Diritti “universali”

Mentre noi ci facciamo bandiera dei “diritti universali dell’uomo” vi sono etnie in cui non si è coscienti nemmeno del concetto di “diritti”, figuriamoci della loro sostanza. Quando noi festeggiamo l’indipendenza e la parità di genere vi sono realtà in cui non riusciamo a percepire tale parità. Mentre celebriamo la piena emancipazione sessuale delle donne vi sono società in cui esse sono costrette a subire la mutilazione dei propri genitali.

Ma siamo sicuri che sia effettivamente cosi? Vi è davvero una imposizione? E se fossimo noi a non comprendere una differente cultura?

Per semplicità utilizzerò il termine “cultura occidentale”, pur consapevole di star espandendo l’orizzonte sociale ad un mix di culture euro-americane non omogenee. Utilizzerò più volte un “noi”, il quale si prefigge solamente di identificare una certa costruzione ideologica e culturale in cui mi inserisco. Questo “noi” non vuole avere alcuna connotazione razziale o di confine.

Una pratica “aliena”

Il termine “alieno” vuole essere faro dell’accezione di più estrema distanza dalla pratica delle modificazioni genitali femminili (abbreviato MGF). Le quali oltre ad essere estremamente variegate, appartengono ad una cerchia sociale nella quale è difficile proiettare i valori della nostra cultura.

Le MGF consistono nella rimozione degli elementi “sporgenti” della donna, vi sono 5 gradi di circoncisione femminile, dall’escissione della sola clitoride, alla più nota ma molto meno diffusa infibulazione. La quale consiste nella rimozione della clitoride, delle piccole labbra e nella cucitura delle grandi labbra.

Al di fuori delle caratteristiche fisiologiche è da approfondire il carico culturale di tale costume.

È da sottolineare la difficile traducibilità di tali modificazioni. Nella cultura occidentale vi è un’attribuzione valoriale agli organi genitali. Questi valori sono legati all’estetismo, al rigore scientifico della medicina e alla religione; essi portano ad una visione molto diversa del corpo, e della sessualità, rispetto ad altre culture.

Nella cultura occidentale è vissuta una collettiva ideologia filo-illuminista e filo-scientista. Crediamo di avere tra le mani la verità del “benessere dell’uomo”, crediamo nell’universalità dei diritti dell’uomo, crediamo nella piramide di Maslow, crediamo di sapere cosa sia bene e cosa sia male per ogni essere umano sul pianeta.

Piramide di Maslow

Eppure esse sono solo supposizioni, in diversi contesti storici o culturali la piramide di Maslow potrebbe essere capovolta, o quelli che noi consideriamo diritti “universali” potrebbero essere legati ad una sola cerchia sociale (come i diritti di cui erano dotati gli schiavi nelle società classiche; i greci si battevano per la libertà di espressione, di chi non fosse schiavo, perchè lo schiavo non era uomo).

Siamo sicuri che queste supposizioni siano espandibili ad un punto tale da essere universalistiche? Al punto tale da condannare pratiche di costume diverse dalle nostre?

Metodologia

Uno degli enormi problemi del dibattito scientifico è la stigmatizzazione di un fenomeno precedentemente allo studio dello stesso. Ciò accade soprattutto nelle scienze che si prefiggono di analizzare costumi e processi di inculturazione.

Alcune posizioni si trovano ad essere di parte, legittimando pratiche di chirurgia estetica (genitale e non) sostenendo come essa possa essere un benefit all’uomo; ma scontrandosi con le pratiche di MGF. Non esistono enormi differenze rispetto ad una donna che si fa carico del sistema valoriale (non si è solo appartenenti di una etnia, me se ne è elemento attivo, in grado di generare mutamento nella stessa) dell’etnia Kodo, che potrebbe ritenere brutale un seno artificiale o una liposuzione.

Dobbiamo pensare che in quanto individui siamo stati partecipi ad un processo di inculturazione. Esso si rende ora spontanea nei nostri credo, nelle nostre idee e valutazioni morali, nella nostra etica.

Due vie

Possiamo dunque cadere in due visioni della metodologia, assecondare la posizione Marxista secondo cui ogni ricerca sociologica sia vittima del giudizio morale del ricercatore; oppure possiamo tentare di seguire la “metodologia avalutativà Weberiana”, e quindi provare a scindere ricerca e giudizio morale, rendendo la ricerca votata alla comprensione del fenomeno, slegata dall’influenza di un’etica relativa al ricercatore.

L’unico modo per poter analizzare i valori etico sociali è lo spostare totalmente il nostro punto di vista, acquisire la metodologia dell’ “osservazione partecipante”. Foote Whyte docet, egli si inserisce in uno slum italoamericano per studiarne le dinamiche sociali.

È interessante la visione del sociologo francese Émile Durkheim, il quale afferma che “qualsiasi maniera di fare, in grado di esercitare sull’individuo una costrizione esteriore, attraverso una sanzione morale; è generale nell’estensione di una data società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali”.

Ovvero, ogni fatto sociale è aspettativa della vita quotidiana, ed è sovraindividuale e coercitiva, e coinvolge un intero gruppo sociale. Una sorta di “convenzione sociale” per cui chi si comporta diversamente dalla massa è moralmente sanzionabile.

