L’inerzia del senso comune usa il concetto di ‘Occidente’ con un’inconsapevole leggerezza teorica che produce, tuttavia, pesanti conseguenze pratiche. Il concetto di ‘Occidente’ non è mai esistito, né esiste oggi, separatamente da quello di ‘Oriente’ anche in base alle connotazioni che sembrano più sicure, quelle geografiche: come per gli antichi Greci l’Oriente era la Persia, la quale, invece, era Occidente per i Cinesi, così oggi la California è Far West per gli europei, ma è Oriente per i Giapponesi. Rimane, comunque, oggi come ieri, il problema di come affrontare in termini filosofici il rapporto tra ciò che assumiamo come ‘Occidente’ e ciò che assumiamo come ‘Oriente’: quale natura e quale dinamica caratterizzano la formazione del concetto di identità? E quale dovrebbe essere il corretto rapporto tra identità diverse?

 

Risulta evidente anche da una semplice analisi degli aspetti più elementari della conoscenza che, per potersi rappresentare il fatto che una cosa, un’idea o una persona è proprio quella e non un’altra, è necessario confrontarla almeno con un’altra. Nella tradizione del pensiero occidentale Eraclito fu il primo ad intuire tale concetto, che venne per la prima volta tradotto in termini rigorosamente filosofici da Platone alla fine del Sofista, quando dimostrò che, per la definizione di qualcosa, l’essere ‘diverso’ è necessario tanto quanto l’essere identico. L’intrinseca correlazione tra identità e diversità venne poi ulteriormente approfondita, com’è noto, da Hegel: “Questo principio (d’identità) nella sua espressione positiva di A = A non è anzitutto altro che l’espressione della vuota tautologia. (…) Così è la vuota identità, cui restano attaccati quelli che la pigliano come tale per qualcosa di vero, e sempre mettono avanti che l’ identità non è la diversità, ma che identità e diversità son diverse. Costoro non vedono che appunto qui dicon già che l’identità è un diverso; poiché dicono che l’identità sia diversa dalla diversità. (…) La verità è completa solo nell’unità dell’identità colla diversità. Ciascuno è assolutamente il passare o, meglio il suo proprio trasportarsi nel suo opposto. Questo incessante sparire dei contrapposti in loro stessi è la prossima unità che viene ad essere mediante la contraddizione (…).” Nelle civiltà orientali considerazioni dal contenuto assai simile risultano molto più diffuse, specialmente nell’ambito di quegli orizzonti di pensiero che in maniera più profonda hanno subìto l’influsso del Taoismo e del Buddhismo: nella loro linea di pensiero qualcosa è considerata essere quello che è non solo perché è in rapporto con qualcos’altro, ma perché è, dall’origine, costituita da qualcos’altro. La tradizione buddhista ha elaborato al riguardo l’immagine della ‘rete di gioielli’ in grado di rappresentare in modo estremamente efficace questa prospettiva di ‘relazionismo dinamico‘: in tale rete ciascun gioiello risplende non grazie ad una propria, intrinseca, luminosità, ma in virtù della sua capacità di riflettere la luminosità di tutti gli altri gioielli. Anche nel Taoismo filosofico viene esposta, in modo più formale, la medesima idea per cui ogni identità va intesa in quanto prodotta grazie all’apporto di altre, diverse, identità: “Invero ogni essere è altro da sé, e ogni essere è sé stesso. Questa verità non la si vede a partire dall’altro, ma si comprende partendo da sé stessi. Così è stato detto: l’altro proviene dal sé stesso, ma se stesso dipende anche dall’altro”.

