Paura e Delirio a Marino: limbo senza legge fra fiumi di alcool e comportamenti antisociali

Come la Las Vegas di Terry Gilliam, la Sagra dell’Uva si trasforma in un luogo dove annegare frustrazioni e dissidi in fontane di vino e pozzanghere di vomito. Un luogo dove però si originano i mostri.

C’era una volta “un paese dove il vino usciva da una fontana adornata sulla piazza principale, […] un posto non veramente lontano dal Paradiso”. Sono queste le parole che Richard Owen utilizzò per descrivere la Sagra dell’Uva di Marino in un articolo per il Times risalente all’8 Ottobre 2008. Una festività istituita quasi un secolo prima per festeggiare la fine del periodo di Vendemmia dei vitigni circostanti il paesino laziale. Era però il 1925. I bigotti spadroneggiavano da ogni parte e appena un anno prima gli Stati Uniti bandivano la vendita di spiriti tacciando l’alcolismo di essere un vizio da negri. Cosicché si rese necessario affiancare alla festività profana un più ragionevole anniversario ‘religioso’.

La Battaglia di Lepanto. (venezia.italiani.it)

Correva l’anno 1571. L’ammiraglio delle truppe pontificie Marcantonio Colonna – affiancato da Don Giovanni d’Austria contro l’Impero Ottomano nella Battaglia di Lepanto – approdava vittorioso a Gaeta per poi recarsi direttamente a Marino – parte dei suoi possedimenti. E dal momento che a protezione della Lega Santa era stata posta la Madonna del Rosario raffigurata nello Stendardo di Lepanto, l’allora Papa Pio V decise di proclamare il 7 Ottobre – data della vittoria sugli ottomani – come ricorrenza dei festeggiamenti in onore della Madonna stessa, imponendo che venisse osannata in tutte le località sottoposte al suo dominio temporale – inclusa ovviamente Marino. Quando poi nel ’25 si decise di far coincidere la Sagra con la prima Domenica di Ottobre, il profano ebbe il sopravvento sul sacro, portando i marinesi a festeggiare la Madonna del Rosario in un giorno diverso rispetto a quanto prescritto dal calendario cattolico – a meno che ovviamente la Domenica in questione non coincidesse con il 7 Ottobre. Solo uno dei tanti indizi a indicare che la Sagra dell’Uva di Marino nasconda molte più ombre di quante luci possa dare a vedere. Macchie che sui capi dei malcapitati avventori assumeranno il colore rosso del vino e il puzzo acre del vomito. Una realtà che queste macerate narici han deciso di raccontarvi facendo ricorso a uno strano espediente narrativo, e che per essere compreso, va tradotto secondo la legenda che segue.

Prontuario del tossico

1971: 2019
Etere: Vino
America: Italia
Casinò: Vitigno
Dallas: Il Trullo
Droghe: Alcolici
Barstow: Albano
Las Vegas: Marino
Los Angeles: Roma
Deserto: Campagna
Dr. Gonzo: Anonimo
Tossicodipendenti: Alcolisti
Stampa sportiva: Classe studentesca
Raoul Duke AKA Hunter Thompson: Il Sottoscritto
Gonzo journalism: Particolare stile scrittorio ideato dal giornalista Hunter Stockton Thompson, basato sulla convinzione che un pezzo giornalistico possa essere veritiero senza essere per forza oggettivo. I professionisti che abbracciano questa corrente giornalistica sono normalmente portati, nei loro articoli, a curare più la forma stilistica che la precisione dei dati, riempendoli poi di opinioni e sensazioni personali spesso influenzate dalla contemporanea assunzione di massicce quantità di droghe e alcool – quasi sempre specificate nei suddetti articoli. Sembra che il termine ‘Gonzo’ sia stato attribuito a Thompson per la prima volta nel 1970 dal giornalista Bill Cardoso del Boston Bugle, facendo proprio un termine coniato dalla comunità irlandese della città per indicare l’ultima persona ancora in piedi dopo una maratona di bevute durata tutta la notte. Teoricamente il Gonzo non necessita, a detta dello scrittore Douglas Brinkley, di alcuna correzione o riscrittura, fondandosi proprio sulla sua immediatezza senza filtri, sincera e anche un po’ alticcia.

