Nel futuro se non coopereremo, soccomberemo? Il mito di Epimeteo e Prometeo

Cooperazione globale: fondamentale o accessoria? Verso quale futuro saremo destinati se non imboccheremo tale via? Possono gli antichi Greci venirci in soccorso e darci qualche coordinata interpretativa? Scopriamolo insieme.

Una ricerca, condotta dalle università di Reading, Bath e Bristol ha dimostrato l’inquietante correlazione tra dei test nucleari condotti negli anni 60′ negli USA e le precipitazioni atmosferiche nelle Isole Shetland, arcipelago della Scozia, avvenute negli stessi anni. Questo è stato dimostrato “combinando i dati ottenuti dai test delle bombe nucleari con quelli meteorologici” partendo “da una corposa serie di documenti storici di una stazione meteo in Scozia, redatti tra il 1962 e il 1964” (L. Bignami, I test nucleari della Guerra Fredda favorirono piogge a migliaia di km di distanza, in Focus)

Test nucleare Crossroads

Una sfida globale

E’ così che si apre un articolo del sito Focus, datato 21 maggio 2020. Tale ricerca, sebbene faccia riferimento ad eventi accaduti vari decenni fa e sebbene tali eventi si situino in un contesto ormai diverso rispetto ai nostri tempi, ci permette di fare una riflessione quanto mai attuale: quanto è importante, al giorno d’oggi, la cooperazione tra i singoli stati? Quanto è importante, in un mondo che è sempre più interconnesso, nel quale un evento che accade in America può avere ripercussioni in Europa o in Giappone, trovare punti di accordo e non occasioni di scontro? Probabilmente molto. Il mondo in cui viviamo, infatti, sta assumendo sempre più i connotati di quello che oggi amiamo definire villaggio globale (mutuando tale espressione da Marshall McLuhan, noto sociologo e filosofo canadese del XX secolo) in cui, su più livelli, i singoli stati sono sempre più interdipendenti tra loro e in cui i problemi di uno sono i problemi di tutti. Ma di quali problemi parliamo? Secondo Yuval Noah Harari, famoso storico israeliano, se guardiamo ai prossimi dieci anni, ve ne sono tre di principali: il surriscaldamento globale, la crescente disuguaglianza sociale e la disgregazione del mercato del lavoro. Senza entrare troppo nel dettaglio, è indubbio che nessuno di questi può essere caricato sulle spalle di una singola nazione, ma solo attraverso dei piani comuni e una precisa cooperazione si può tentare una qualche risoluzione. “Problemi globali necessitano di soluzioni globali” (Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, 2018, p. 155). La sfida a cui tutti siamo chiamati a rispondere è tanto di ampio respiro quanto importante e decisiva. In ballo non c’è solo il benessere globale della nostra specie, ma soprattutto la sua futura sopravvivenza.

Il mito di Epimeteo e Prometeo

Nel V secolo a.C. gli antichi Greci formularono un concetto che si avvicina molto alla tematica sopra trattata, mettendone in risalto l’assoluta importanza. Per esprimerlo partiamo da un mito: quello di Epimeteo e Prometeo. Questo ci viene raccontato in uno dei più brillanti dialoghi platonici: il Protagora, opera in cui si ragiona sul complesso tema dell’insegnabilità della virtù. In questo si racconta che gli dei, una volta plasmate le specie animali, incaricarono i due fratelli di distribuire tra loro le varie abilità, funzionali alla loro conservazione. Fu Epimeteo (lett. colui che riflette in ritardo) ad assumersi la completa responsabilità del compito, lasciando il fratello fuori dal suo operato. Iniziò dunque la distribuzione, consegnando ad ogni razza delle specifiche abilità e premurandosi che nessuna di esse sopraffacesse completamente le altre: c’era chi ricevette la velocità, chi la forza, chi una folta pelliccia per il freddo, chi una mole gigantesca, facendo inoltre in modo che i predatori fossero poco fecondi, mentre le prede estremamente prolifiche. Ma arrivato alla fine della lunga catena, si accorse di aver commesso un grave errore: si era dimenticato dell’uomo. Questo, non avendo ricevuto alcuna abilità, era completamente nudo e inerme rispetto agli altri animali e destinato dunque ad essere sopraffatto. Prometeo (lett. colui che riflette prima) allora, tornato e accortosi della situazione, decise di compiere un gesto estremo: si recò da Efesto e da Atena e dall’uno rubò il fuoco, dall’altra la sapienza tecnica, facendone poi dono alla razza umana. Questa, potendosi da quel momento fabbricare da sé strumenti, case e indumenti, iniziò ben presto a prosperare e a guadagnarsi un posto d’onore nella (diremmo noi) catena alimentare. Inoltre cominciò ad articolare i primi suoni con arte, formando parole e nomi, e innalzò templi agli dei, essendo l’unico, fra gli animali, ad “aver parte di un destino divino” (E. Maltese, Platone Tutte le opere, eNewton Classici, 2013). Rimaneva però un problema: gli uomini, diffidando gli uni dagli altri, vivevano in villaggi separati e, nonostante diversi tentativi di unione, finivano continuamente per farsi guerra a vicenda. Zeus allora, avendo compassione del genere umano, inviò Ermes a donargli il rispetto reciproco (Aidos) e la giustizia (Dike), grazie alle quali avrebbe vinto le disparità. E fu così che nacquero le prime grandi comunità: le città.

Jean-Simon Berthélemy e Jean-Baptiste Mauzaisse, Prometeo dà vita all’uomo, 1802, Parigi, Louvre.

In conclusione

il mito sopra raccontato ci mostra come la creazione e la sopravvivenza di una comunità, per piccola o grande che sia, dipenda strettamente dalla capacità che gli esseri umani hanno di cooperare tra di loro. Capacità che, secondo Protagora, dipende dal possesso di un’arte (Techne): l’arte del vivere insieme (Politikè), dono che gli dei hanno fatto all’uomo. Senza questo elemento si è destinati dapprima alla frammentazione, poi allo scontro e infine, come ultimo ed estremo atto, all’estinzione.

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