Il Superuovo

Nessuna lingua è pura: le 5 lingue che hanno maggiormente influenzato l’italiano

Nessuna lingua è pura: le 5 lingue che hanno maggiormente influenzato l’italiano

Valzer, ginseng, bambù, playa e bignè: nominandoli facciamo il giro del mondo.

Che ogni lingua è influenzata dalle altre ce lo spiegano bene il linguista Cesarotti, che nel suo Saggio sopra la filosofia delle lingue afferma che “nessuna lingua è pura” e, due secoli prima, già Machiavelli, che sostiene che non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza haverne accattato da altri.

Francese e provenzale

Ogni qualvolta parliamo di ragù, bignè, società, boutique, decolleté e croissant stiamo utilizzando parole francesi che, per il loro largo utilizzo in italiano, sono diventate veri e propri prestiti linguistici. Da sempre i rapporti tra italiano e francese (lingua d’oil parlata nel Nord della Francia) e provenzale (lingua d’oc parlata nella parte meridionale del Paese) sono molto intensi. A determinarli hanno influito in primo luogo la dominazione carolingia in Italia tra il IX e X secolo e, limitatamente all’Italia meridionale, anche quella normanna e angioina. In secondo luogo non sono da sottovalutare gli stretti rapporti commerciali intrapresi dalle due nazioni soprattutto durante il Medioevo, il continuo arrivo di pellegrini in Italia e il vasto diffondersi di modelli letterari francesi come le Chanson de geste. Non dovrà quindi meravigliarci il fatto che in questo periodo entrino a far parte dell’italiano gioia, noia, talento, ma anche coraggio e speranza, parole che ci fanno compagnia nelle giornate più difficili. In Italia numerose parole francesi trovano vastissimo utilizzo nel Settecento (definito non a caso “Secolo bilingue”), durante il quale non c’è alcun ambito totalmente esente dai gallicismi, che si diffondono negli ambiti più disparati: compaiono così in Italia sarcasmo, purè, ghigliottina, brochure, cronometro, boulevard e così via.

Spagnolo

Quando nel Cinquecento la Spagna di Carlo V diventa lo Stato più potente d’Europa lo spagnolo diventa la lingua straniera più diffusa, e penetra anche in Italia. Parole del nostro lessico quotidiano come regalo, appartamento, flotta, disinvoltura e complimento sono spagnolismi entrati a far parte della nostra lingua proprio in quell’epoca. Ma non solo: nello stesso periodo entrano a far parte dell’italiano anche parole esotiche quali mais, cacao, cocco, bambù, iguana, caimano, che sono giunte nel nostro Paese proprio grazie all’intermediario spagnolo (e portoghese).
Anche negli anni più recenti il fenomeno degli iberismi è consistente, conseguenza del vasto diffondersi di termini provenienti soprattutto dall’America latina: da parole del calcio, come mundial e goleador; a quelle del ballo, come tango e samba. Che le parole iberiche abbiano un forte potere evocativo è innegabile, e questo emerge nella tendenza spagnoleggiante che notiamo banalmente pensando a pezzi musicali come Vamos a la playa o notando in pubblicità il nome di prodotti come Fiesta o Kinder Bueno.

Inglese

A partire dal Seicento, grazie alla lingua dei giornali e alle traduzioni dei romanzieri, si diffondono in Italia sempre più anglicismi. Dopo aver preso piede, il fenomeno invade progressivamente tutti i settori della vita quotidiana e raggiunge il suo culmine dopo la seconda guerra mondiale, quando l’american way of life trova larga diffusione anche in Italia. È così che cominciamo a parlare di tennis, volley, basket in ambito sportivo; discutiamo di star, audience e share nel mondo spettacolo; amiamo la musica blues, rock, tecno o heavy metal e nell’osservare l’abbigliamento di qualcuno ci chiediamo se il suo look sia glamour o fashion. È innegabile che gli ambiti sopra elencati e altri, tra cui spiccano l’informatica, la pubblicità e i media, spingono la comunicazione di massa ad abbandonarsi al fascino indiscreto per le parole inglesi e quindi a prediligere la forma followers piuttosto che seguaci e week-end piuttosto che fine settimana. Nonostante ciò non è opportuno parlare di “invasione inglese” o addirittura, come qualcuno fa, di italiese: sono soprattutto i media ad amplificare la presenza dell’inglese nella nostra lingua e ad offrirci un’immagine di italiano invaso da termini inglesi. Come sempre avviene nella storia delle lingue, infatti, la scure del tempo che ha già portato alla perdita di prestiti linguistici introdotti negli anni passati inciderà inevitabilmente anche su quelli del presente.

Germanico e tedesco

Le più antiche parole giunte a noi sono entrate a far parte della nostra lingua, ai tempi latina, già prima del IV secolo. Tra queste brace, sapone, vanga, ma anche termini d’ambito militare come elmo, guerra, guardia. È interessante ricordare che queste parole non sono propriamente tedesche, quanto piuttosto germaniche: i due termini non si equivalgono, in quanto il secondo indica la lingua comune parlata in generale dalle popolazioni del Nord Europa. Il germanico ha molto influito sulla nostra lingua anche nel periodo delle invasioni barbariche con termini appartenenti a numerosi ambiti: tra questi, termini guerreschi come albergo (che significava originariamente alloggio militare), nomi di luogo come Lombardia o Garda, termini anatomici come schiena e anca.
Tra Settecento e Ottocento entrano a far parte dell’italiano numerosi vocaboli tedeschi del costume, tra cui il valzer tra i balli, il vermut tra i liquori, il krafen tra i dolci. Anche il lessico intellettuale e filosofico è derivato dal tedesco: stilistica, recensione, superuomo, plusvalore, psicoanalisi.

Lingue esotiche

Sebbene esotismi si debbano considerare a rigore tutti i forestierismi, si è soliti restringere il campo degli esotismi a quel complesso di lingue associate all’idea di una distanza, sia geografica che culturale, maggiore. Tra queste possiamo elencare cinese, giapponese e russo. Mi soffermerò in particolare sulle prime due, che hanno inciso maggiormente sulla lingua italiana. Parole cinesi sono entrate a far parte dell’italiano nell’Ottocento, con l’attività di missionari italiani che rendono gli scambi tra i due Paesi più frequenti e fanno sì che comincino a circolare in Italia parole come cin cin, thè, ginseng. Un altro periodo da notare sono gli anni Sessanta del Novecento, durante i quali la sinistra italiana adotta espressioni in uso nella rivoluzione culturale di Mao Tse-Tung. Un esempio è dazebao, con cui si indicavano i grandi cartelloni sui quali i gruppi studenteschi scrivevano i loro slogan.  Anche il giapponese, in particolare tra fine Ottocento e inizio Novecento con il diffondersi in Italia della moda orientale, esercita il proprio flusso sull’italiano con vocaboli appartenenti a diverse realtà. Si diffondono così fenomeni culturali quali i fumetti manga e le arti marziali come il karate; il sushi e il wasabi nella gastronomia; pratiche di meditazione come lo zen; ma anche i bonsai, gli origami, il karaoke e il sudoku.

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