Il Superuovo

“Non si può trovare pace sottraendosi alla vita”: Nietzsche e Schopenhauer riecheggiano in “The Hours”

“Non si può trovare pace sottraendosi alla vita”: Nietzsche e Schopenhauer riecheggiano in “The Hours”

Il coraggio di vivere una vita autentica. Il dialogo filosofico tra Nietzsche e Schopenhauer rivive nelle protagoniste di “The Hours”.

Rilasciato nel 2002, The Hours ottenne un incredibile successo, grazie soprattutto alle interpretazioni di un cast eccezionale. Meryl Streep e Julianne Moore fanno da contraltare al toccante ritratto di Virginia Woolf, ruolo che valse l’Oscar a Nicole Kidman.

VIVERE IN UNA BUGIA: LE TRE DONNE DI THE HOURS

Basato sull’omonimo romanzo di Michael Cunningham, The Hours è un film corale e intenso che fa breccia nello spettatore e lo invita a una profonda riflessione.

La trama si sviluppa attraverso l’intreccio di tre vite che ruotano intorno a un libro: La signora Dalloway, di Virginia Woolf.

La prima vita è proprio quella della Woolf, ritratta durante la scrittura del romanzo, la cui stesura risveglia fantasmi e angosce mai sopiti; la seconda è Laura Brown, una madre casalinga nella Los Angeles degli anni Cinquanta, impegnata nella lettura del romanzo. La terza, Clarissa Vaughan, è una madre e imprenditrice omosessuale avanti con gli anni, che sembra rivivere a tutti gli effetti la storia della signora Dalloway, con la quale condivide il nome.

Tre donne, un denominatore comune: l’infelicità dissimulata attraverso una vita di bugie. Virginia Woolf è costretta per la sua malattia a vivere in campagna e a rimpiangere Londra al punto da attuare una furtiva fuga verso la metropoli. Laura è incastrata in una vita familiare non voluta e opprimente. Clarissa vede crollare il proprio castello di carte autocelebrativo e rassicurante quando si ritrova incapace di evitare il suicidio del suo migliore amico.

L’intera pellicola si sviluppa intorno alla necessità di fuggire da una vita a metà per abbracciare un’esistenza autentica.

Ovviamente nel film, così come nel libro, è fortemente presente il pensiero della Woolf così come appare in La signora Dalloway, ma non solo. Le protagoniste sembrano incarnare le due parti di un dialogo a distanza cardine nella filosofia a cavallo fra Ottocento e Novecento: la volontà di vivere tra Nietzsche e Schopenhauer.

DEPORRE LE ARMI: LA NOLUNTAS DI SCHOPENHAUER

Per affrontare Schopenhauer è in effetti possibile partire dalla sua massima più nota, che lo ha reso celebre ai più:

La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia.

Al di là del suo successo popolare, che ha finito per svilire e banalizzarne il significato, tale motto è in effetti un compendio di tutto il pensiero del filosofo tedesco.

Ricostruirne il pensiero sarebbe troppo lungo in questa sede, ma basterà darne un piccolo accenno utile allo scopo. Per Schopenhauer, nella relazione con il mondo l’uomo scopre la sua vera essenza. In particolare, dopo aver constatato che né l’intelletto né la ragione possono penetrare la realtà delle cose, l’uomo volge lo sguardo verso se stesso e si riconosce come corpo guidato da una forza incessante. Tale forza è chiamata dal filosofo: volontà di vivere. 

Con questo nome, egli indica una forza cosmica cieca che guida tutta la realtà e il cui unico fine è la propria esistenza e autoconservazione. Ciò determina che tutta la realtà non vive per se stessa, ma come mero strumento per la conservazione della volontà di vivere. Ma questo, per Schopenhauer, significa che tutta la vita non è altro che dolore. Volere, infatti, significa desiderare qualcosa che non si ha. Ma se la Volontà è eterna, anche il desiderio lo sarà. Come tale, non potrà mai essere appagato. Da qui il dolore come caratteristica ontologica di tutta la realtà, uomo compreso.