Paura e Delirio a Marino Laziale

Eravamo dalle parti di Barstow, ai confini del deserto, quando le droghe cominciarono a fare effetto”. Com’ero finito lì? “Strani ricordi in quella nervosa notte a Las Vegas”. Sprazzi di flash e frammenti. “Ricordo che dissi qualcosa tipo: mi sento la testa leggera”. Quattro, cinque, forse anche otto bicchieri di un merdoso vino del contadino che veniva giù come acqua santa, magro battesimo racimolato in un cesso di pizzeria al taglio che puzzava di cane bagnato. Non perché fosse pieno di donne. Non perché avesse appena grandinato. Ma certo la grandine aveva costituito il motivo scatenante per cui mi ero costretto a ingollare quel sudiciume, per dimenticare le paturnie di una giornata che già s’annunciava infame, anche se appena cominciata. Il treno d’andata era sembrato quasi un barcone della speranza. E non perché lo credessi io. Era stato un ragazzo dalla pelle di un colore che facilmente potevi vedere sui quei pescherecci che solcavano il Mediterraneo, a farmelo notare. Una cosa del tipo: “Neanche su quei ruderi galleggianti ti ritrovi così stipato da avere il gomito di qualcuno che ti preme sui coglioni e la sua puzza d’ascella che ti riempie le narici”. Cristo, ho pensato. Questo tizio deve averne viste, di situazioni del genere. O forse no. Non m’importava. Ero troppo concentrato a stiparmi nel vagone in modo tale che il gomito in questione fosse quello di una ragazza, e che l’odore da annusare fosse quello della sua… Avete capito.

Raoul Duke (Johnny Depp) e il suo avvocato Dr. Gonzo (Benicio Del Toro). (racked.com)

Il tutto perché alle fantomatiche ‘autorità’ ferroviarie non era venuto in mente, dopo decenni della stessa ricorrente mattanza, di programmare delle tratte straordinarie per traghettare la fiumana di giovani che, a ogni nuovo Ottobre, avrebbero cercato l’oblio in un bicchiere di Marino, per nascondersi “dalla brutale realtà di quello sfavorevole anno di Nostro Signore, 1971”. D’altronde, già Andreotti aveva capito che “in manicomio, quelli che non dicono si essere Napoleone, dicono che risaneranno il bilancio delle Ferrovie dello Stato”. Ma questa è un’altra storia. Ero da poco sbarcato nella terra di Marcantonio Colonna, e già mi trovavo a dover fare i conti con una sbronza niente male. “Ero chiaramente vittima dell’esplosione della droga. Un tipico fricchettone che ingoiava quello che capitava. […] All’inizio decisi di ingollare solo metà dell’acido, ma versai il resto sulla manica della mia camicia di lana rossa”, uscita indenne non quanto la maglietta bianco latte che avrei lavato, barcollante, la mattina dopo. Sempre che con mattina si possa intendere il tardo pomeriggio. Ma non era neanche quella bella e ora imbrattata maglietta al centro dei miei pensieri. “La sola cosa che mi preoccupava veramente era l’etere. Etere diabolico. Ti fa comportare come l’ubriacone del villaggio di un romanzo irlandese: perdita totale di ogni elementare capacità motoria, vista offuscata, niente equilibrio, lingua intorpidita. Al mondo non c’è nulla di più irresponsabile e depravato di un uomo negli abissi di una sbornia di etere, e io sapevo che ci saremmo arrivati abbastanza presto”. Noi, ci saremmo arrivati. Ma noi chi?

Una delle tante scene psichedeliche del film raffigurante il Presidente Richard Nixon. Proprio di quest’ultimo, Hunter Thompson avrebbe parlato per spiegare la necessità del Gonzo Journalism a causa dell’impossibilità di trattare con oggettività determinati argomenti:”Il giornalismo oggettivo è una delle ragioni principali per cui ai politici americani è stato permesso di essere tanto corrotti e tanto a lungo. Non si può essere oggettivi su Nixon“.(dvdbeaver.com)

