‘Cercalo su Instagram!’, ‘E tu, cosa ne pensi?’, ‘No, io ho deciso di non espormi’….

Quante volte sentiamo (o pronunciamo) queste frasi? Potrebbe essere un fatto legato allo spirito di adattamento. L’uomo, desideroso per bisogno innato di sentirsi parte di qualcosa di più grande, continua a ricercare l’opinione dominante al fine di adattarsi ad essa. Nessuno vuole stare da solo. Nessuno vuole essere escluso. Tutti cercano dei compagni. Il dubbio che sorge è: qual è il prezzo che l’essere umano è disposto a pagare pur di non affrontare la solitudine? Secondo la sociologa Elizabeth Noelle Newman, è quello della propria libertà di pensiero. La Newman infatti conia un termine alquanto interessante. Lei è una delle prime a parlare di spirale del silenzio. Cos’è questo fenomeno?

La spirale del silenzio è un fenomeno formato da basilari passaggi, che però può portare e a gravi conseguenze. La sua messa in atto (in modo del tutto inconscio) è molto semplice. L’uomo, come si diceva, ha paura di stare da solo, teme continuamente il giudizio degli altri e la conseguente esclusione sociale. Questo non stupisce se si pensa alla società odierna. Questi sono anni veloci, dove l’unico dittatore pare essere quell’entità chiamata stress. Tutti si aspettano il massimo da tutti e la vita è un turbine di corse, consegne, ramanzine, guai ed aspettative. Fermarsi un attimo ed ammirare la bellezza di ciò che ci circonda pare una sfida impossibile che come sola conseguenza può avere il ritrovarsi gli unici fermi.

Di conseguenza, l’essere umano si adatta alla situazione. Per non essere considerato out è naturalmente portato ad un continuo monitoraggio di ciò che lo circonda. Ogni opinione che accomuna una quantità di persone abbastanza ampia pare accettabile. Lo stile di vita che la maggior parte della popolazione mette in atto si tramuta in un obiettivo da imitare. Diventa totalmente impossibile anche solo pensare di poter lasciare un minimo dettaglio della propria vita al caso. Tutto deve necessariamente essere sotto controllo.

Questo atteggiamento porta dunque l’uomo ad omologarsi, almeno apparentemente, al resto del mondo. Così, quando gli verrà chiesta la sua opinione, semplicemente esporrà il pensiero che gli appare più giusto in quel momento. Questo è accaduto, per esempio, durante le elezioni presidenziali americane Trump vs Clinton. La maggior parte degli intervistati nel periodo precedente al giorno x, si schierava dalla parte della Clinton, ma non perché ne fosse convinta. Semplicemente perché quella era la risposta che tutti si aspettavano di sentire. Se poi, al sicuro nella loro cabina elettorale, nascosti da occhi indiscreti, avessero deciso di votare Trump non importava. Agli occhi del mondo, loro erano i buoni.

Questo è esattamente ciò che dice la Newman. Celare la propria identità, il proprio pensiero, per apparire come tutti si aspettano. Abbandonare il proprio essere, evitare di essere se stessi, non accettare la propria identità, scegliere di compiere scelte che non ci rispecchiano e conseguentemente vivere male una vita che non è la nostra.

Come combattere tutto questo? Quale comportamento mettere in atto per non cadere trappola di questa società di apparenze e nascondigli? La musica, come fa spesso, sceglie di rispondere.

 

‘Try’ di Colbie Caillat

Nel 2014 Colbie Caillat cantava:

Wait a second,
Why, should you care, what they think of you
When you’re all alone, by yourself, do you like you?
Do you like you?

La cantante in ‘Try‘ si domanda il motivo per cui tutte le scelte che la sua interlocutrice ideale compie siano unicamente dettate dal desiderio di riempire continuamente le aspettative altrui. Continua a chiederle perché dovrebbe interessarle cosa gli altri pensano di lei, quando l’unica domanda che dovrebbe passarle per la mente è ‘Do you like you?‘.

Per tutta la canzone la Caillat mette in prima posizione l’identità del singolo individuo; ciò che si deve essere per poter far parte della società viene spostato in secondo piano. Ogni verso è un continuo elogio alla singolarità e alla particolarità di ognuno. L’importanza di compiere delle scelte che rispettino il proprio pensiero. Insomma, la persona, soprattutto odierna, dovrebbe semplicemente smetterla di continuare a provare e provare dimenticando se stessa.

