Verso la nuova legge di bilancio 2019. Luigi di Maio e Matteo Salvini, viceministri del nuovo governo ma a tutti gli effetti i leader della scena politica italiana, puntano a sforare il tetto del 2% del rapporto deficit-pil per finanziare i provvedimenti promessi in campagna elettorale.

Nel Documento di Economia e Finanza, abbreviato DEF, sono inserite le indicazioni riguardanti il nuovo programma di governo e il modo in cui finanziarle: per rispettare la riduzione (seppur minima) del debito pubblico dell’Italia nei confronti dell’UE, il livello di deficit consigliato da Bruxelles e adottato dal ministro dell’Economia Tria è invece dell’1,6%. Si fa più profonda la spaccatura interna tra i tecnici che si occupano del bilancio economico dello Stato e i leader del nuovo governo, intimoriti dalla necessità di dover rivedere le promesse fatte in campagna elettorale.
Vediamo perché, sempre più frequentemente, i vincoli economici e finanziari dettati dal neoliberismo (spread, deficit, bilanci pubblici) costringono la sfera del potere pubblico a riconsiderare programmi di governo troppo esosi o eccessivamente “ambiziosi”.

Dalla “globalizzazione” al neoliberismo

“La globalizzazione può essere definita come l’intensificazione delle relazioni sociali globali che collegano località distanti in un modo tale che gli eventi locali vengono modellati da eventi che si verificano a molte miglia di distanza e viceversa”.

neoliberismo
Anthony Giddens. Fonte: timeshighereducation.com

È quanto scrive Anthony Giddens, sociologo e politologo inglese nel libro The Consequences of Modernity.

La definizione di globalizzazione è fondamentale per comprendere l’evoluzione dei meccanismi di regolazione sociale (e di conseguenza anche economica, politica e culturale) che plasmano realtà sempre più estese. In un mondo sincronizzato e sintonizzato le realtà locali tendono ad adattarsi, in una sorta di “principio d’imitazione”, agli standard della realtà “più evoluta” che, in questo modo, connette il piccolo con il grande, inglobandolo. Ciò produce considerevoli vantaggi per il piccolo, che ha la possibilità di attingere a risorse e strumenti del grande, che intanto offre i suoi servizi ad un pubblico sempre più vasto.
È quanto accade con la rete internet: l’esempio più calzante fa riferimento all’azienda di Amazon che, inglobando costantemente i piccoli venditori al suo interno, ha consentito una abnorme intensificazione dei rapporti sociali tra le realtà più lontane, facendo in modo che non sia più lo spazio il vincolo all’economia, ma il tempo.

Da “government” a “governance”

In termini scientifici tale ri-organizzazione dei rapporti sociali, economici e politici conseguente alla globalizzazione, è avvenuta in Italia con l’ingresso nell’Unione Europea nel 1992 con il trattato di Maastricht. Ciò è stato sancito da una nuova regolazione politica, definita governance multi-livello: il singolo Stato membro, pur perseguendo gli interessi della propria nazione, risponde ad altri enti di regolazione e di cooperazione (che vengono definiti sovranazionali). Questo permette una regolazione su più livelli che garantisce ai paesi membri la possibilità di attuare politiche pubbliche efficaci e coordinate con gli altri membri. Con governance si intende quindi la capacità degli attori politici di cooperare per mettere in atto soluzioni (politiche pubbliche) relative al miglioramento della comunità di riferimento (nel nostro caso l’UE). L’aggettivo multi-livello fa riferimento alla pluralità di attori politici che contribuiscono alla formulazione delle politiche pubbliche.

neoliberismo
il modello di governance multi.level. Fonte: hum.port.ac.uk

I diversi attori (nazionali, locali, sovranazionali, ma anche società civile, aziende, lobby e, in generale, attori privati) promuovono un’azione coordinata e mirata per determinate soluzioni politiche (accordi sulla stabilità, patti per lo sviluppo, riforme strutturali, decisioni riguardo ambiente e risorse ecc.). È il ruolo che anche l’Italia svolge da 26 anni nell’Unione Europea.

L’ingresso degli attori privati nel policy making

L’ingresso nella fase decisionale del policy making di attori non propriamente pubblici (e quindi legati alla sfera economica e finanziaria) ha contribuito alla creazione di un nuovo paradigma politico ed economico che prende il nome di neoliberismo.

Una parolaccia spaventosa, nascosta dai populismi e dalla disinformazione, coniata nel campo economico per indicare un nuovo tipo di rapporto tra Stato e mercato. L’autoregolazione dei mercati, il progressivo ingresso di attori non pubblici negli affari dello Stato, le attività di lobbying, la politicizzazione di personaggi vicini alla sfera imprenditoriale (Berlusconi, Trump), la costante interferenza dei mercati nelle scelte pubbliche: tutto questo è neoliberismo, l’ultimo prodotto confezionato dalla globalizzazione.

