Il Superuovo

Niccolò Fabi: io sono l’altro, una canzone su empatia e intersoggettività

Niccolò Fabi: io sono l’altro, una canzone su empatia e intersoggettività

Nel brano ”Io sono l’altro” Niccolò Fabi canta l’importanza dell’empatia e il ruolo essenziale dell’intersoggettività.

La copertina di Tradizione e tradimento, l’album del 2019 di Niccolò Fabi in cui è contenuto il brano Io sono l’altro

Sono quello che ti anticipa al parcheggio / e ti ritarda la partenza, / il marito della donna di cui ti sei innamorato / sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato.” Io sono un altro te, tu sei un altro me: qualsiasi cosa tu sia ora, è probabile che un giorno sarò lo stesso e che lo sia già stato in passato per qualcun altro. In Io sono l’altro, un brano che è vera poesia, Niccolò Fabi musica una serie di concetti particolarmente importanti non solo per la società attuale ma per l’umanità in genere. Filosofia dell’alterità, empatia, intersoggettività: mettersi nei panni dell’altro non è solo un dovere etico, ma anche l’unica modalità per sopravvivere.

Ci vorrebbe più empatia

Hume la chiamava ancora simpatia, ma il concetto è lo stesso: una vera e propria forma di comunicazione – così la definiva il nostro Hume – che governa la nostra tendenza a ricevere i sentimenti altrui e percepirli. Empatia che permette l’annullamento delle distanze. Dal greco letteralmente em- , ”dentro” e patheia, che è il termine della partecipazione affettiva: e quindi stare dentro, stare dentro l’altro, annullando la distanza che sussiste tra me e lui. È proprio a questo che si riferisce Niccolò Fabi quando dice che ”io sono l’altro”. Theodor Lipps, il filosofo della psicologia estetica, addirittura dice che senza empatia non sarebbe nemmeno possibile l’esperienza artistica, poiché per percepire i sentimenti che mi vogliono trasmettere una tela, una poesia e l’artista dietro ad esse è necessario che io sia dentro quella cosa lì, e cioè che sia capace di empatia. Secondo un altro psicologo, Marshall Rosenberg, la prima forma di comunicazione non violenta. Ma non è tutto teoria e speculazione: in tempi relativamente recenti tale professor Giacomo Rizzolato ha scoperto l’esistenza di un vero e proprio organo biologico dedicato alle funzioni empatiche, e cioè i neuroni-specchio. Emblema del fatto che l’empatia non solo sia un dovere morale, ma anche un risultato diretto dell’evoluzione umana e animale, e che per questo ha un suo ruolo ben specifico che non può essere tralasciato: quello di garantire la nostra sopravvivenza. ”Sono quello che dorme sui cartoni alla stazione / sono il nero sul barcone, / sono quello che ti sembra più sereno / perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni in meno. / Quelli che vedi sono solo i miei vestiti /adesso facci un giro e poi mi dici.”

Niccolò Fabi (maggio 1968)

Esistiamo solo fintanto che esiste un altro

Esistiamo solo fintanto che esiste un altro per cui esistere: ma questo ce lo dicevano già gli esistenzialisti. E a dirla tutta ce lo ha sempre insegnato anche la storia, che comincia ad essere storia dell’uomo solo nel momento in cui questo comincia ad associarsi ai suoi simili – come già annunciava Aristotele. Fichte diceva che l’individuo diventa consapevole di se stesso solo se in contatto con un altro soggetto: e questo perché ”io sono l’altro”, per dirla alla Fabi. Ma soprattutto perché è solo nella dimensione intersoggettiva, nella costituzione di un rapporto con l’altro che può nascere l’etica e che l’individuo assume, per la prima volta, una responsabilità. E questo ci costringe a citare immediatamente Levinàs, il filosofo francese per cui noi siamo prima di tutto responsabili dell’altro come lui lo è di noi. Secondo lui, l’uomo è costituito esattamente nella relazione con l’altro; ed è costituito nel farsi responsabile di fronte all’altro. Mounier aggiungerà che l’intersoggettività è l’esperienza fondamentale della persona. Heidegger invece, con il suo concetto di esserci, sottolineerà come caratteristica principale dell’essere umano quella di essere gettati nel mondo, di essere in rapporto con gli altri. E cioè, per ritornare al punto da cui siamo partiti: esistiamo solo fintanto che esiste un altro per cui esistere. E nel rapporto che io creo con questo altro io divento responsabile di lui e lui di me, a salvaguardia della reciproca intersoggettività; che permette, prima di tutto strutturalmente e poi anche eticamente, l’umanità. Sono il donatore che aspettavi per il tuo trapianto / sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio / il direttore della banca dove hai domandato un fido / quello che è stato condannato / il presidente del consiglio.”

Fabi sul palco durante un suo concerto

La paura del diverso

Io sono il velo / che copre il viso delle donne / ogni scelta o posizione che non si comprende. / Io sono l’altro / quello che il tuo stesso mare / lo vede dalla riva opposta / io sono tuo fratello, quello bello.” Tutta questa bella teoria filosofica finisce per avere, ovviamente, importanti conseguenze sociali. Ed è di questo che vuole parlare il brano di Fabi: la paura del diverso, l’importanza di mettersi nei panni dell’altro, razzismo e omofobia se proprio vogliamo allargare il campo. Dietro alle parole del cantautore romano, come dietro a tutti i suoi lavori, c’è un impegno sociale che pochi nel panorama musicale attuale hanno avuto il coraggio di assumere. Ancora una volta Niccolò Fabi si riconferma una voce importantissima non solo per la canzone italiana contemporanea ma anche per i più importanti temi sociali che attraversano la nostra realtà: attenendosi, soprattutto, alle parole che canta. ”Io sono l’altro”.

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