E se l’immagine che abbiamo dell’altro fosse solo il riflesso del nostro pensiero? Sartre analizza Her

L’esistenza umana appare imprigionata in un’infinita dialettica tra l’io e l’altro. Che fare di quest’altro che complica, ma al contempo arricchisce la nostra vita? 

Sembra che la prima e indubitabile certezza dell’uomo sia quella di esistere in qualità di essere pensante, senziente, in grado di provare emozioni. I problemi nascono, però, quando ci troviamo a dover estendere questa certezza anche agli altri. Come possiamo essere sicuri dell’esistenza degli altri? E, anche superato questo primo scoglio, come possiamo dire se gli altri esistono nello stesso modo in cui noi esistiamo? Secondo il filosofo ed economista britannico John Stuart Mill (1806-1873) è possibile dedurre l’esistenza d’altri a partire dalla constatazione che gli altri hanno un corpo simile al mio e che essi mi si rivelano in un insieme di comportamenti e gesti esteriori i quali sembrano tradire il fatto che anche questi altri, proprio come me, sono in grado di patire e gioire. L’inferenza che ci fa compiere Mill ci porta quindi a dedurre l’esistenza spirituale, immateriale di una coscienza a partire dalla sua dimensione materiale ed esteriore. A ben vedere, però, come  viene messo in luce dal seguente articolo (https://philosophynow.org/issues/127/The_Concept_of_the_Other_from_Kant_to_Lacan), spesso avviene il contrario: proprio come i popoli primitivi, l’uomo è spesso animista, tende cioè ad attribuire una dimensione spirituale ad oggetti apparentemente inanimati e che non somigliano affatto a lui.

Innamorarsi di un’intelligenza artificiale è possibile 

Se adottiamo la prospettiva di Mill, infatti, dovremmo rinunciare a inveire contro il nostro computer perché smette di funzionare o a ritenere, per esempio, che le parole che leggiamo in un libro contengano in qualche modo il riflesso della coscienza del suo autore. Logicamente nessuno di noi è affetto da cecità materiale, e tutti sappiamo bene che le cose alle quali ci rivolgiamo emotivamente spesso non possono risponderci, ma non per questo ci diamo per vinti. Sembra allora che questa attitudine della mente umana a replicare se stessa al di fuori di sé e a riconoscersi in molti oggetti  inanimati sia una tendenza strutturale innata alla mente stessa, e in quanto tale irrinunciabile. Tuttavia, questa tendenza non genera in noi un sentimento di costrizione quanto piuttosto una tentazione erotica costante: dialoghiamo con gli enti intramondani come se fossero tanti Tu e questo ci fa stare bene. Spike Jonze, nel suo film “Her” (2013) ci racconta la storia di Theodore, un’uomo che si innamora di un sistema operativo. Se da un lato compatiamo Theodore, dall’altro la sua vicenda ci appare piuttosto bizzarra. La cosa interessante è che non si tratta di una semplice ipotesi estrema collocata in un futuro soltanto probabile: oggi sappiamo da Amazon che molte persone hanno dichiarato il proprio amore ad Alexa, un’intelligenza artificiale. Questa notizia ci appare bizzarra perché capiamo che Alexa non è esattamente il prototipo dell’oggetto erotico per eccellenza, eppure c’è chi se ne innamora. Sembra allora che la nostra conoscenza del mondo esterno si carichi spesso di un’ineludibile illusorietà, per cui forse non siamo tanto meno “ingenui” dell’uomo che adorava l’albero o il ruscello, cadendo in ginocchio e congiungendo le mani d’innanzi alla forza del vento.

Hegel e il labirinto degli specchi 

Se infatti rinunciamo all’ipotesi realista di Mill per adottare un approccio più idealistico, nulla ci ripara dall’eventualità che gli altri potrebbero essere unicamente ombre proiettate dalla nostra coscienza. Anche Hegel (1770-1831) ha riflettuto sul tema dell’intersoggettività, cioè sul modo in cui ci rapportiamo agli altri. Secondo il filosofo tedesco la nostra coscienza non è solo coscienza di qualcosa ma anche, al contempo, autocoscienza, cioè coscienza di sé. Tuttavia la coscienza che abbiamo di noi stessi dipende proprio dal nostro modo di relazionarci agli altri. Ognuno di noi ha in sé un profondo desiderio di riconoscimento: l’uomo tende, cioè, a vedere sé stesso in base a come viene visto dall’altro. Ecco che su di me pesa, inflessibile e perentorio, lo sguardo altrui. Questo dimostra come anche se ci convinciamo di essere soli al mondo non potremo mai liberarci del problema degli altri. È come se nascessimo, crescessimo e morissimo dentro il labirinto degli specchi di un parco divertimenti, un labirinto in cui la nostra immagine rimbalza ovunque, falsata e inafferrabile. In ogni caso, per Hegel, quella tra me e l’altro è un’opposizione che viene sancita solo per essere poi superata: sia io che l’altro siamo infatti parte di quella totalità organica che è lo spirito, il quale trascende le nostre singolarità per imporci fini più alti e nobili.

“Toilette (donna davanti allo specchio)” di Ernst Ludwig Kirchner

Ogni altro è tutt’altro

Il filosofo francese Sartre (1905-1980) nota come la concezione idealistica di Hegel veda l’altro principalmente alla stregua di un’entità spirituale, ma non nel senso che abbia una sussistenza immateriale, bensì nel senso più profondo per cui l’altro sarebbe la prolunga a cui attacco il filo spinato del mio pensiero. Se si accetta questa considerazione, gli utenti amazon e Theodore si comporterebbero ingenuamente come un Narciso che, posando lo sguardo sullo specchio d’acqua, non riesca a riconoscere che è proprio il suo riflesso che egli  venera con il cuore colmo di ammirazione. Non sembra dunque possibile alcuna riconciliazione tra il modo in cui io mi rispecchio nell’altro e il modo in cui l’altro si rispecchia in me. Si apre, a questo punto, il paradosso dell’alterità, perché l’altro è allo stesso tempo quell’io che non è in me, quell’io che io non sono, quell’io che è separato da me in forza di un abisso, ma anche quel punto sulla mappa che desidero raggiungere. Ecco che tra due coscienze si insinua un nulla che molto spesso tenta di essere saturato grazie alla forza dell’immaginazione, la quale continua a costruire ponti per agevolare il mio passaggio in terra straniera. Così io posso immedesimarmi nell’altro, posso empatizzare con lui, soffrire e rallegrarmi con lui, ma potrò solo intravedere, in un barlume di luce fioca e intermittente, ciò che egli è a prescindere dalla forza delle mie convinzioni.

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