Qual è dunque la via d’uscita? L’uomo è costretto a un dolore eterno, reso ancora più frustrante da vacui attimi di felicità?

No. O almeno non del tutto. Sebbene il prezzo da pagare sia altissimo.

Schopenhauer propone infatti alcune possibili fughe, ma solo una è quella realmente efficace. Se il desiderio perennemente inappagato è la causa del dolore, la soluzione si trova nelnon desiderare più. Ma questo vuol dire non vivere più. Suicidio? No, noluntas. Astenersi dalla vita. Astenersi dalle passioni, aspettative, gioie, dolori. Lasciarsi vivere, in modo passivo. Rinunciare a essere protagonisti attivi della propria vita. In questo modo si determina la mancanza di desideri e di aspettative. Lasciarsi vivere significa non soffrire.

È una scelta comoda in effetti. È la scelta che caratterizza la vita delle protagoniste di The Hours. Ma ne vale la pena? Vale la pena vivere una vita a metà per paura di soffrire?

Interlocutore postumo di queste domande è Nietzsche, il quale ci offre una visione opposta e coraggiosa.

 

IMMERGERSI NEL LAGO: IL ALLA VITA DI NIETZSCHE

La filosofia di Nietzsche nasce da una costola di Schopenhauer ma si struttura come il suo negativo. Il punto di partenza è il medesimo, la meta è antitetica.

Nietzsche è perfettamente consapevole dell’irrazionalità dell’esistenza. L’irrazionale, l’imprevedibile, il nulla è la caratteristica ontologica della realtà. L’uomo si trova in balia di una forza cieca e imperscrutabile. Fin qui, Nietzsche e Schopenhauer procedono di pari passo. La differenza sostanziale è nel significato che Nietzsche attribuisce a questa irrazionalità.

Al contrario del predecessore, infatti, Nietzsche eleva l’irrazionalità a guida della realtà e dell’esistenza umana. L’umanità ha per secoli cercato di formulare narrazioni che spiegassero e dessero un senso alla propria vita: l’astrologia, la religione, la morale, la politica. In questo modo, tuttavia, ha finito per costruire un castello di carte privo di fondamenta, che promette un ordine consolatorio inesistente e dunque facilmente preda di sconfitta, delusione, dolore. Questo è cio che Schopenhauer non aveva compreso. La sofferenza non è causata dalla realtà in sé, ma dall’uomo che non riesce ad accettare l’irrazionalità della propria esistenza. Perché è difficile, è faticoso. È molto più semplice affidarsi a modelli razionali consolatori. Più semplice, sì. Ma anche inautentico.

L’invito di Nietzsche, al contrario, è quello di avere il coraggio di abbracciare la vita per quella che è. Di amare e affidarsi alla sua irrazionalità, senza cercare di imbrigliarla.

Immaginando un lago profondo e oscuro, Schopenhauer scapperebbe lontano. Nietzsche invita a tuffarsi. Il primo sopravvive, ma non vive davvero, ostaggio della paura. Il secondo vince il terrore e salta nell’acqua. Scopre così una nuova, meravigliosa realtà: ma vita autentica.

È proprio questa ricerca di una vita autentica che caratterizza le vite delle protagoniste di “The Hours”. Attraverso loro, anche tutti noi. Solo una di esse ci riuscirà: Laura. Abbandonerà marito e figli, scomparendo nel nulla. Compie una scelta di coraggio per vivere una vita autentica:

là c’era la morte. E io ho scelto la vita.

In fondo, il dialogo tra Nietzsche e Schopenhauer si può riassumere nella battuta più emblematica del film, sussurrata da una romanzata Virginia Woolf al marito:

Non si può trovare pace sottraendosi alla vita, Leonard.

 

 

 

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