Pendoli che pendono e dipendono: l’inquietudine in filosofia e nell’opera di Edvard Munch

Il senso d’inquietudine è uno dei due poli attraverso i quali oscilla il pendolo della vita umana e, simultaneamente, il suo motore perpetuo.

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L’inquietudine non è un sentimento recente, non v’è dubbio che sia connaturato all’essere umano, così come è indubbio che connoti principalmente il moderno. Essa trova nel cristianesimo una delle sue più originarie e originali matrici e, seppure non sia stato il cristianesimo in sé a generarla, di certo l’ha fortemente accentuata. L’uomo cristiano è costitutivamente inquieto, non tanto perché privo di una cosa piuttosto che di un’altra, ma perché è affetto da un bisogno di infinito che da nulla può essere soddisfatto, se non da qualcosa (o qualcuno) di più grande, qualcuno di onnipotente. Tuttavia, nello svolgimento moderno si è prodotta una sorta di evanescenza di Dio, senza però cancellare il bisogno infinito che il cristianesimo ha installato negli uomini. Di qui la necessità di infinito come malattia, una scontentezza senza fondo e insieme un delirio di onnipotenza, quasi compensativo. Senza Dio il bisogno di infinito è condannato allo scacco e si muta in disperazione.

L’inquietudine in filosofia

Ma da una prospettiva di storia del pensiero, quello dell’inquietudine dell’animo umano è uno dei grandi temi della filosofia, da Agostino ai filosofi esistenzialisti e oltre, tutti hanno spogliato l’inquietudine della sua veste spirituale e religiosa e hanno cercato di conferirle una spiegazione naturale e fisiologica. Sul fondo dell’animo vibra un senso continuo di insoddisfazione, una specie di soglia della stessa inquietudine: finché questa rimane a un livello basso, è tollerabile e persino positiva, giacché costituisce una molla all’azione e al mutamento e se possibile al miglioramento delle proprie condizioni. Quando però il livello dell’inquietudine sale troppo in alto, provoca una situazione di malessere che può trasformarsi in dolore intenso. All’estremo opposto però che cosa abbiamo? La quiete eterna, la requiem aeternam, la morte, il riposo perenne implorato dalla preghiera cristiana per i morti. Locke la definiva come il disagio che un uomo può avvertire per l’assenza di una cosa qualunque, la cui presenza attuale porta con sé l’idea di piacere e si configura come desiderio. Quindi, desiderio e inquietudine si sovrappongono. Nietzsche concepì l’inquietudine e la quiete come poli opposti del bisogno di orientamento: ne La gaia scienza scrive che il nostro bisogno di conoscenza deriva dalla ricerca della quiete e la gioia del conoscere manifesta il recuperato senso di sicurezza e il ritrovato orientamento. La vita sembra oscillare tra la quiete eterna e il moto perpetuo, volendo individuare due punti estremi, come nell’oscillazione di un pendolo. Schopenhauer sosteneva che la vita fosse un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia: tuttavia la vita, quasi ogni vita, probabilmente conosce istanti migliori che non solamente noia e dolore, è moto e quiete, attività e riposo in giusta misura, poiché una vita di solo riposo e di esclusiva quiete, in senso letterale e in senso metaforico, è una vita morta. In situazioni sempre diverse, sempre da dominare ex novo, inquietudine e quiete dell’orientamento si scambiano continuamente posizione, sono in continua oscillazione. Nell’oscillazione dell’orientamento tra inquietudine e quiete, l’inquietudine è necessariamente un valore negativo e la quiete un valore positivo. Si crede di stare meglio se si riesce a sfuggire ai problemi: al contrario, l’uomo trarrebbe maggior vantaggio se divenisse capace di ciò che Seneca definiva conversio ad se, se si raccogliesse, cioè, per computare la propria potenza, per acquisire competenza del suo desiderio e padroneggiarsi. L’inquietudine si affaccia non soltanto quando accade qualcosa di sorprendente, ma pure se di sorprendente non capita nulla e l’orientamento non ha più funzione di essere. L’inquietudine sorge in caso di sorpresa come in caso di noia, per paura del cambiamento, ma per lo stesso desiderio di novità. Se l’orientamento è concepito, in questo senso, come vitale, oscillante tra quiete e inquietudine attraverso eventi sgradevoli, sorprendenti, piacevoli, ciò che viene percepito come quieto o inquietante dipende da ciò che interpretiamo come causa degli eventi. Molto più di quanto pensiamo, siamo pendoli che pendono e dipendono e che oscillano tra stati di quiete e stati di inquietudine, siamo pendoli che, attaccati a un punto fisso, oscillano cercando l’orientamento per raggiungere lo stato di quiete, ma che, una volta raggiuntolo, ricominciano a desiderare l’inquietudine del cambiamento, generata a sua volta dalla stessa inquietudine, in accezione più generica.

