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Noam Chomsky Day: chi è il filosofo-eroe di “Captain Fantastic”?

Noam Chomsky Day: chi è il filosofo-eroe di “Captain Fantastic”?

La famiglia Cash non ha dubbi su chi sia il suo eroe, modello di vivacità intellettuale e impegno politico. Ma chi è davvero Noam Chomsky? A noi il compito di tracciare i lineamenti di uno dei filosofi più influenti della seconda metà del novecento.

I sei fratelli della famiglia Cash

Se credi che non ci sia speranza, farai in modo che non esista alcuna speranza. Se credi che ci sia un istinto verso la libertà, farai in modo che le cose possano cambiare ed è possibile che tu possa contribuire a creare un mondo migliore. Questo il mantra della famiglia Cash, mantra che risuona direttamente dal pensiero libero e rivoluzionario di Noam Chomsky, di cui tale parole sono espressione fedele. E allora non c’è modo migliore, per comprendere la storia di questa stramba famiglia fuori dagli schemi, di riferirsi proprio al messaggio del nostro autore, pietra miliare della filosofia contemporanea. Ma prima, lasciamoci catturare dall’indomito spirito di Ben e della sua folle combriccola.

Il protagonista di Captain Fantastic Ben Cash, interpretato da Viggo Mortensen

Un inno alla libertà: l’eccezionale storia della famiglia Cash

Protagonista di questa pellicola già divenuta cult è l’anticonformista Ben Cash, il quale conduce, immerso nella natura più incontaminata, una vita del tutto distante dagli ideali estetici e consumistici delle società contemporanee, allevando i propri figli all’insegna del rispetto per il  mondo circostante, della cultura, della libertà di agire fuori dagli schemi imposti. Fortemente avverso ai tradizionali valori della cultura borghese, Ben rifiuta categoricamente di festeggiare il Natale, preferendo ad esso il da lui inventato Noam Chomsky Day: egli ritiene, infatti, che nessuno meglio del filosofo americano incarni la figura del pensatore audace, libero, pronto a scardinare le convenzioni abusate. Il caos ordinato della famiglia Cash crolla d’un tratto all’arrivo di una terribile notizia: la moglie di Ben, Leslie, da tempo lontana da marito e figli a causa di un grave disturbo depressivo, si è appena suicidata. Dinanzi al tragico evento, il gruppo è costretto ad abbandonare la propria strana routine per impegnarsi in una missione necessaria: far rispettare le ultime volontà della donna che, buddhista, avrebbe desiderato essere cremata e gettata nello scarico di un gabinetto qualunque. Certo che la famiglia di lei non avrebbe acconsentito a tale richiesta non convenzionale, Ben si mette alla guida del suo amato furgone Steve per compiere la missione insieme ai propri figli. La vicenda assume qui toni drammatici: i ragazzi, a poco a poco, iniziano a distaccarsi dall’atteggiamento fuori dalle righe del padre, accusandolo di aver condotto la madre alla follia e di non esserle stato accanto nel momento del bisogno. Quando una delle figlie rischia di morire a causa di uno dei suoi eccentrici piani, Ben realizza di aver varcato il segno: si decide così ad abbandonare le proprie velleità ideologiche, accettando che i ragazzi si stabiliscano dai nonni e costruiscano da sé il loro futuro. Quando il destino sembra ormai compiuto, giunge inatteso l’ultimo colpo di scena: dimostrando di non aver mai realmente dimenticato gli insegnamenti del padre, i fratelli decidono di ribellarsi all’accettazione passiva dei fatti, tornando da Ben per compiere finalmente i desideri della madre. In un finale dal sapore di dolce speranza, la famiglia giunge a riconciliarsi con se stessa, con la vita e con la morte, aprendosi all’incerta strada del futuro. Sullo sfondo, risuonano di nuovo le parole di Noam Chomsky. Ed ora è davvero arrivato il momento di consegnarli  lo scettro.

