L’obsolescenza programmata di alcuni tipi di beni di consumo (dai capi di abbigliamento agli smartphone, alle stampanti e molti altri) è una strategia con cui non tutti i consumatori sono familiari. Essa, utilizzata principalmente nell’economia industriale, consiste nel programmare anticipatamente la ‘data di scadenza’ dell’oggetto che si vuole immettere in commercio, che sia dopo un tot di tempo o di utilizzi. Esistono due metodi principali per raggiungere questo obiettivo: il primo, certamente meno evidente e discusso, è di tipo meccanico, ovvero il malfunzionamento volontario avviene per via di un componente interno, o a causa delle caratteristiche dei materiali che compongono il prodotto. Nel secondo caso, è l’acquirente stesso che si sente in dovere di sostituire l’oggetto che già possiede con un modello nuovo; si tratta di obsolescenza percepita, o simbolica, di natura unicamente psicologica. Quest’ultimo meccanismo è tipicamento impiegato nelle mode, nelle pubblicità e in tutti i condizionamenti a cui la società dei consumi ci sottopone.

Origini storiche

Nonostante il recente scandalo delle batterie dei device Apple che rallentano i processori farebbe pensare il contrario, la prima testimonianza certa dell’impiego dell’obsolescenza programmata come tattica di commercio si ha nel 1924, quando il cartello Phoebus, lobby dei principali produttori di lampadine, impose una vita di massimo 1000 ore per le lampadine ad incandescenza. Questa scelta appare ancora più controversa se si considera che, al tempo, la tecnologia per far durare le lampadine 2500 ore o più non solo esisteva, ma era anche quella più diffusa. Successivamente, Bernand London (un mediatore immobiliare) nel 1932 teorizzò in forma scritta l’invecchiamento precoce dei beni di consumo come soluzione per uscire dalla Grande Depressione. Un altro esempio pratico si ebbe sempre negli anni ’30, quando le calze di nylon prodotte dall’azienda DuPont vennero sostiutite con una fibra assai meno resistente, in quanto il modello precedente era stato ritenuto ‘dannoso per gli affari’ poichè fin troppo duraturo. Ancora più avanti, il designer statunitense Clifford Brooks ha notoriamente definito l’obsolescenza ”ll desiderio del consumatore di possedere qualcosa un po’ più nuovo, un po’ meglio, un po’ prima del necessario”, e, nonostante la sua proposta prevedesse che i beni obsoleti non venissero semplicemente gettati via, ma che fossero venduti di seconda mano a un prezzo minore, già si potevano percepire i possibili sviluppi negativi del fenomeno che oggi siamo chiamati a risolvere.

Dibattito al giorno d’oggi

Attualmente, è quasi universalmente riconosciuto dagli esperti che un piano di produzione basato sull’obsolescenza programmata non possa che andare a ledere la libertà e il potere d’acquisto del consumatore. Citando Roberto Verganti: ”I clienti dovrebbero comprare le cose perché vogliono non perché sono costretti a farlo. Dovrei cioè poter scegliere di cambiare smartphone perché quello appena uscito mi offre grandi prestazioni, non perché il mio dopo 2 anni non funziona più. Innovazione non è e non deve essere un sinonimo di obsolescenza”. Molto spesso, infatti, gli oggetti sono progettati per diventare inutilizzabili proprio poco dopo la scadenza della garanzia, o in concomitanza dell’uscita prevista del nuovo modello. Senza contare come i costi di riparazione dei componenti siano, in molti casi, più alti di quelli dell’acquisto di un nuovo prodotto, talvolta per via di una scelta deliberata del produttore (di nuovo, Apple è il caso più recente ed emblematico, avendo tagliato di 30 euro la spesa per la sostituzione della batteria degli iPhone a seguito dello scandalo riportato sopra). In realtà i vantaggi economici per le case produttrici appaiono relativi se si considera come l’obsolescenza pianificata non crei una concorrenza leale, riduca considerevolmente i posti di lavoro e le possibilità di riparatori capaci e preparati e, una volta smascherata la tattica, produca soltanto cattiva pubblicità. Senza considerare come la rapida evoluzione delle tecnologie disponibili e delle meccaniche che influenzano realmente il mercato richiedano un atteggiamento ben diverso. Per avere una prospettiva ancora più completa, basta consultare i dati sulla produzione di rifiuti elettronici, tra i più difficili da smaltire, ogni anno: il 2017 ha visto un incremento del 5% rispetto al 2016, una percentuale non indifferente nel quadro generale della crisi ambientale che stiamo vivendo. E che così non facciamo altro che accellerare. Di conseguenza, sarebbe naturale chiedersi quanto valga la pena cercare il profitto immediato, quando il prezzo da pagare è così alto per tutti, a prescindere dal ruolo giocato nell’ambito meramente economico.

Cosa fare?

Premettendo che una soluzione definitiva potrebbe entrare in vigore solamente con un (alquanto improbabile) completo cambiamento di rotta guidato dalla volontà delle gandi corporazioni stesse, è sicuramente compito dei diversi Stati e degli enti sovranazionali tutelare il consumatore almeno dal primo tipo di obsolescenza programmata, ovvero quello fisico. Bisognare notare che l’Europarlamento si sia già mosso in questa direzione approvando una mozione contro la strategia in questione, olter che con il precdente decreto a favore dell’eco-progettazione, in cui vengono incluse le variabili volte ad estendere la durata dell’utilizzo dei dispositivi elettronici. Ma si può a ragione temere che tutto ciò non basterà. Il vero problema non è la necessaria finitudine del ciclo vitale di un oggetto in sè. Bisogna essere coscienti del ‘memento mori’ che riguarda tutte le cose che ci circondano, nonchè, in maniera non meno rilevante, noi stessi. Ma ciò non giustifica la volontà di controllare ogni singolo aspetto di questa fine necessaria, anche perchè la macchinazione scientifico-economica, come direbbe Heidegger, finisce per ritorcersi contro il suo creatore, portandolo ad alienarsi da sè e a perdere il contatto con la sua vera capacità di essere libero e di scegliere. E quale scelta, volendo richiamere anche Fromm, è adesso meno importante di quella tra avere o essere?

Giulia Onorati