La nascita del nuovo paradigma: neoliberismo

Prima dell’avvento del processo di interconnessione e intensificazione dei rapporti definito globalizzazione, le scelte politiche di un paese erano svincolate dagli interessi economici che regolavano il mercato; ogni Stato aveva la propria moneta e gestiva la propria situazione economica senza cooperare con gli altri paesi.
Con la creazione della Confederazione Europea la necessità di controllare la sfera economica e di attuare le politiche monetarie adeguate è stata affidata alla Banca Centrale Europea (BCE).

Dal momento in cui la gestione del mercato, delle politiche economiche e della moneta, è passata dal controllo statale all’autoregolazione (si parla di fase roll-out in cui il mercato si auto gestisce, svincolato dallo Stato) la politica moderna ha dovuto riformare i propri standard. Se Reagan in America e la Thatcher in Inghilterra hanno cavalcato l’onda del neoliberismo grazie alla capacità di gestire monopolisticamente attori economici e mercato, al giorno d’oggi nessun politico potrebbe surfare la stessa onda: rimanendo nella metafora, è l’obiettivo degli “squali della finanza”.

Sovranismo e populismo: antitesi al neoliberismo

Sovranismo e populismo sono due modi di fare politica complementari: l’uno si serve dell’altro.
Perlomeno nel panorama italiano, la tendenza a fare promesse irrealizzabili per sollecitare un elettorato assopito dalla negligenza dei governi precedenti è accompagnata spesso dalla personificazione della politica stessa. Da Berlusconi in poi i partiti di maggioranza hanno spesso affiancato ai programmi la figura del segretario di partito: ciò garantisce ai sostenitori la possibilità di contare su una figura simbolo che funga da portavoce degli interessi degli italiani. Orban, Salvini, Le Pen sono solo alcuni dei politici che si servono di slogan e promesse elettorali connesse al nazionalismo per incrementare consensi e criticare l’operato delle organizzazioni sovranazionali.

Ma tale atteggiamento di sfiducia nei confronti delle istituzioni porta i leader populisti a fare i conti con l’unica istituzione che non può essere alterata: l’economia.
L’autoregolazione del mercato ha permesso agli attori economici di prendere il “controllo” su alcune scelte politiche: spread e deficit sono gli incubi peggiori della sfera politica di oggi.
La sfiducia dei mercati sulle azioni di un governo, ad esempio quello giallo-verde, porta ad un aumento dello spread perché gli attori economici non hanno fiducia nell’operato dei politici e temono che investire in quel paese sia rischioso, per questo si alzano i tassi d’interesse e lo spread cresce.
Allo stesso modo il rapporto deficit-pil è un altro indice di preoccupazione dei mercati. L’UE è restia a promuovere la promulgazione di riforme (quali il reddito di cittadinanza o la flat tax) che incrementerebbero il debito pubblico italiano e, per questo, i tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) sostengono la necessità di rimanere sotto il tetto dell’1,6% del rapporto deficit-pil.

Politica ed economia: un connubio impossibile?

È chiaro che lo scontro interno al governo italiano tra tecnici di mercato e politici sia dettato dalle restrizioni imposte dal paradigma neoliberista, il quale persegue l’obiettivo della crescita economica anche a discapito di quella sociale. Il ministro dell’Economia Tria ha espresso, conti alla mano, la volontà di rimanere sotto il limite “consigliato” da Bruxelles e dall’OECD per non incrementare ulteriormente un debito pubblico di 2.200 miliardi di euro che prima o poi dovrà essere corrisposto all’UE dall’Italia, o meglio, dai cittadini italiani.
In altre parole le proposte di abolizione della Fornero, reddito di cittadinanza e flat tax, pur essendo riforme “positive” non dispongono dell’adeguata copertura finanziaria. Incrementare il debito pubblico (i viceministri erano intenzionati ad abbattere il tetto del 2%) sarebbe rischioso e controproducente per l’economia italiana poiché aumenterebbe la sfiducia degli investitori privati nei confronti dell’Italia e produrrebbe ancora più insicurezza a lungo termine: i provvedimenti non sono accompagnati da misure concrete di risanamento del debito.

neoliberismo
previsione del 2014 sul debito pubblico del 2019. Fonte: Ansa centimetri

Ad ogni modo, come disse l’attuale ministro agli Affari Europei Paolo Savona in un’audizione al Senato in merito al famigerato “piano B” per l’uscita dall’Euro, i tecnici hanno il compito di fare i conti mentre sono i parlamentari a dover prendere le decisioni politiche che ritengono adeguate. In altre parole, il MEF ha fatto i compiti e ha chiarito che la situazione economica dell’Italia non garantisce l’incolume riuscita dei provvedimenti insiti nel programma di governo, ma se il governo non vuole attenersi ai consigli dei tecnici la frattura con l’Europa potrebbe diventare insanabile. In quel caso speriamo che “il lupo di Wall Street” abbia già mangiato.

Gian Marco Renzetti