Non era passata neanche un’ora, e già mi trovavo solo, disperso, senza un appiglio, alla ricerca di una faccia familiare fra le migliaia che, traviate, avevano deciso di lasciarsi corrompere dalle fiumane di vino che in quelle viuzze scorrevano. Ma non c’era faccia amica da trovare. Tutto ciò che mi circondava “erano prove di un eccessivo uso di quasi ogni tipo di droga conosciuta dall’uomo civile dal 1544 Dopo Cristo”. Non c’era faccia amica da trovare, ma solo un unico, ronzante pensiero che mi sconquassava cervello e parti basse del sotto-intestino: “Cosa stavo facendo lì? Che significato aveva quel viaggio? Stavo solo vagando sotto l’effetto di qualche droga, o ero davvero venuto a Las Vegas per scrivere un pezzo? Chi sono queste persone? Queste facce? Da dove vengono? Sembrano caricature di rivenditori di auto usate di Dallas. E Gesù Benedetto, ce ne sono tantissimi alle quattro e mezza di domenica pomeriggio, ancora ingroppando il sogno americano, quella visione del grande vincitore che emerge dall’ultimo caos peraurorale di un trito casinò di Las Vegas”. Il Dr. Gonzo venne però in mio aiuto, al fine. Lui, e le tante Lucy in the Sky with Diamonds che avevano avuto la brutta idea di accompagnarlo. Li trovai lì, intenti a contrattare con un tizio del Bangladesh che rifilava castagne grosse quanto uno dei quei testicoli che sul treno d’andata s’erano tanto gonfiati. Molto grosse insomma. Ma “quelli di noi che erano stati in piedi tutto” il tragitto “non erano dell’umore giusto per caffè e frittelle: volevamo bere forte. Dopotutto eravamo la crema della stampa sportiva nazionale”.

La macchina di Duke e Gonzo. (redvdit.net)

C’imbottimmo quindi di tanto di quel vino da far resuscitare Edgar Allan Poe dal suo Delirio Tremens: “due buste di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di acido superpotente, una saliera mezza piena di cocaina, un’intera galassia multicolore di eccitanti, calmanti, scoppianti, esilaranti. E anche un litro di tequila, un litro di rum, una cassa di birra, mezzo litro di etere puro e due dozzine di fialette di popper. Non che per il viaggio ci servisse tutta quella roba, ma quando ti ritrovi invischiato in una seria raccolta di droghe, la tendenza è di spingerla più in là che puoi”. Poi subentrano i vuoti di memoria intervallati a flash. Frammenti indistinti di spintoni molesti, di cori stonati, di flirt disperati, di disquisizioni sgrammaticate miste a epifanie senza valore – o che un tale valore non l’avrebbero avuto di nuovo. Per poi ritrovarci, il Dr. Gonzo e io, nuovamente traghettati a ritroso lungo la via che da Los Angeles ci aveva condotto all’Inferno, accompagnati da strani figuri che, con i denti serrati e la bocca ricolma di immondi rigurgiti, si svuotano con tutta eleganza e senza sarcasmo nel secchietto del vagone, conato per conato, sputo per sputo. Per poi crollare esausti, in un sonno scomposto. “L’unica speranza, pensavo, era la possibilità che avessero talmente ecceduto, che nessuno che si trovasse nella posizione di condannarli avrebbe creduto alla cosa”. Non facevo in tempo a mettere insieme questi pochi pensieri residui, che il treno si era mangiato le rotaie in un istante, e già mi trovavo, su un pietoso autobus pieno delle stesse persone che mi avevano accompagnato da Las Vegas a Los Angeles, a salutare il mio caro, vecchio amico Dr. Gonzo. “Ed ecco che se ne va: uno dei prototipi di Dio. Un mutante ad alta potenzialità neanche preso in considerazione per una produzione di massa. Troppo strano per poter vivere e troppo raro per poter morire”. Ed ecco che mi congedo anch’io, sotto lo sguardo stomacato degli ignari disgraziati per i quali quell’autobus, in quella strana parte della sera, aveva rappresentato purtroppo il posto sbagliato al momento sbagliato. O il posto giusto al momento giusto per assistere all’uscita di scena di quello che è poi “solo un altro sballato in un mondo di sballati”.

