Il Superuovo

Perché pensiamo che il sapere allontani dalla religione

Perché pensiamo che il sapere allontani dalla religione

È opinione sempre più diffusa tra i giovani che un accrescimento della propria erudizione implichi consequenzialmente un allontanamento dalla religione, intesa quest’ultima nei termini di una partecipazione, nel sentimento o nell’atteggiamento, a un ideale religioso proprio di una religione storica e non nell’accezione di fede. 

La scuola di Atene, Raffaello Sanzio

Guardando all’Italia, notiamo come la secolarizzazione avanzi inesorabilmente tra i giovani del Belpaese. Secondo la ricerca Eurisko su un campione di 1500 giovani, nel 2015 gli atei dichiarati erano il 28% (il 23% nel 2007); quelli che credono solo per tradizione famigliare il 36,3%, ma di questi il 22% afferma di non credere davvero in Dio.

Franco Garelli osserva come questi dati siano rappresentativi dell’avanguardia moderna dell’Italia giovane, essendo maggiormente presenti nelle zone geografiche più dinamiche e produttive, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di medio-buona condizione socioculturale. Il maggior livello di istruzione è il punto focale della nostra analisi.

L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana. Se sovrapponiamo i dati sulla scolarizzazione a quelli raccolti da Eurisko saremmo allora tentati di dire che sì, a un miglior livello di istruzione consegue una diminuzione del sentimento di appartenenza a un ideale religioso. Ma considerare questo dato come il nesso funzionale che sta portando a un aumento della secolarizzazione in Italia non ci consentirebbe una migliore comprensione del ruolo della religione, intesa come riportato nell’introduzione, e della diffusione del sapere nel nostro orizzonte socio-storico.

Anni sessanta, scolari durante un momento ricreativo

In primo luogo, ci vogliamo focalizzare sul ruolo della religione nel tessuto sociale contemporaneo. Oggi, la religione, intesa in termini di vissuto personale, entra a far parte dell’individualità nei termini di un’adesione a un determinato orizzonte socio-culturale. Nel 2014, un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna (Michele Caputo e Giorgia Pinelli) ha condotto un’analisi sulla formazione dell’identità religiosa di un gruppo di migranti di seconda generazione.

Don Lorenzo Milani

Tra i vari spunti forniti da tale studio, risultano quanto mai significativi alcuni aspetti comuni che emergono dai racconti di suddetti giovani. I ragazzi raccontano di un’identità religiosa totalmente identificata con l’ambiente socioculturale di provenienza. L’educazione religiosa viene così percepita come frutto naturale di un ambiente totalmente impregnato di valori e riferimenti cristiani, mediato dalla famiglia. Altri ragazzi parlano di educazione religiosa nei termini di obbligo familiare e sociale.

In generale si evince un chiaro imbarazzo nell’adesione a un ideale religioso proprio a causa dell’assenza di motivazioni alle regole e alle credenze praticate e trasmesse nella famiglia. Tale tradizione culturale viene così percepita come una ritualità imposta, come convenzione sociale, in cui la famiglia perpetua riti e consuetudini senza saperne dare le ragioni.

I bambini e la scuola di Albert Samuel Anker

In secondo luogo, ci concentriamo sul significato che la formazione culturale dell’individuo ha nel nostro tessuto sociale. Per formazione si intende il processo attraverso il quale ogni individuo, nell’arco della vita, e nelle diverse stagioni di essa, esercita la propria conquistata autonomia per continuare a modellare la propria umanità individuale, soddisfacendo una personale progettualità rispetto ad un proprio sistema di motivazioni e valori, e rispetto all’orizzonte socio-culturale in cui egli vive.

L’autonomia del soggetto è dunque l’obbiettivo primario del processo di formazione dell’individuo. La quale implica la responsabilità di 
condurre la propria vita in piena coerenza ed equilibrio con tutto ciò che si ritiene di valore. È valorizzazione della vita biografica, delle esperienze passate e dei desideri futuri che appartengono intrinsecamente alla propria fattualità, e che per questo motivo non possono essere frustati da una frustrazione della capacità di investimento creativo.

Si tratta di uno sviluppo della capacità di tutela dell’unità della personalità progettuale. 
Ciò implica naturalmente una dimensione relazionale e intersoggettiva. L’autonomia individuale non può realizzarsi indipendentemente dall’autonomia altrui, le quali non possono collidere o limitarsi reciprocamente ma devono collaborare all’interno di un confronto comunicativo e razionale.

Pensare sempre in accordo con se stessi

Kant, Critica della facoltà di giudizio

Immanuel Kant

In tale prospettiva, emerge come la ritenzione dogmatica e tradizionalista che si riscontra nella trasmissione della religione, in un orizzonte socio-storico dato, vada a cozzare con lo sviluppo del pensiero autonomo e critico derivante dalla maturazione del processo di formazione culturale.