Pertanto Durkheim è convinto che la realtà sociale possa essere adeguatamente interpretata soltanto se si è capaci di uscire dal recinto della speculazione teorica per immergersi in un’indagine empirica.

Il sociologo, quindi, deve liberarsi dei suoi preconcetti e studiare i fatti sociali come un osservatore esterno.

Giusto e sbagliato

Eppure non scegliamo di ritenere una cosa giusta o sbagliata, è un automatismo acquisito con l’inculturazione. Crescendo ci rendiamo pregni dei valori del nostro contesto. Acquisiamo un’etica, una morale spontanea; ed il non scontrarci con differenti contesti ci porta a credere che i valori precedentemente acquisiti siano universalizzabili.

Non riteniamo negativa una labioplastica ma riteniamo negativa l’escissione della clitoride. Il giudizio morale avviene in totale spontaneità, eppure entrambi hanno meri motivi estetici. Inoltre non riteniamo che le MGF siano negative per il “processo pratico”, se essere fossero praticate in clinica, con un rigore medico comunque le stigmatizzeremmo.

Carico valoriale

Durkheim sostiene che la “sanzione morale” sia un elemento determinante nella volontarietà; risulta quindi impossibile scindere volontà e pressione sociale.

Citando ancora una volta Weber, quando possiamo ritenere la sanzione morale tale da forzare l’individuo in una certa scelta? L’ostracizzare, l’escludere da una cerchia sociale un individuo per le sue scelte è legittimabile? In altre parole, come possiamo mettere un confine tra ciò che è “forzatura” e ciò che è “spontaneità”?

Per fare un esempio più chiaro, se un individuo si sottopone ad una rinoplastica tutti lo riterremmo un comportamento fatto di suo libero arbitrio; ma se egli mantenendo il brutto naso naturale si sentisse precluso ad una certa di vita sociale, potremmo attribuire la scelta di sottoporsi ad una operazione chirurgica dovuta alla sanzione morale (l’esclusione) in cui incapperebbe?

Vi deve essere una volontarietà individuale nel praticare le MGF, altrimenti essere non sarebbero riproposte alle figlie di emigrati di prima generazione. Supponendo che una donna abbia subìto una MGF, perché dovrebbe riproporla alle figlie? Evidentemente ella stessa crede che tale pratica sia un benefit per la figlia.

Siamo dunque noi ad alimentare il presupposto secondo cui vi sia una società patriarcale di dominanza sulle donne? E se anche fosse, perché le MGF vengono riproposte alle emigrate di seconda generazione nonostante le condizioni sociali siano cambiate?

Probabilmente è il nostro background storico sociale a far supporre che vi sia una società la quale si predilige il sesso maschile. Diamo per scontato che “società tradizionale = società patriarcale”.

Altre pratiche

È diffuso ritenere brutale la circoncisione femminile. Non la si mette a pari livello delle “donne giraffe” dell’etnia Kayan, i famosi anelli al collo. Neanche allo chànzù, il deformare i piedi delle donne, praticata in Cina. Oppure i corsetti in occidente. Di esempi ce ne sono migliaia, anche attuali, come i tatuaggi, la chirurgia plastica.

Tutte queste pratiche hanno forti ripercussioni sulla salute dell’individuo; ma allora perché riteniamo comunque più brutale la circoncisione femminile?

È dovuto al valore che nel tempo la nostra cultura ha attribuito alla dimensione sessuale e fisica dell’umano? In altre parole, la nostra cultura da un forte valore simbolico alla dimensione sessuale. Essa è pregna di considerazioni valoriali, sia positivi che negativi: “i lussuriosi stanno all’inferno, l’amore ci può elevare al paradiso” citando Dante.

Esempio di “donna giraffa”, simbolo dell’etnia Kayan, una popolazione tibetana

Avalutatività comprensiva

Analizzare un fenomeno attraverso una ricerca sociale è estremamente complesso, va analizzata la spontaneità, il condizionamento, i costumi ecc.. Si può rischiare di universalizzare i propri valori, diventando un mero portavoce di una serie di “diritti”, facendosi bandiera del motto “quello che io credo sia giusto lo è, e ciò che io credo sia sbagliato lo è”. Dall’altro estremo si può rischiare di relativizzare ogni pratica, ad un punto tale da legittimare ogni individuo, non solo una cultura.

Vi è la necessità pertanto di mantenere l’avalutatività, altrimenti tutto ciò che è diverso da noi non riusciremo mai a comprenderlo, e finiremmo per essere assolutistici nei confronti delle altre culture, agendo attraverso l’imposizione e non la sensibilizzazione.

Per una coesistenza della vita, e non solo del multiculturalismo, è necessaria la reciproca comprensione; soprattutto nelle scelte umane. Farsi baluardo di una ideologia, in modo cieco e non mediato fa si che nel tempo si possa solo erigere un muro nei confronti di scelte etiche che non condivido. Se una persona vuole spontaneamente sottoporsi alla modificazione del proprio corpo bisogna comprendere i motivi della scelta. Ne ha tutti i diritti. L’importante è la consapevolezza dei danni medici che essa possa provocare.

                                                                                                              Matteo Bersi

Un ringraziamento speciale a Luca Russo

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