La morale del Dr. Johnson

Un copione frenetico per un viaggio allucinato. O un copione allucinato per un viaggio frenetico. Questo – e forse solo questo – è il lascito del film Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas), diretto nel 1998 da Terry Gilliam e ispirato a un trip – qualunque traduzione questo termine possa assumere – compiuto nella Città del Peccato dal giornalista Hunter Stockton Thompson e dal suo amico Oscar Zeta Acosta sotto l’effetto di ogni droga immaginabile. Thomspon ne avrebbe fornito un dettagliato resoconto nel romanzo Paura e disgusto a Las Vegas del 1971, cui la pellicola di Gilliam deve molto – se non tutto – in termini di sceneggiatura. Un serrato copione da cardiopalma che costituisce forse l’unica forza trainante di un film che sembra tirare a campare per inerzia, e che cerca di nascondere – dietro interi pezzi di sceneggiatura estrapolati integralmente dai passi di Thompson – la più completa assenza di una trama. Forse una scelta registica per veicolare come nel panorama tossico di Las Vegas, palcoscenico delle situazioni più impensabili, non succeda in realtà mai niente di speciale, di nuovo. Purtroppo per Gilliam, il risultato finale appare ancor più desolante di quel deserto in cui Las Vegas si trova come cinta da una morsa eterna. Seppur trasformatosi negli anni in un grande cult – guadagnando persino una candidatura per la Palma d’Oro all’edizione di quell’anno del Festival di Cannes – il film si rivelò all’epoca un gigantesco insuccesso, come al botteghino – incassando circa 10 milioni di dollari a fronte di 18 milioni spesi per la produzione – così nel panorama della critica internazionale che, spaccata in due, sembrò esaudire quel desiderio masochistico di Gilliam di vederlo accolto “come uno dei più grandi film di tutti i tempi e uno dei più odiati di tutti i tempi”. Così come sarebbe stata rispettata in Paura e delirio a Las Vegas l’abitudine di Gilliam di costruire degli “actor-led movies”: film guidati, se non addirittura trainati dagli stessi attori. Johnny Depp (Raoul Duke) e Benicio Del Toro (Dr. Gonzo) riescono nella non facile impresa – non a caso spinta pericolosamente verso un confine macchiettistico – di rendere iconici questi due prototipi di Dio troppo strani per poter vivere e troppo rari per poter morire. Per immedesimarsi nei rispettivi personaggi, Depp convisse per quattro mesi con Thompson per carpirne espressioni e movenze, mentre Del Toro accumulò 18 Kg nel giro di quanti giorni possono riempire nove mesi, al costo di tante ciambelle quante possono riempire un giorno. Per il modico prezzo di una gravida gestazione, giorno più giorno meno, ciambella più ciambella meno.

Un poster alternativo del film. (pinterest.de)

Il film non riesce però a spingersi oltre. Il suo più grande punto di forza, l’occasione d’oro cui poteva aspirare – e che la lirica di Thompson era riuscita a far trapelare pur nel più confusionario vociare dei trip di Duke e Gonzo – rimane appena accennata, sullo sfondo, declassata a intermezzo di raccordo fra un’allucinazione e l’altra. E cioè a dire quella descrizione degli aspetti più grotteschi e contraddittori del Sogno Americano, delle promesse tradite del Profeta delle Droghe Timothy Leary e del naufragio delle aspettative della Generazione di Woodstock. “Un’altissima e meravigliosa onda” che nella mentalità tossica di Duke corrisponde alla Summer of Love del “1965: la grande ondata di acido di San Francisco”. E che si sarebbe scontrata con l’incubo eroinomane di primi anni ’70: “il segno dell’acqua alta […] dove l’onda infine si è infranta ed è tornata indietro”. Come pure non riesce a sviscerare uno degli spunti più colti e filosofici dell’opera di Thomspon, che non a caso decise di riservargli il ruolo di citazione incipitaria – come pure avrebbe fatto Gilliam sul retro della gocciolante testata del suo film.

La citazione in questione. (youtube.com)

A parlare è il poeta inglese Samuel Johnson (1709-1784), in risposta a una donna che gli chiedeva perché un uomo fosse spinto ad abbrutirsi fra i fumi dell’alcool, spiegandole appunto che “colui che fa di sé stesso una bestia si libera del dolore di essere uomo”. Una morale che, applicata a un romanzo che in realtà parla di droghe, sembra trovare uno spazio a lei più consono in quella Sagra del Vino di Marino che i vari infelici di questo mondo hanno scambiato per una nuova Las Vegas. Un’oasi in mezzo al deserto bagnata da quel vino nel quale si crede di poter annegare le ansie e le insicurezze del quotidiano. Ma come molte oasi che si rispettino, anche Marino si rivela l’ennesimo miraggio. Solo un altro pezzo di deserto – forse ancor più arido e infame – dal quale si fa capolino con una disidratazione [alcolica] anche peggiore. E chi lungo il tragitto avvertirà un senso di alleggerimento, non commetta l’errore d’illudersi che sia il dolore del vivere che via via l’abbandona. Ché invece è la cirrosi che se lo prende e il fegato che lo manda affanculo, pezzo dopo pezzo, a ogni nuovo bicchiere.

In ossequio al Gonzo Journalism mi firmo,
con due litri di vino rosso in corpo,
Carlo Giuliano

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