Il richiamo di Chthulu può contenere il sublime? Lovecraft e Kant ci aiuteranno a capire

Esistono abissi insondabili, negli indefinibili meandri del nostro mondo, dove l’innaturale regna, e domina, indisturbato e titanico.

Il richiamo di Chthulu, celebre racconto dello scrittore statunitense H.P. Lovecraft, mostra perfettamente come il sublime possa annidarsi nell’innaturale, in attesa di sopraffare l’uomo con la sua potenza estetica.

Alla ricerca della pazzia

Il racconto narra la ricerca attuata da Francis Wayland Thurston per scoprire la sorte del suo prozio, legata ad uno strano ed inquietante culto pagano su cui stava investigando: il culto di Chthulu. Quella che si pensava fosse stata una morte naturale, Francis comincia a sospettarla essere molto di più: un assassinio attuato per celare la vera vastità del culto. La ricerca, che sembra nascere inizialmente con l’intento di fare chiarezza, riportando ad un ordine logico e razionale una vicenda apparentemente mistica, sembra sprofondare sempre più velocemente in un’orgia di follia e sangue. Il culto sembra estendersi nel tempo come un demone tentacolare e deforme, che allunga le sue amorfe membra per millenni. Instaurato infatti nel nostro pianeta fin dall’alba dei tempi, il culto sembra essere presente in moltissime parti del globo, rendendo la sua minaccia tangibile e concreta. Tuttavia, questa è solo la punta dell’iceberg. Il vero terrore si annida più in profondità, nelle leggende stesse del culto. La città di R’lyeh, e il mitico Chthulu, man a mano che le indagini di Francis progrediscono, diventano da primitive leggende ad effettive minacce per l’intero genere umano. Il terrore raggiunge il culmine, quando Francis scopre la sorte toccata ad un marinaio, scopritore dell’antica, deforme, mitologica e immensa città di R’lyeh; e del suo eterno custode, Chthulu.

H.P Lovecraft

 

Colui che giace

”Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col volgere di strani eoni, anche la morte può morire.”

Ultimo superstite dell’equipaggio della Emma, Gustaf Johansen riesce a tornare a casa, e prima di morire, a scrivere su un diario la vera sorte toccata ai suoi compagni. Il suo racconto, che Francis riesce a reperire, fa luce sulla vera portata del mito di Chthulu. In un luogo sconosciuto in mezzo al mare, dove l’irrazzionale diviene reale, sorge la mitica città di R’lyeh, antica ed imponente, dove la geometria euclidea cede il posto ad edifici deformati dalla struttura inarticolata. E lì, in quel luogo impregnato di nefasti presagi, giace in dormiveglia l’antico Chthulu.

I compagni di Johansen, ignari di ciò, risvegliano inavvertitamente il mostro, che fa strage dei suoi compagni. Johansen riesce a scappare, ma in patria lo attende la morte. I cultisti di Chthulu agiscono, e l’unico testimone di quest’orrore viene assassinato a sangue freddo.

Il sublime nell’orrore

Immaginate, anche solo per un istante, misero ma opprimente, di essere Johansen. Voi siete lí, piccoli ed esigui, quando la porta di un gigantesco edificio si apre davanti a voi, facendone emergere una creatura titanica, primordiale, il cui solo vederla sfilaccia gli abissi psicologici della vostra mente, frantumando ogni vostra certezza e sicurezza. La testa cefalopode, il corpo antropomorfo, i lunghi artigli e le ali dragoniche aleggiano su Johansen con una promessa di morte. E lui fissando quell’abominio innaturale, la cui grandezza trascende l’infinito, scopre l’inadeguatezza dell’essere umano e delle sue fragili certezze. Il mostro diviene uno specchio, un ricettacolo di tutte le paure irrazionali dell’uomo che trovano nelle sue fattezze la sublime rappresentazione del loro essere.

È questo il sublime, un riflesso di ciò che non potrà mai appartenerci, se non in uno sguardo fugace e sfumato che andrà perdendosi negli eoni del tempo.

Nel sublime

Cos’è il sublime per Kant? Forse sarebbe utile metterlo in luce paragonandolo al suo contrario, il bello. Se il secondo è un sentimento armonioso e dolce, che ci fa gradire la natura e le sue manifestazioni, il primo è qualcosa di sconvolgente e disarmonico. È l’essenza della natura in tutta la sua brutalità. Mentre nel bello avviene un processo supportato dalla nostra immaginazione, essa invece, nel sublime è ridotta allo stremo. Lacerata e frammentata da qualcosa che non è in grado di assorbire ed elaborare, l’immaginazione ci obbliga a riconoscere la nostra inadeguatezza davanti a qualcosa che non può essere incorporato in schemi estetici prestabiliti. Un qualcosa che sfugge al razionale e al nostro controllo. Un qualcosa di titanico e oppressivo nella sua strabiliante manifestazione. Il sublime diviene l’emblema dell’incontrollabile, indomita, e proprio per questo affascinante, manifestazione brutalizzante del vero potere della natura.

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