Perché i dati sono la vera immagine del mondo? Rosling e Wittgestein contro i pregiudizi

Il mondo di cui parliamo e che pensiamo è veramente lo stesso in cui viviamo?

Copertina del libro Factfulness

Se è vero che le statistiche non bastano a restituire la complessità della realtà, Rosling e Wittgenstein mostrano quanto facile sia dimenticarsi della fattualità del mondo, lasciandoci guidare da opinioni e credenze.

Factfulness

Sono gli eventi che si verificano nel mondo a giustificare e sostenere le nostre opinioni o, al contrario, sono le nostre convinzioni a dar forma al mondo, a restituircene un’immagine? Se, tra le due possibili risposte, nessuna di esse è totalmente corretta e la verità, come spesso accade, sta in quelle sfumature di grigio tanto difficili da cogliere e da definire, Hans Rosling, noto statistico svedese, ha quantomeno il merito, col suo ultimo libro Factfulness, di restituirci parte di quella complessità e di farcela intuire.

Rosling infatti, senza pretese di tipo gnoseologico, senza voler trovare una risposta al precedente interrogativo, attraverso decine di dati raccolti, ci mostra quante opinioni comunemente accettate sul mondo non siano altro che falsi luoghi comuni: nel corso degli ultimi 20 anni, la mortalità infantile è drasticamente diminuita in tutto il mondo, i redditi medi sono aumentati e l’insieme delle persone in stato di povertà assoluta si è enormemente ristretto. Secondo lo svedese, insomma, il mondo non è quella barca che va a fondo che spesso ci immaginiamo. Un’immagine, quest’ultima, che d’altra parte è per noi facile da usare come etichetta per definire la realtà, data la presa che bias cognitivi e pregiudizi hanno su di noi. Essi ci inducono quasi naturalmente a dare maggior peso ai segnali di pericolo, a ciò che troviamo di pericoloso, così che sarà più facile formarsi un’idea tanto negativa quanto solo parzialmente vera del mondo la quale, una volta cristallizzatasi, per gli stessi bias, difficilmente saremo disposti a sconfessare, a costo di distorcere e mal interpretare la fattualità stessa degli eventi.

Ciò ovviamene non significa che il nostro sia un mondo perfetto. La mortalità infantile continua a preoccupare, i livelli di benessere non sono sufficientemente alti per tutti e le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta sono ancora molte. Eppure, come ci spiega Rosling, dobbiamo imparare a distinguere ciò che è in miglioramento da ciò che è grave e preoccupante: il primo infatti non esclude il secondo e per quanto un dato possa essere eccessivamente alto o eccessivamente basso, questo non esclude che, confrontandolo con altri dati, esso sia indice di un miglioramento complessivo. Dunque, se da una parte la povertà è evidentemente un problema incalzante, dall’altra lo è decisamente meno rispetto a 20 anni fa.

Così i dati ben utilizzati e studiati, e con essi la realtà fattuale, diventano uno strumento indispensabile in primo luogo per scardinare ameno in parte quei pregiudizi in noi innati che distorcono la nostra visione delle cose, e in secondo luogo per riuscire, in conseguenza di ciò, ad agire con maggior efficacia sul mondo, capendo concretamente quali azioni siano benefiche e quali invece nocive, per migliorarlo sul serio.

L. Wittgenstein

Mondo e filosofia in Wittgenstein

Nella complessità di significati e di interpretazioni che la caratterizzano, la proposizione con cui Wittgestein, filosofo austriaco vissuto nel secolo scorso, apre il proprio Tractatus logico-philosophicus, “il mondo è tutto ciò che accade”, vuole in realtà esprime un concetto molto semplice: il mondo corrisponde a tutti gli eventi che in esso si verificano e niente di più. Secondo Wittgenstein infatti ogni possibile mondo è il risultato di un particolare interazione tra cose (in un mondo possibile il gatto sta sopra il tavolo, in un altro sta sotto al tavolo), le quali formano così quelli che il filosofo chiama fatti, ovvero l’insieme di tali interazioni e relazioni.

Se da una parte questa nozione di mondo risulta quasi banale ed elementare, dall’altra risulta invece radicale, in quanto esclude da esso, e di conseguenza dal campo di ciò che può essere sensatamente detto, tutto il resto. Per il viennese infatti, poiché mondo (fattualmente e logicamente inteso) e fatti corrispondono e poiché tutto ciò che di sensato possiamo concepire rientra nello spazio logico che esso comprende, solo ciò che riguarda i fatti è dotato propriamente di senso. Così, mentre le proposizioni “il gatto è sul tavolo” e “la giacca è nera”, descrivendo degli stati di cose, sono sensate, proposizioni quali “la giacca è bella” e “secondo me il gatto è sul tavolo”, in quanto esprimono opinioni e non descrivono alcun fatto, al contrario, non lo sono.

Ciò che infine emerge è dunque l’insensatezza della filosofia, dell’ideologia, dell’opinione: queste infatti, non parlando di fatti, ma di giudizi su di essi, non dicono nulla sul mondo. In effetti, se valutare la falsità o la verità di una proposizione che descriva la posizione di un gatto rispetto ad un tavolo non risulta eccessivamente complicato, ciò è invece più problematico per proposizioni che esprimano giudizi estetici o morali. Così Wittgenstein sembra porci lo stesso invito: guardare al mondo per come è e non ai giudizi su di esso.

I dati contro i pregiudizi

Liberarsi dai pregiudizi è difficile. A volte impossibile, quasi fossero innati in noi, come una componete essenziale per il nostro funzionamento. A volte nemmeno ci accorgiamo di avere dei pregiudizi. Se consideriamo la nozione di pregiudizio in senso ampio, possono sembrare (e forse lo sono veramente) una inevitabile fatalità: lo sapeva Hume, che ci fa notare come la nostra convinzione che domani il sole sorgerà sia frutto di una ripetitività che consideriamo scontata, ma che nessuno ci garantisce; lo sapeva Russell col suo tacchino induttivista; lo sapeva Kuhn con la sua teoria degli spostamenti di paradigma. Insomma, spesso è difficile capire dove si trovi il confine tra giudizio e pregiudizio.

Possono dunque i dati e le statistiche liberarci almeno da alcuni di essi, da quelli meno radicati in noi? Non da soli. Non se considerati solo parzialmente, se mal interpretati, se non studiati a sufficienza, se manipolati e decontestualizzati. Tuttavia, per quanto le statistiche non possano restituire un’immagine completa della realtà, quando ben trattate hanno il merito di farci guardare ai fatti , senza essere di parte, senza esprimere giudizi. Perché, se da una lato è vero che i dati possono essere usati per dare credito un’opinione (falsa o vera che sia, ma sempre parziale), dall’altro essi stessi non hanno opinioni, non si fanno portatori di ideologie.

Tornare ai fatti attraverso i dati, in un’epoca nella quale la dialettica politica si fa violenza e le notizie si confondono con le fake news, diventa così un importante metodo per non farci strumentalizzare, per provare a sviluppare uno spirito critico. Soprattutto, per distinguere i fatti dalle opinioni, così che, per quanto possibile, siano i primi ad aiutarci a formare le seconde, personali, critiche e non superficiali, e non piuttosto le seconde, stereotipate e calate dall’alto, a distorcere i primi.

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