 

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La gaia scienza, Friedrich Nietzsche

L’Urlo, l’inquietudine di Edvard Munch

Edvard Munch (1863-1944) si pone nella tradizione pittorica a cavallo tra Otto e Novecento superando l’idea della riproduzione fedele all’istante per concentrarsi sull’espressione dei propri stati d’animo attraverso una straordinaria intensità espressiva. Nato a Løten, una località a nord di Oslo, il pittore trascorse un’infanzia difficile contrassegnata da una serie di vicende dolorose, tra le quali la sua malattia nervosa e la morte della madre e successivamente della sorella a causa della tubercolosi, che certamente segnarono la sua già complessa personalità, così come segnarono profondamente il suo intero operato pittorico: tali esperienze attraversano come un fil rouge ogni dipinto di Munch, comunicando un profondo senso di ansia, angoscia, inquietudine interiore, senso incombente di morte, solitudine che si estende a chiunque si trovi di fronte ad una sua opera. Per Munch la tela diviene una vera e propria superficie pulsante sulla quale esprimere la propria angoscia e penetrare nell’animo dell’osservatore: attraverso un chiaro sovvertimento dell’Impressionismo, il pittore fissa sulla tela non l’impressione della realtà esterna, bensì di quella interiore, comunicando, attraverso il proprio senso di inquietudine, la crisi e la solitudine dell’uomo moderno. Il suo è dunque un linguaggio di grande intensità espressiva che prende forma, sulla tela, attraverso una netta deformazione della realtà, immagini esasperate dai colori innaturali e dalle forme fluide e imprecise, con personaggi deformi e spesso allucinati che non rappresentano singoli individui, ma personificazioni dell’angoscia. E’ inevitabile il riferimento al celebre Urlo (1893): chiaro manifesto del suo operato artistico, questo dipinto si colloca nella tradizione pittorica con la forza dei suoi tratti, tratti che comunicano un profondo disagio esistenziale. Un uomo totalmente deforme e dal corpo allungato e fluttuante si trova ad urlare disperatamente su un pontile semideserto, su cui si scorgono soltanto due persone in lontananza che passeggiano nel senso opposto, non facendo caso al suo immenso dolore. Forte il senso di solitudine, di incapacità comunicativa, l’uomo in primo piano urla portandosi le mani alle orecchie, volendo comunicare un dolore insostenibile. E’ un urlo disperato che proviene dal suo essere profondo e profondamente lacerato, dimostrando quanto forte sia la sua inquietudine, proprio come per lo stesso pittore: il suo senso di angoscia e inquietudine interiore fu talmente pesante che lo portò a non fissarsi stabilmente in alcun posto o città. Munch si spostò frequentemente da Oslo a Parigi e a Berlino, essendo la sua sensibilità e il suo gusto non limitati alle esperienze nazionali: durante i suoi viaggi studiò le opere di Monet, Degas, Van Gogh e Gaguin, maturando uno stile personale totalmente autonomo. Egli stesso, a proposito della sua opera più celebre, definisce il capolavoro come il frutto di un’epifania ispirata dai colori rosso sangue del tramonto, durante una passeggiata, dice di aver sentito urlare la natura, di aver sentito i colori stridere, di aver percepito l’ansia di fissare e la necessità di comunicare. E’ un dipinto che arriva direttamente allo stomaco: i colori e le forme creano insieme una fortissima suggestione, generando un sentimento d’inquietudine, specchio di quello di Munch, proprio del pessimismo della fine del suo secolo, teatro del crollo di un sistema di valori e che portò artisti, scrittori e pensatori ad una grande riflessione interiore. L’Urlo incarna e assorbe con incredibile intensità questo malessere, divenendo un urlo universale, simbolo di angoscia e paura, destinato a sopravvivere nel tempo in una prospettiva astorica e atemporale.

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L’Urlo (1893), Edvard Munch

Valeria Parisi

 

 

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