Inoltre, non è da sottovalutare la posizione delle istituzioni religiose. Concentrandoci sulla Chiesa Cattolica, risulta quanto mai evidente l’emergere di un atteggiamento critico nei confronti di tale istituzione, i segni critici si rintracciano nella presenza di interessi economici e politici negli ambiti ecclesiastici e nelle gerarchie, nella formazione inadeguata per i futuri sacerdoti, il perdurante clericalismo, i tremendi scandali che hanno coinvolto la Chiesa. Si rileva un anticlericalismo diffuso, che oscilla dalla indignazione alla compassione, e che spesso si traduce in forme di anticlericalismo più o meno radicale. Ciò entra inevitabilmente in contraddizione col dogma del “primato della Chiesa” e può essere visto come un’ulteriore causa del distacco dei giovani dalla religione.

La splendida navata centrale di Notre Dame de Paris

Per John Stewart Mill l’autonomia è la «libertà di perseguire il proprio bene a proprio modo, fino a che non cerchiamo di privare gli altri della loro o di ascoltare i loro sforzi per ottenerla». Definire in questi termini il concetto di autonomia significa gettare su di essa uno sguardo concreto alla situazione nella quale l’individuo si trova ad agire, e riconoscergli, da un lato, il diritto alla massima libertà di scelta possibile compatibilmente con la scelta altrui; dall’altro, il diritto alla massima molteplicità possibile di circostanze.

“Un bambino che legge sarà un adulto che pensa”

A questo punto, non possiamo fare a meno che affermare come la correlazione: più sapere uguale meno religiosità non sia di tipo sostanziale ma relazionale. Non è nella formazione culturale in se che si produce il distacco dalla religione, ma nell’impossibilità di conciliare il libero sviluppo delle proprie facoltà mentali con un dogmatismo stantio e intanfito, incapace di stare al passo con lo sviluppo sociale in atto.

Se intendessimo questa relazione in termini sostanziali ne deriverebbe, ad esempio, che la lettura di autori come Nietzsche, Schopenauer, Marx possa sì provocare un’allontanamento dalla religione, ma anche che la lettura di autori come Pascal, Kierkegaard e Hegel possa, altresì, sortire l’effetto inverso.

Inoltre, a ognuno di noi sarà capitato di conoscere persone portatrici di una profonda religiosità, ma anche munite di un ampio bagaglio culturale. Sintomo del fatto che una religiosità matura e consapevole, svincolata dalla staticità della tradizione dogmatica, non sia affatto inconciliabile con un elevato livello di erudizione.

La filologia del cristianesimo. – Quanto poco il cristianesimo educhi al senso dell’onestà e della giustizia, lo si può ben valutare dal carattere degli scritti dei suoi dotti: essi presentano sfrontatamente le loro congetture come se fossero dogmi, e raramente capita loro di trovarsi in onesto imbarazzo nell’interpretazione di un passo della Bibbia. Ogni volta ripetono: «Ho ragione, perché così sta scritto»; e segue un’interpretazione sfacciatamente arbitraria, tanto che un filosofo che la senta restia a mezzo tra collera e riso. Nietzsche, Aurora

Il dubbio come peccato. – Il cristianesimo ha fatto di tutto per chiudere il cerchio, dichiarando peccato anche soltanto il dubbio. Nella fede si deve venire proiettati per miracolo, senza intervento della ragione, e poi nuotare in essa come nel più limpido e nel più univoco degli elementi: anche solo uno sguardo alla ricerca di una terraferma, il pensiero che forse non siamo qui solo per nuotare, il minimo moto della nostra natura anfibia: è peccato! Si osservi però che in tal modo sono esclusi chome peccaminosi anche la motivazione della fede e ogni riflessione sulla sua origine. Quello che si vuole è cecità, stordimento e un eterno canto sulle onde in cui è affogata la ragione. Nietzsche, Aurora

Non si scherza con Friedrich W. Nietzsche

Ecco quindi la nostra tesi: che non è il “sapere” ad allontanare dalla religione, ma è la trasmissione della religiosità in chiave tradizionalista e dogmatica ad essere incompatibile con la maturazione di un pensiero autonomo fondato su una solida base culturale. Ciò implica sia la difficoltà nello sviluppo di una religiosità matura nei soggetti che si riconoscono “credenti” sia un netto rigurgito della cultura religiosa da parte di quei soggetti che si riconoscono come “non credenti” (atei, agnostici ecc).

Ecco perché pensiamo che il sapere allontani dalla religione.

 

 

 

 

 

 

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