcun sentimento nostalgico, alcuna giustificazione dell’operato di Mussolini, e dunque alcuna critica lecita a quanto detto: sia perché è in primis lui a dichiararsi antifascista e a condannare molte scelte di regime, sia perché ciò che lui ha valutato positivamente esulano totalmente dall’ideologia, quale essa sia (ha parlato di infrastrutture, di bonifiche, argomenti totalmente neutri).

Il fascismo è morto: bisogna uscire dalle posizioni ideologiche

Il fascismo storico, ovvero quello che si concretizzò tra il 1919 e il 1945, è ormai morto e irresuscitabile, ed è proprio per questo che è possibile studiarlo storicamente. È una tesi, questa, non accettata ancora oggi dalla sinistra, nella quale è ancora diffusa l’idea di un fascismo perennemente in agguato, che non era affatto morto nel ’45. Il fascismo nacque in un determinato contesto storico, come movimento di rinnovazione che seppe interpretare certe esigenze e stimoli, teso a costruire un qualcosa di nuovo; e che si concretizzò poi nel fascismo regime, la politica di Mussolini. Il fascismo fu il tentativo della piccola borghesia emergente, del ceto medio, di imporsi come nuova forza. Fu il tentativo di portare nuove soluzioni più adeguate e moderne. Questa visione di rinnovamento, di innovazione fortemente carica nel movimento mussoliniano era visto anche dalla classe dirigente tradizionale, che nell’ottobre del 1922 stipula un compromesso al fine di rafforzare e ri-dinamizzare il sistema, senza sovvertirlo (ma ahimè mancarono di lungimiranza).

Prima pagina dell’Avanti

Tralasciando la contrapposizione tra intransigenti e fiancheggiatori, nella scelta della linea politica che Mussolini avrebbe dovuto intraprendere, sta di fatto che con l’omicidio Matteotti e la crisi che seguì in quell’estate del 1924, viene confermata la natura su cui poggiò il fascismo: la violenza. La classe dirigente tradizionale e il re decisero, nonostante tutto, di sostenere Mussolini per evitare quel fatidico «salto nel buio», tanto che, nel 1925, col discorso del 3 gennaio, Mussolini ruppe ogni cautela legalitaria, attuando così la famosa svolta autoritaria (e degna di nota mi sembra la famosa frase detta durante questo discorso alla Camera: «Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!»).

Il discorso del 3 gennaio 1945 (fonte: Archivio Istituto Luce)

Non essendo questo un articolo sul fascismo storico, ma semplicemente un articolo che vuole ricordare che dopo un secolo dalla nascita del fascismo, e più di settant’anni dalla sua morte, c’è ancora la difficoltà ad uscire da etichette ed ideologie, e a considerare il fascismo semplicemente come un fatto storico morto con Mussolini, concludo questa piccola parentesi storica. Il clamore e lo scandalo che continuano a suscitare i giudizi storici, oggettivi, sul fascismo, e che non si inseriscano in una posizione di netto rifiuto e contrasto, e dunque di antifascismo radicale e ideologicamente deviante per la coscienza storica, sono indizi evidenti: c’è ancora molta strada da fare in campo storico, storiografico e culturale, il fascismo non può essere ancora un tabù, ma deve finalmente esser accettato come fatto storico, di cui si può parlare, che deve esser studiato. Non che bisogna accettare e condividere, ma che deve entrare a far parte della nostra coscienza storica, nei suoi aspetti negativi e positivi che siano. L’ideologia e la schematizzazione abbatte e uccide la storia, la chiave di lettura storica deve essere l’imparzialità. I pregiudizi deviano e colorano fatti che spesso sono del tutto neutrali.

Leonardo Mori

[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/13/tajani-mussolini-ha-fatto-cose-anche-positive-conte-e-gentile-ma-io-parlo-con-chi-decide-cioe-salvini-e-di-maio/5034973/ (grassetto mio)

[2] https://www.corriere.it/politica/19_marzo_14/caso-tajani-mussolini-l-anpi-il-fascismo-non-ha-fatto-cose-buone-b64f7ab2-4650-11e9-a4ff-e29a115180ab.shtml (grassetto mio)

[3] vd. De Felice, Intervista sul fascismo e De Felice, Le interpretazioni del fascismo

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