La filosofia e la vita dell’uomo che si scoprono nella corsa di “Forrest Gump”

Cosa può insegnare la corsa di Forrest Gump sulla vita degli uomini?

Il filosofo Günter Anders

L’uomo può correre per un’infinità di ragioni: la corsa fa parte delle sue giornate spesso guidate da scadenze e orari. Ma si può correre in un’altra maniera? 

Forrest Gump

Correre può significare un sacco di cose: la fretta di raggiungere il posto di lavoro, lo scatto per vincere una gara, il tragitto attraverso il quale si raggiunge un obiettivo. La corsa del giovane Forrest Gump, interpretato da Tom Hanks, è all’inizio “di necessità”: da bambino viene inseguito dai bulli della scuola a causa del suo basso quoziente intellettivo, così la sua unica amica Jenny lo invita a scappare più in fretta possibile, e Forrest lo fa, e così corre… e si scopre bravo in questo, nessuno riesce a stare al suo passo. Questa corsa di Forrest ancora ragazzino è più simile ancora a una fuga, un’evasione da una situazione che non piace. Noi, spesso, associamo la corsa alla vita quotidiana, alla routine, al fatto di vivere una vita sempre più accelerata: un’accelerazione che, secondo il pensatore Hartmut Rosa, caratterizza la società attuale ed esercita una forte pressione sulle azioni e la volontà degli individui, una vita accelerata che è diventata “totalitaria” nei confronti degli stessi soggetti che la vivono. 

Correre

La corsa di Forrest è diversa, il suo è uno scatto liberatorio: sì, certo, all’inizio lo fa per sfuggire ai bulli, ma con il tempo comincia a piacergli. Forse così è riuscito a trovare la sua strada: forse, allora, il segreto per uscire dalla solita quotidianità sta tutto nel trovare uno scopo, nel ricercare un’identità, una “corsa” che possa dare un senso alla nostra vita. D’altronde lo stesso Forrest diventa un fenomeno del football al college,  e quando si arruola nell’esercito salva la vita a cinque militari grazie alla sua rapidità. Ma, in realtà, il protagonista sembra presentarsi in maniera completamente opposta nel film, per lui correre è un fatto naturale, non sembra orientare la sua vita su questo, anzi: gli eventi sembrano scivolargli addosso, con un atteggiamento che chiunque abbia visto la straordinaria interpretazione di Hanks non può dimenticare. 

In tanti hanno cercato di dare un’etichetta a questo personaggio eccentrico, e il film stesso lascia allo spettatore molteplici punti di vista e interpretazioni. Ma una cosa è certa: Forrest vive in una maniera diversa dalla nostra. Il simbolo di questo sta nella parte finale del film: Forrest comincia a correre come sa fare lui, corre attraversando l’America fermandosi solo per dormire, in molti si incuriosiscono, lo seguono, lui continua, non si ferma, è su tutti i telegiornali, sulle pagine dei principali giornali americani, corre per tre anni consecutivi! Finchè… con la barba che ormai arriva al petto, la folla che si è creata intorno a lui comincia a porgli delle domande:

“Perché corre? Lo fa per pace nel mondo? Lo fa per i senzatetto? Corre per i diritti delle donne? Oppure per l’ambiente?”

E lui dice:

“Non riuscivano a credere che uno poteva correre tanto senza una ragione particolare. Avevo voglia di correre. […] Ora, non so perché, ma quello che facevo sembrava avere un senso per le persone”.

“Come da una brezza”

Noi siamo un po’ tutti come quelle persone che vanno alla ricerca di uno scopo, di qualcuno “che ci dia una speranza”, tutte le risposte, che ci indichi quale sia finalmente il “segreto” della vita. Ma Forrest ammette di non potercelo dare, non è uno che si sofferma sulle definizioni, sembra rappresentare la frase del filosofo Günther Anders:

“Ho visto nell’uomo l’essere che fondamentalmente non può essere sano e non vuole essere sano, insomma l’essere che non può essere determinato, l’essere indefinito, che sarebbe un paradosso voler definire”.

Per Anders l’uomo non ha un suo ambiente caratteristico come gli altri animali, non è predisposto a nulla, non ha un corredo istintuale pre-installato: arriva in ritardo rispetto al mondo, perciò si deve adattare, modellando la realtà a modo suo. É in questa sua a-specificità che Anders vede la specificità dell’essere umano, e la sua libertà nasce dalla possibilità di trasformare questa carenza in qualcosa di positivo. La maggior parte delle persone, allora, modella questa realtà creandosi scopi, ai quale dedicare progetti, sogni. Forrest, invece, si “apre” al mondo in una maniera del tutto peculiare: cerca di godersi l’attimo come se si trattasse di un’avventura, di afferrare qualcosa di buono da ogni esperienza che gli si presenta, di cogliere un insegnamento dalle persone che incontra, come quando afferma ripensando alla madre:

“Non lo so, se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza. Ma io, io credo, può darsi le due cose. Forse le due cose capitano nello stesso momento.”

Forrest durante la sua lunga corsa (fonte: tvzap.kataweb.it)

Lui lascia che sia questa brezza ad attraversarlo, che non significa essere banalmente passivi verso ciò che accade, ma credere che solo immergendosi nel flusso si possa arrivare dove si desidera: vivendo per il gusto di vivere, non per il suo scopo. La sua identità, dunque, non nasce da un’etichetta: come direbbe l’antropologo Tim Ingold, l’identità non è un attributo, un oggetto che è segretamente nascosto da qualche parte e che va scovato, come un distintivo. L’identità, semmai, è un prodotto proprio di quel flusso di relazioni: 

“Chi siamo è un indice di dove ci troviamo, in ogni momento, nel continuo dare e ricevere della vita collettiva”.

E così, Forrest non corre per fretta, e nemmeno per una ragione, l’essenza del suo correre sta solo nella corsa stessa, ed è simbolo della sua vita e della sua persona, che, come direbbe Ingold, è un esempio di approccio al mondo che non ha paura di immergersi nel flusso delle cose e imparare da esso senza pregiudizi. Perciò, per quanto sia nella natura dell’uomo il progettare, il ricercare scopi, e per quanto non ne possa fare a meno, ogni tanto dovrebbe lasciarsi trasportare da Forrest Gump, magari imparerebbe a godersi, per un momento, la “corsa”. Perché, come gli rivela la madre:

“La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”.

Lascia un commento