Spesso ci troviamo in situazioni dove vediamo gli altri in difficoltà, tuttavia non sempre decidiamo di soccorrere chi ha bisogno. Quali sono i fattori che ci spingono o meno a prestare soccorso? La psicologia sociale si è a lungo interrogata sui comportamenti d’aiuto, giungendo a concetti quali l’effetto spettatore, la diffusione di responsabilità e l’inibizione del pubblico che sono in grado di spiegare le azioni altruiste.

L’effetto spettatore

L’effetto spettatore (bystander effect), noto anche come “apatia degli astanti”, “complesso del cattivo samaritano” o “sindrome Genovese”, si riferisce ad un fenomeno che la psicologia sociale ha ampiamente studiato per il quale quando qualcuno ha bisogno di aiuto si tende a NON intervenire se sono presenti molte persone. Questo fenomeno fu indagato inizialmente a seguito di una notizia di cronaca nera newyorkese. È il noto caso della statunitense Kitty Genovese (da qui il nome “sindrome Genovese”), giovane barista del Queens, assassinata Il 13 marzo 1967. Fu avvicinata da un uomo, Winston Moseley, che in seguito come movente dichiarò solo di “voler uccidere una donna”. Ciò che distingue questo caso da altri avvenimenti simili, è il fatto che ben 37 persone (38 in seguito ad un secondo accertamento) furono testimoni dell’omicidio e, tuttavia, non intervenirono. L’uomo infatti accoltellò piiù volte la donna, ma tra la prima e l’ultima coltellata passarono 30 minuti: solo dopo 45 minuti venne chiamata la polizia.

Il Times, che riportò la notizia il successivo 27 marzo , recitava: “Per più di mezz’ora trentotto rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un killer inseguire e accoltellare una donna in tre assalti separati a Kew Gardens.” Nessuno si aspettava un intervento diretto, tuttavia il fatto che i soccorsi furono chiamati con notevole ritardo, sconvolse l’opinione pubblica.

Sebbene l’articolo del Times fosse in parte inaccurato, in quanto nessuna delle 38 persone citate aveva realmente osservato l’intera sequenza dei fatti, il caso della Genovese rimane esemplare nel suggerire tendenze condivise, in particolare il fatto che quando ci troviamo in situazioni di pericolo è più probabile che non si aiutino gli altri, soprattutto in presenza di molte persone.
In seguito a questo episodio si avviò una serie di studi di psicologia per delineare quali siano i meccanismi che intervengono nei comportamenti d’aiuto. Inoltre, fu riformato il sistema di pronto intervento telefonico di New York e creato il 911, numero di emergenza negli USA.

Processi psicologici del comportamento prosociale

I processi alla base della presa di decisione in un contesto dove sono presenti molte persone sono riassumibili nei concetti di diffusione di responsabilità, influenza sociale informativa e inibizione del pubblico.

  • diffusione di responsabilità: è un fenomeno che si accompagna all’influenza sociale, cioè al fatto che ci facciamo influenzare dagli altri. In particolare, in un contesto di folla, la responsabilità tende a diffondersi e, se siamo in presenza di molte persone che non agiscono, siamo meno pronti ad attribuirci la responsabilità di intervenire. Ciò accade perchè riteniamo che siano gli altri a dover agire o perchè pensiano che essi si siano già presi tale responsabilità.
  • influenza sociale informativa: si riferisce al fatto che vedere gli altri non agire ci faccia intuire che l’opzione migliore sia il non-intervento. É detta “informativa” in quanto ricaviamo questa informazione dal comportamento degli altri.
  • inibizione del pubblico: lo spettatore che decide di intervenire corre il rischio di sentirsi in in imbarazzo se la situazione di emergenza non viene interpretata correttamente. Ciò accade perchè chi decide di aiutare deve scegliere quale sia la forma più appropriata di assistenza: se le persone non sanno che aiuto fornire, non intervengono per paura di essere giudifcati negativamente qualora non fosse realmente necessario intervenire o sbagliassero.

5 step che portano all’azione di aiuto

A seguito di diversi esperimenti, gli psicologi Bibb Latané e John Darley individuarono 5 step necessari perchè da passivi spettatori si passi ad intraprendere azioni d’aiuto. Per poter prestare soccorso chi osserva deve:

  1. Accorgersi dell’evento
  2. Interpretare l’evento come un’emergenza
  3. Assumersi la responsabilità dell’azione di aiuto
  4. Conoscere la forma necessaria di aiuto
  5. Implementare la decisione (possiamo decidedere di non agire dopo aver valutato di intervenire perché capiamo di non avere le capacità, oppure perchè riteniamo che i costi del nostro intervento possano essere troppo alti rispetto ai possibili benefici)

Studi successivi misero inoltre in luce il fatto che la disponibilità a prestare aiuto sia influenzata da altre variabili che possono portare a non intervenire anche le persone generalmente più prosociali. Prime fra tutti le pressioni temporali: se le persone ritengono di non avere tempo, di avere fretta o se in generale ciò che stanno facendo ha una priorità temporale su ciò che accade, non intervengono. Il secondo fattore da tenere in considerazione è la somiglianza alle “vittime”, infatti si è più propensi ad aiutare persone che riteniamo simili a noi. Se ad aver bisogno sono i nostri amici o componenti di gruppi sociali a noi vicini, è più facile che scatti empatia. L’ultima valutazione riguarda il merito o attribuzione: aiutiamo chi è in difficoltà se pensiamo che meriti aiuto, se non gli attribuiamo la colpa o responsibilità di ciò che gli sta accadendo. In queste decisioni sembra valere sempre l’ipotesi del mondo giusto, per la quale le persone meritano quello che hanno e ottengono quello che meritano.

Paradossalmente dovremmo sperare di trovarci con poche persone attorno qualora dovessimo avere bisogno di aiuto, perché altrimenti il rischio di non venire aiutati sarebbe più alto.
L’ultima riflessione a fronte delle considerazioni fatte è che conosecere questi meccanismi ci dovrebbe rendere più consapevoli, nonchè responsabili, di intervenire quando nessuno prende l’iniziativa davanti a qualcuno in difficoltà.

Susanna Morlino