In difesa del libero amore: l’imprescindibilità del sentimento secondo Hume

Nella dicotomia tra fatti e valori, David Hume ricollega ai primi il sentimento, che in quanto dato di fatto è assolutamente inevitabile. E così viene meno anche il conflitto tra sentimento e ragione.

Un gruppo di ragazzi sventola le bandiere della pace ad un gay pride

Il sentimento è un dato di fatto, dice Hume nel saggio dedicato alla regola del gusto, per cui non può essere falso o sbagliato. Fallace può essere solamente il modo in cui poi da questo sentimento deriviamo un giudizio, vale a dire come formuliamo una proposizione che lo esprima; ma in quanto dato di fatto, non può essere un errore. Una dicotomia, quella tra fatti e valori, che poi sarà molto cara anche a tutta la tradizione analitica del secondo Novecento: e già Hume identificava i primi con il sentimento, in tutta la sua inevitabilità. Una delle tesi preferite dai contestatori di orientamenti sessuali diversi dall’etero è quella per cui l’omosessualità sarebbe innaturale e contro natura. Nulla di più sbagliato per Hume, perché al sentimento non ci si può opporre. Sidgwick, filosofo utilitarista dell’Ottocento, sostiene l’esistenza di un irrinunciabile conflitto tra sentimento e ragione, ma Hume ancora una volta non sarebbe d’accordo. Secondo lui infatti c’è poco da mentire a sé stessi: è sempre il sentimento a guidarci e a muovere le nostre azioni, e al massimo la ragione ci spiega i mezzi con cui arrivare all’oggetto del nostro desiderio.

Hume e il sentimento come dato di fatto

Nello Standard of taste il filosofo inglese introduce fin da subito la differenza tra sentimento e giudizio. Possiamo leggere la dicotomia in relazione a quella tra fatti e valori, per cui il sentimento, al quale non possiamo opporci, è sostanzialmente un fatto, mentre il giudizio viene formulato come conseguenza di esso in quanto attribuzione di valore. È un’impostazione che serve a Hume in realtà per definire l’esperienza estetica, ma che nei suoi presupposti non possiamo non applicare al valore del sentimento in sé e per sé. Il livello del giudizio, che si fonda sul primo del sentimento, coinvolge un processo razionale e riflessivo, che ci permette di dare una giusta formulazione di quello, esprimendoci nel modo migliore possibile quanto più siamo allenati a farlo. Al contrario il sentimento ci arriva istantaneamente, senza che possiamo ragionarci su e senza che possiamo determinarlo a partire dal nostro ragionamento. Le passioni sono un qualcosa di immediato, nonché la sola causa della volontà. Esiste una sorta di inerzia pratica, per cui giudizi e credenze non hanno un potere autonomo sulla ragione: al contrario bisogna decostruire la convinzione per cui vi sarebbe un preciso controllo da parte della ragione sulla volontà. Non c’è, ci sta dicendo Hume, alcuna priorità della ragione sulla passione, perché il fondamento è sempre naturale, ed è quello del sentimento. Le stesse fasi di un atto intenzionale non sono da collocarsi nella ragione, ma nella naturalità delle impressioni. La nostra azione è cioè sempre spinta dal sentimento: solo questo porta il soggetto a ricercare l’oggetto. Al massimo la ragione può indicarci la causa dell’oggetto o i mezzi con cui raggiungerlo, ma la spinta sarà sempre data da quello che l’individuo sente: null’altro lo muove nel percorso della vita. L’impulso primario dell’azione non sorge dalla ragione, ma è solamente diretto da essa. Non possiamo perciò prescindere dalle nostre emozioni e passioni, che sono il fondamento e l’origine di ogni cosa e che sono soprattutto inevitabili, irrinunciabili.

Ritratto di David Hume

Il dibattito contemporaneo sul libero amore

Secondo la prospettiva humeana perciò il sentimento è tale in quanto ci si presenta, e per questo non può essere mai sbagliato. Una tesi dura da digerire per coloro che invece sostengono che l’omosessualità sia contro natura: la natura è semplicemente la naturalità del sentimento, ribatterebbe Hume, intesa come spontaneità inevitabile del sentire. Sia che si parli di attrazione che di sentimento d’amore vero e proprio, ciò che l’individuo prova non può essere evitato. Si può agire diversamente e formulare diversi giudizi epistemici a partire da quello, ma ciò non toglie che l’unico fondamento della vita umana sia il sentimento in tutta la sua imprescindibilità. La ragione serve a far sì che ogni istinto possa essere controllato nei limiti richiesti dalla convivenza sociale, ma il vero motore di ogni nostra azione, ciò che ci spinge a fare tutto ciò che facciamo, è e dovrebbe essere solamente quel che muove dal nostro sentire. I desideri, secondo una grossa parte della tradizione filosofica, sono invece irrazionali, in quanto opposti alla razionalità della mente. Lo sostiene Sidgwick nei Metodi, ma come già anticipato Hume preferisce ricollegarli ad una loro naturalità intrinseca. Nietzsche addirittura denuncerà la repressione degli istinti in nome di una morale debole e poco onesta rispetto all’intima verità dell’essenza umana, come quella propria del cristianesimo (cfr. La genealogia della morale). Per quanto estrema sia la posizione di Nietzsche, mostra una realtà inevitabile: sopprimere ciò che si sente in nome di un ideale astratto significa far venir meno la verità propria dell’umano, che dovrebbe aderire più che mai a ciò che prova se vuole essere finalmente onesto con sé stesso. Al massimo è errato tutto ciò che ci vuole impedire di sentire ciò che sentiamo, perché non possiamo costringerci a non provare qualcosa. Possiamo controllarlo, come è di dovere, nei limiti richiesti dalla convivenza civile; ma nessuno potrà mai dirci che il nostro sentimento è sbagliato.

 

Noemi Eva Maria Filoni

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