Colbie Caillat nel video di ‘Try’ si strucca e si mostra al naturale, come prova che ognuno è speciale a modo suo

Mostrare ciò che realmente ci forma può apparire spaventoso, ma è l’unico comportamento che si dovrebbe seguire. Questo è il consiglio finale della cantante, che con questa canzone era stata candidata al ‘MTV Video Music Award’ al miglior video con un messaggio sociale. La canzone suggerisce che essere se stessi porta sempre ad uno sviluppo più positivo e che ognuno, nel suo singolo, è degno di amarsi e di essere amato:

Take your make-up off
Let your hair down
Take a breath
Look into the mirror, at yourself
Don’t you like you?
‘Cause I like you

 

‘Thursday’ di Jess Glynne

Jess Glynne solo pochi mesi fa rincarava la dose, continuando quella stessa strada della Caillat. In ‘Thursday‘ dice: ‘And there are many things that I could change so slightly. But why would I succumb to something so unlike me?‘. Insomma, nessuno è senza difetti, ma perché cambiare ciò che ci rende noi per diventare degli individui completamente diversi? Quale motivo degno esiste che ci potrebbe portare ad abbandonare la nostra personale opinione ed i nostri principi? La solitudine forse? Secondo la Glynne, sicuramente no.

Jess Glynne nel video di ‘Thursday’, un elogio all’amore verso se stessi

Glynne urla alla società che ‘who I am is enough’, che essere se stessi non solo va bene, ma è l’unico modo. Sedersi e semplicemente essere può portare ad una condizione di benessere a cui nessun tentativo di adattamento si avvicina. L’amore contro il dolore e le lacrime, l’indipendenza contro l’insicurezza. La bellezza contro i dubbi ed i giudizi. Tutto il testo suggerisce come l’importante sia fare ciò che ci fa sentire bene, anche se non è esattamente convenzionale.

Un inno al self-love, all’empatia, al coraggio e alla resilienza. Un elogio alla propria singolarità che, al contrario di quello che il mondo potrebbe far pensare, non è il nemico da combattere. Perché cadere nella spirale di un silenzio finto, quando tutto sarebbe più facile se solo si decidesse di abbandonarsi all’accettazione di quello che si è?

 

‘Mi sento bene’ di Arisa

‘I just wanna feel beautiful’. Così termina il suo incoraggiamento la Glynne. Poche parole che ricordano un’altra canzone, ancora più recente. Altra cantante, altra lingua, ma stessa carica per convincere il mondo che non rinunciare alla propria indipendenza può effettivamente cambiare la vita.

Forse è tutto qui il mio vivere
Quasi elementare, semplice
Ridere non è difficile
Se cogli il buono di ogni giorno
Ed ami sempre fino in fondo
Adesso voglio vivere così

Questa la strofa finale di ‘Mi sento bene‘, il singolo che Arisa ha portato al Festival di Sanremo. Gli ingredienti sono semplici: non farsi prendere dal panico per pensieri superficiali; non diventare preda dell’ansia quando arrivano delle decisioni poco importanti; pensare meno, vivere di più; ridere ed amare. Questa è, secondo Arisa, la ricetta per uscire dalla spirale del silenzio. Sentirsi liberi, lasciarsi andare, fare quello che ci va, prendere la vita come viene, esprimersi sempre.

Arisa ha portato a Sanremo una canzone che elogia la tranquillità ed il ‘sentirsi bene’ in un mondo in continuo movimento

Un invito all’ottimismo collettivo, totalmente controcorrente rispetto a ciò che ci aspetteremmo. Il totale controllo di ogni nostra azione ci viene infatti continuamente presentato come assolutamente indispensabile. Anche scegliere cosa mangiare a pranzo ci pare un ostacolo invalicabile. Arisa presenta una scappatoia a questo continuo stress: accettare il caos senza sforzarsi sempre di controllarlo. E anche accettare ciò che il cuore ci suggerisce, senza per forza continuamente combatterlo.

 

Queste tre canzoni, in conclusione, sembrano dare una soluzione a quel silenzio forzato che pare dominare la società e che porta ad una vita di sacrifici e sofferenza. Decidere di esporsi, non stare in silenzio, avere la forza di mostrare al mondo la propria vera faccia sono gli unici modi per risalire quell’imbuto. Lasciar andare la paura che il troppo controllo ha portato ed accettare, per una volta, che anche far sentire la propria voce non può che essere positivo.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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