Noam Chomsky (1928-), padre della Grammatica generativa e instancabile attivista politico

Una rivoluzione linguistica: la grammatica generativa

Prima di entrare nel merito del pensiero politico e sociale di Noam Chomsky, vero fil rouge che ci permetterà di comprendere la connessione sussistente tra il nostro autore e il film di Matt Ross, è opportuno fare riferimento agli studi del filosofo americano concernenti la linguistica, campo in cui le sue riflessioni si sono imposte come del tutto innovative e decisive per il dibattito filosofico contemporaneo. Chomsky si forma in un contesto, quello americano della prima metà del novecento, in cui domina largamente il paradigma  comportamentista, scuola psicologica e filosofica fedele alla legge dello stimolo-risposta: questo gruppo di studiosi riteneva infatti che l’apprendimento consistesse meramente nell’acquisizione di risposte indotte dall’esposizione ripetuta ad un dato stimolo. Parallelamente, andava sviluppandosi in Francia il sempre più popolare approccio strutturalista, fondato invece sul principio che le singoli parti di un sistema linguistico potessero essere comprese soltanto nella relazioni funzionali  che le connettevano agli altri elementi dell’insieme. Chomsky, fin dall’opera del 1957 Le strutture della sintassi, rigetta ambedue queste teorie ritenendole insufficienti a rispondere al quesito che più lo assilla: come è possibile che da un numero finito di segni, come quello di una lingua naturale, sia possibile per un parlante produrre un numero potenzialmente infinito di frasi corrette? Inoltre, nota Chomsky, un bambino non si limita affatto a ripetere parole e frasi già ascoltate, bensì nell’apprendere un linguaggio sembra possedere in sé il criterio per decidere sulla correttezza di una struttura sintattica. Tali riflessioni conducono il filosofo americano all’elaborazione della sua fondamentale grammatica generativa: esiste nell’essere umano una competenza innata, una disposizione naturale alla comprensione della correttezza del linguaggio, la quale gli permette di escludere logicamente le combinazioni senza significato, incapaci di dire qualcosa sul mondo. Più in profondità delle radicali differenze che apparentemente distinguono le lingue naturali, emerge dunque una struttura profonda di valenza universale.

Firma di Noam Chomsky

Pensare la libertà: l’attivismo politico di Chomsky

Accanto al ruolo di acuto pensatore, Chomsky incarna da sempre l’ideale intramontabile dell’intellettuale impegnato, attento ai fatti e ai misfatti della classe dirigente, pronto in ogni contesto a promuovere la libertà d’espressione ed il pensiero critico. In particolare, l’implacabile penna del nostro autore si è spesso violentemente scagliata contro l’ideologia neoliberista, musa dominante e pervasiva dell’odierno mondo occidentale. In questo senso risulta paradigmatica la sua analisi del ruolo dei mass-media per la conservazione e la gestione del potere: attraverso il meccanismo che egli definisce fissazione delle priorità, le grandi potenze finanziarie ormai surclassanti l’incidenza politica degli stati definiscono una struttura gerarchica delle notizie che attraverso i mezzi di comunicazione mirano a raggiungere la popolazione. Tale uso improprio dell’informazione mina alla radice la libertà di pensiero dell’individuo, il quale si vede negare la possibilità di un accesso completo e imparziale alle notizie, finendo nella maggior parte dei casi vittima di un bieco indottrinamento. Chomsky ritiene, alla pari del suo celebre collega Michel Foucault, che l’essenza del potere risieda nella conoscenza: la forza e l’apparente inscalfibilità dei sistemi neoliberisti risiede appunto nella possibilità di decidere su cosa possa e cosa non possa essere conosciuto, in una sorta di relazione inversamente proporzionale tra solidità del potere ignoranza della popolazione. Convinto sostenitore dell’anarchismo, Chomsky afferma che l’unico antidoto a tale implacabile degenerazione tecnocratica sia rappresentato da un’autentica riscoperta delle istanze socialiste-libertarie, le sole capaci di ricongiungere finalmente personadialogo politico. Le sole, in definitiva, in grado di far sì che la conoscenza torni ad essere dono condiviso per il bene comune, anziché squallido strumento di dominio.

 

Qualcuno diceva che il valore di una persona è definito da ciò in cui questa crede, dai modelli cui si ispira.  E Ben Cash, in fondo, non se la passava male.

 

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