Emerge a caratteri netti una ‘logica’ dell’identità come relazione, dialettica dinamica, mediante la quale può essere affrontato anche il problema del nesso Oriente-Occidente (nella misura in cui venga considerato come una forma particolare del rapporto generale tra identità diverse). A tal proposito risulta particolarmente interessante la proposta di Hasan Hanafi, professore di filosofia all’Università del Cairo. Il suo paradigma consiste nel voler rifondare un rapporto comunicativo e di confronto tra l’Io e l’Altro (oriente/occidente). Per cominciare, è necessario definire i vocaboli (fondamentali all’interno del suo pensiero) “orientalismo” e “occidentalismo”. Tentando una decostruzione dell’orientalismo, il cui paradigma ha rappresentato per Hanafi, almeno in taluni momenti storici, una forma sapientemente organizzata di imperialismo, esso appare come «proiezione occidentale sull’Oriente con la volontà di dominarlo, prima intellettualmente poi anche materialmente». E, dunque, conseguentemente sembra assolvere la funzione di strumento di affermazione e di controllo dell’Io europeo sull’Altro orientale, indicando con «Io e Altro il soggetto vincente rispetto al soggetto subordinato», secondo la prospettiva del filosofo egiziano. Non esisterebbe dunque un Oriente oggettivo, «così come non è mai esistito un orientalismo puramente scientifico, del tutto innocente e disinteressato». Necessario per Hanafi è dunque il nuovo concetto di “Occidentalismo”, che i popoli non europei devono sviluppare e che deve articolarsi anche (ma non solo) come atteggiamento di contrapposizione all’orientalismo, implicante una semplificazione e normalizzazione dell’Occidente. Hasan Hanafi muovendosi nella direzione della rivendicazione positiva dell’alterità ha proposto non già il semplice superamento della presunta contrapposizione oriente-occidente, arabo-europeo, bensì una riformulazione dei termini fondamentali – Io e Altro – nel tentativo di stabilire una fertile e reale comunicazione con l’Occidente: «La dialettica tra l’io e l’altro esprime la lotta tra il nuovo e l’antico sul piano delle culture nel divenire storico. Si verifica presso tutti i popoli ed è scandita da grandi cicli culturali quando l’Occidente era l’io, l’Oriente, in relazione a lui, era l’Altro e viceversa, quando l’Oriente era l’io, l’Occidente era l’Altro».

In Hanafi tale dialettica dell’alterità si esplica in qualcosa di simile all’idealismo hegeliano, una teoria delle idee (e non un divenire storico) che vede l’alternarsi – tra apogeo e decadenza – ora del sistema occidentale ora di quello orientale. L’Occidentalismo consiste, poi, nella riaffermazione del principio di appartenenza, inteso come vitale riconoscimento della ricchezza culturale orientale, rinnovamento del turath (tradizione, eredità in arabo) attraverso la ricostruzione delle discipline classiche del pensiero islamico e l’attuazione di un processo di riappropriazione della coscienza. Hanafi fu anche ispiratore del breve esperimento del movimento-partito “La Sinistra islamica” in cui cercò di mettere in pratica le sue convinzioni teoriche. L’atteggiamento occidentalistico per Hanafi assolve, dunque, una funzione correttiva della stereotipizzazione comportamentale prodotta dall’orientalismo eurocentrico, e comporta in buona sostanza la fondamentale riscoperta del Sé da parte dell’Oriente.  Una riappropriazione da parte dell’Oriente come processo educativo e culturale, al termine del quale Oriente e Occidente possano dialogare come autentici soggetti culturali. Aspetto interessante della teoria di Hanafi è che può essere, seppur azzardatamente, accostata al discorso sull’egemonia di Gramsci. Come sottolinea il professore Fabio Frosini, esperto del pensiero gramsciano: “tutto lo sforzo compiuto da Gramsci nei quaderni del carcere è rivolto a dotare il movimento operaio di una teoria che possieda forza egemonica, che prendendo le mosse dal punto di vista delle classi subalterne (l’oriente in Hanafi, che attualmente è l’altro), pensi il modo nel quale quel punto di vista può arrivare a comprendere, spiegare e criticare il punto di vista opposto della classe dominante (l’io, l’occidente) e realizzare un “progresso intellettuale di massa” che sfoci in una trasformazione strutturale dei rapporti di forza politici e culturali”. Seppur utilizzando categorie diverse, la scienza dell’occidentalismo in Hanafi diventa la teoria con la quale i mondi subalterni (terzo e quarto mondo) e nello specifico i popoli islamici possano diventare “l’io”, riconquistando “l’egemonia” attraverso la critica dell’idea dei popoli “dominanti” (gli occidentali). Inutile negare come (anche alla luce di un ventunesimo secolo battezzato dalla nascita e dallo sviluppo di movimenti fondamentalisti e Jihadisti) nel pensiero di Hanafi vi è una forte carica utopica e una grande fiducia nella teleologia del divenire storico.

Tommaso Ropelato