#OscarsSoWhite: è una questione di identità sociale? Anche quest’anno sorge la polemica.

L’indomani dell’uscita delle nomination agli Oscar 2020 si è riaccesa la polemica: gli Oscar sono davvero inclusivi quanto si proclamano?

 

Dopo la diatriba degli Oscar 2016, il gruppo dirigente dell’Academy si è preoccupato di istituire nuove regole per aumentare il numero di membri di sesso femminile e appartenenti a minoranze, dandosi come scadenza per il miglioramento proprio il 2020.

Academy

Nata nel 1927, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences già dopo due anni dalla fondazione ospitò la prima cerimonia di consegna dei premi Oscar. Ogni anno l’Academy era solita pubblicare i nomi dei membri prima della cerimonia di premiazione, ma dal 2007 ha rivendicato questo diritto e smesso di rivelare i nomi dei giudici.
È stato quindi necessario uno studio del Los Angeles Times condotto nel 2012 per dimostrare che, gli allora 5100 membri dell’Academy, erano in percentuale: 94% caucasici, 77% di sesso maschile, 2% afro-americani e meno del 2% latino-americani.

Tutti i candidati agli Oscar nel 2016

#OscarsSoWhite

L’hashtag #OscarsSoWhite è nato nel 2016, introdotto da April Reign su twitter, quando per il secondo anno consecutivo sono state nominate, in tutte le categorie, solo persone caucasiche. Fece molto rumore la reazione di Spyke Lee, che decise di boicottare la cerimonia e incitò il pubblico a non guardare la diretta televisiva in segno di protesta. D’altro canto l’attrice Charlotte Rampling (nominata quell’anno nella categoria miglior attrice protagonista) difese l’Academy, dichiarando “racist to whites” (“razzismo inverso“) il tentativo di boicottare la cerimonia. Ancora più forte fu la reazione del produttore Gerald Molen, che chiamò tutti coloro che criticavano l’Academy “spoiled brats” (“mocciosi viziati“), sostenendo che il razzismo stava proprio nel sollevare la questione.
Per fortuna il presentatore Chris Rock (uno dei pochi uomini di colore presenti quella sera) è stato capace di scherzarci su: “Se ci fosse una candidatura per i presentatori non sarei su questo palco, ora. Starei guardando Neil Patrick Harris presentare! (…) Se volete candidati di colore ogni anno, bisogna creare categorie per persone di colore! Lo fate già con uomini e donne, pensateci! Non c’è una vera ragione per cui avere un categoria maschile e una femminile per la recitazione! Non c’è motivo! Non è atletica! Non c’è bisogno di separarli!

La donna nell’industria cinematografica

Molto meno scalpore ha suscitato la rivelazione della completa mancanza di registe donne nella lista di candidature per la migliore regia. Allora, secondo la satirica logica di Chris Rock, bisognerebbe dividere anche questa categoria in base al sesso.
Nella storia degli Oscar (di cui quest’anno si festeggia il 92esimo anniversario), solamente 5 sono state le registe nominate: Lina Wertmüller (Pasqualino Settebellezze, 1977), Jane Campion (Lezioni di Piano, 1994), Sofia Coppola (Lost in Translation, 2004), Kathryn Bigelow (The Hurt Locker, 2010) e Greta Gerwig (Lady Bird, 2019). Solo una, Kathryn Bigelow, è risultata vincitrice, proclamata da Barbara Streisand, che aprendo la busta non si è trattenuta dal dire: “Well, the time has come” (“È giunto il momento”).
In generale è stato rilevato che nell’industria cinematografica le donne sono circa il 17% del totale (7% le registe, 13% le sceneggiatrici, 17% le produttrici esecutive e meno del 5% le direttrici della fotografia).
Incontestabile fu il commento del presidente degli Stati Uniti davanti alla polemica del 2016: “Stiamo facendo in modo che tutti stiano avendo una possibilità? Bisogna cercare il talento giusto e dare un’opportunità a tutti quanti.”

Identità sociale

Negli anni ‘70 due psicologi: Henri Tajfel e John Turner hanno seguito uno studio sull’identità sociale. L’uomo, secondo le loro osservazioni, tende spontaneamente a costituire dei gruppi, nei confronti dei quali prova un forte sentimento di appartenenza. I due scienziati condussero un test chiamato “Klee-Kandinskij”: sulla base della preferenza tra i due pittori, i soggetti si divisero naturalmente in due schieramenti, iniziando a percepirsi come appartenenti a gruppi diversi e contrapposti e preferendo membri del proprio schieramento rispetto a quelli dell’altro. Si notò dunque che creare una distinzione “noi/loro” è una tendenza automatica e istintiva nell’essere umano, il quale, inoltre, cerca metodicamente l’opportunità di criticare o scontrarsi con “l’altro”, alla continua ricerca di un confronto sociale.
Negli Stati Uniti la presenza di afro-americani segna circa il 13% della popolazione, si è sondato che la percentuale di persone appartenenti alla minoranza LGBT oscilla tra il 3 e 4%, e la presenza di donne è circa uguale in tutto il mondo, seppure sia vero che nell’industria cinematografica le donne sfiorino il 17%.

Politica

La premiazione è giudicata poco accogliente nei confronti delle minoranze, eppure i titoli vincitori della tanto sognata statuetta al miglior film, soprattutto negli ultimi anni, hanno molto spesso avuto come soggetto questo stesso tema scottante: nel 2019 vinse Green Book, la storia di un pianista afro-americano vittima di pregiudizi, nel 2018 toccò a La Forma dell’Acqua, la cui protagonista è una donna affetta da mutismo, il 2017 fu l’anno di Moonlight, con cui si toccò, tra le tante, la tematica LGBT, e negli anni precedenti si trovano titoli come: Il caso Spotlight, 12 anni schiavo, Il discorso del re, A beautiful mind, Balla coi lupi e tanti altri.
Gli Oscar sono senza dubbio diventati l’ennesimo campo politicizzato, ed essendo premi dati sulle abilità artistiche, abilità totalmente qualitative e in nessun modo quantificabili, non si sa veramente da che parte farsi per risolvere la questione, motivo percui la risposta democratica e razionale di Obama sembra l’unica con la quale identificarsi senza alcuna riserva.

https://www.theguardian.com/film/2016/jan/28/barack-obama-speaks-oscars-diversity-academy-awards-2016

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