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O buoni o cattivi: scopriamo il Manicheismo alla base di “The Good Place”

O buoni o cattivi: scopriamo il Manicheismo alla base di “The Good Place”

Esistono il Bene e il Male assoluti? Il Manicheismo e “The Good Place” dicono di sì. Ma è così?

Quattro anime, un demone, un robot antropomorfo; un Aldilà diviso in super buoni e super cattivi. Sono questi gli ingredienti di The Good Place, serie Netflix che si propone di usare la farsa per discutere un argomento esistenziale: l’etica.

CALCOLARE LE BUONE E LE CATTIVE AZIONI: THE GOOD PLACE

Un mondo dell’Aldilà diviso nettamente in buoni e cattivi. La vita valutata secondo un rigido punteggio composto da bonus e malus come un qualsiasi gioco a premi. Chi raggiunge un traguardo elevato si merita di un’eternità nella Parte buona. Tutti gli altri condannati per sempre. Nessuna via di mezzo, nessuna sfumatura.

È questa l’idea alla base di The Good Place, serie Netflix lanciata nel 2016 e oggi alla quarta stagione. La serie è uno di quei prodotti che lascia perplessi. In effetti, ci si chiede spesso quale motivo spinga a guardarla. Perché definirla demenziale è forse riduttivo. Eppure, sa giocare la sua carta vincente. Carta vincente che coincide con il senso stesso della storia: una riflessione sull’etica, sulle scelte di vita e sulle motivazioni che si celano dietro a una “buona azione”.

Il pretesto è dato da un errore di fabbrica. Eleanor Shellstrop, morta in un rocambolesco incidente, viene accolta nella Parte buona e introdotta alla sua nuova vita eterna. Il suo curriculum in vita è irreprensibile: attivista umanitaria e ambientale, avvocato per i diritti umani, missioni di pace in Ucraina…e uno scambio di persona. La Eleanor che si trova nella Parte buona è un’omonima dalla vita tutt’altro che esemplare. Egoista e menefreghista sulla Terra, dovrà imparare in segreto a comportarsi eticamente per poter mantenere il suo posto in Paradiso ed evitare la dannazione.

Ma una domanda la affligge, mentre si barcamena in uno studio disperato tra Aristotele e Kant: perché non esiste una via di mezzo? Perché non esiste una terza via per le persone che come lei hanno vissuto una vita nella media, né buona né cattiva?

Ebbene la risposta alla domanda è proprio nella teoria filosofica che sottende tutta la serie: il Manicheismo.

DIVIDERE LA REALTÀ IN DUE: IL MANICHEISMO

Il Manicheismo è una speculazione filosofica più recente di quanto forse si pensi. In effetti, la sua dottrina cosmologica di Luce e Tenebra, Bene e Male, porta con sé quell’atmosfera mitica e sfumata tipica delle narrazioni sull’origine del mondo che si perdono nella notte dei tempi. Tuttavia non è così. Il Manicheismo, al contrario, ha una precisa collocazione temporale e anche un fondatore eponimo: il profeta iraniano Mani. Durante il III secolo d.C., attingendo dai contenuti delle Sacre Scritture giudaico-cristiane elaborate alla luce del Zoroastrismo, Mani elaborò una vera e propria religione fondata su una cosmologia dualista. Il pensiero del profeta, da lui considerato come rivelato in più momenti della sua vita dagli Angeli della Luce, è in effetti una immensa lettura dell’ origine, struttura e fine dell’Universo, a cui corrisponde una ferrea guida morale.

Ciò che più lo distingue dalla tradizione giudaico-cristiana è il principio dualista della realtà. Per il Manicheismo, infatti, all’origine dei tempi e dell’Universo esistevano due principi: lo Spirito-Luce e la Materia-Tenebra. La nascita dell’Universo non è altro che un atto di violenza. È la Tenebra che fagocita la Luce, la Materia che soggioga lo Spirito. Da qui, l’ordine perfetto si tramuta in divenire e caos: è la nascita del Mondo.

Da una tale cosmogonia, derivano due stringenti precetti morali. Il primo, come è facilmente intuibile, risiede nel rifiuto della materia e alla sua condanna come prigione deteriorante dello spirito.

Il secondo traduce la visione dualista dalla cosmogonia alla morale. Come all’origine Luce e Tenebra erano due principi cosmologici nettamente separati ed equipotenti, così nella realtà sì configurano in abito etico come Bene e Male. Non esiste un terzo elemento. Il Bene assoluto e il Male assoluto.

Saranno proprio questi due principi a risultare inaccettabili per il Cristianesimo e non c’è da stupirsi. L’esistenza del Male-Tenebra come principio sia cosmologico che etico intacca la struttura stessa delle religioni monoteiste: l’esistenza di un unico Essere Supremo. Il fatto poi che il Male sia un principio etico, fa sì che possa esistere un’alternativa alla bontà e, dunque, una non necessità del pentimento e della redenzione. È per questo che il Manicheismo fu a lungo combattuto dai filosofi cristiani, primo fra tutti, Agostino d’Ippona.

DA DOVE VIENE IL MALE? IL SUPERAMENTO AGOSTINIANO DEL MANICHEISMO

Il rapporto di Agostino con il Manicheismo è complesso, fruttuoso e viaggia parallelamente al suo cammino di conversione verso la religione cristiana. Egli vi si accosta e se ne separa a partire dalla stessa domanda: unde malum?  Da dove il male?

Il problema della teodicea è centrale in Agostino. In effetti, è proprio la difficoltà di risolvere il paradosso dell’esistenza del Male in un mondo creato da un Dio buono a suscitare nel filosofo di Tagaste una profonda inquietudine.

Sarà proprio tale struggimento ad avvicinare Agostino alla dottrina manichea, con la speranza di trovare nella sua ferrea dicotomia quella chiarezza che la dottrina cristiana ortodossa non gli garantiva. Tuttavia, anche il Manicheismo si rivela deludente e fallace. Per Agostino è inaccettabile pensare all’esistenza di un principio duale e malvagio, poiché la Verità, per essere tale, deve essere unica e buona. Tale Verità è il Dio buono dei cristiani e, come tale, è l’unico principio possibile, sia cosmologico che etico.

A partire da queste considerazioni, nate dall’incontro e dallo scontro con il Manicheismo, Agostino elaborerà finalmente la teoria del male che mette a tacere la sua inquietudine. Teoria talmente potente da diventare fondativa del pensiero cristiano.

Il male non esiste. Come il buio è assenza di luce, il male è semplice privazione di bene, non esiste di per sé. Detto questo, non possono esistere persone cattive. È ontologicamente impossibile. Il male non esiste né dal punto di vita fisico né da quello etico. Quello che esiste è la distrazione,  l’ allontanamento più o meno volontario dal bene, ma mai il male in sé. E tutto il male apparente verrà dunque riassorbito nel Bene assoluto, Dio, unico principio e Verità.

Ecco che quella rigidità tipica del Manicheismo si sgretola di fronte alle teorie agostiniane. Le persone non sono né buone né cattive, ma un misto di luce e ombra, di bene e male.

Il Manicheismo di The Good Place non ha spazio. Ma in fondo, senza spoiler, è ciò a cui tende la serie stessa:

diciamo che la parte buona era nella parte cattiva, sin dall’inizio.

 

 

 

 

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