È innegabile: in questo momento qualsiasi francese starà facendo festa per le vie dell’Hexagone, brindando ed esultando in nome della sudata conquista del trofeo mondiale. Eppure, va detto, solo un giorno prima quella stessa fortuna che ha servito loro un “assist” sul campo russo non sembrava assolutamente essere dalla parte dei nostri vicini di casa. La mattinata all’insegna del trio “liberté, egalité, fraternité” si è infatti rivelata per i suoi festeggiati teatro di impensabili gaffe: quando tutti pensavano che nulla potesse essere peggio dello scontro tra due moto della Guardia Repubblicana, ecco che i caccia aerei incaricati di dipingere in cielo la bandiera francese… hanno invertito i colori.
Insomma, se nell’imbarazzo generale la maggior parte del pubblico si sarà lasciato scappare più di un “francesismo”, sicuramente almeno uno delle migliaia di parigini radunati nel cuore della capitale avrà detto tra sé e sé amareggiato: “è la legge di Murphy”.

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L’errore nel tricolore francese, credit: vvox.it

“Se qualcosa può andar male, andrà male”. Quanti di voi almeno una volta hanno pensato che questa frase potesse essere il perfetto ritornello per la colonna sonora della propria vita? Ecco, se è così, sappiate che non siete i soli: uno scienziato statunitense l’ha addirittura trasformata nel postulato principale della sua legge “scientifica”.

Se la fortuna aiuta gli audaci, la sfortuna è più altruista

Era il 1949 quando l’ingegnere Edward Aloysius Murphy, militare dello United States Army Air Corps, venne incaricato dalla USAF di attuare degli esperimenti che valutassero la tolleranza del fisico umano di fronte a violente accelerazioni: la ricerca prevedeva che sul corpo di ciascun soggetto fossero applicati 16 accelerometri, ciascuno dei quali poteva essere montato al proprio supporto in due modi differenti. Paradossalmente i tecnici incaricati dell’imbragatura – posti di fronte ad un 50% di probabilità di successo – finivano sempre con lo scegliere la modalità sbagliata, tanto che lo stesso Murphy in quell’occasione pronunciò il suo aforisma più noto, nonché la base di tutta la teoria pseudo-scientifica che ne derivò: “se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre ad una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo”.

Murphologia, fette di pane imburrate e grandi numeri

Una volta rotto il ghiaccio con la primissima formulazione della legge di Murphy, ecco che subito gli eredi della sua “scuola di pensiero” leopardiana hanno così afferrato la palla al balzo, inventando sempre nuove ed ironiche versioni del postulato ed arrivando addirittura a formulare dei veri e propri corollari. Tra questi, i più famosi annunciano: “se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto” oppure ancora “i cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedir loro di nuocere”.
Alle nove deduzioni principali della teoria, se ne sono aggiunte poi anche di più originali e paradossali, tra cui la massima universalmente condivisa secondo cui: “la probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro su un tappeto nuovo è direttamente proporzionale al valore del tappeto stesso“.

Eppure, per quanto la cosiddetta Murphologia faccia sorridere e negli anni abbia trovato conferme più nelle cronache di vita quotidiana che in quelle scientifiche, non tutto ciò che la riguarda è da considerarsi privo di fondamento logico. L’assioma di Murphy in una certa misura riprende infatti la “legge dei grandi numeri” di Bernoulli e il principio statistico secondo cui un evento – per quanto inverosimile esso sia – probabilmente finirà davvero per verificarsi se inserito in una serie di possibilità tendenti all’infinito. Anzi, come specifica uno degli assiomi della legge murphiana, “se c’è anche solo una possibilità che varie cose vadano male, quella che causa il danno maggiore sarà la prima a farlo”.

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La legge di Murphy, credit: esquire.com

Messo per un attimo da parte il gigantesco castello di sabbia costruito partendo dallo stampino di Murphy, è però vero che se – come ci ha insegnato il nostro guru della sfortuna – da un lato non possiamo nulla per scongiurare quel “peggio” che ancora ci attende, dall’altro involontariamente potremmo essere proprio noi la causa dei nostri mali.
Questa volta però ad avvalorare tale teoria non sono né fette di pane imburrate né accelerometri di alcun genere, ma piuttosto uno dei fenomeni più studiati nella storia della psicologia sociale: la profezia che si auto-avvera.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso

Formulata per la prima volta nel 1948 da Robert K. Merton all’interno del suo libro “Teoria e struttura sociale”, la profezia che si auto-avvera riguarda una credenza relativa a sé o agli altri il cui concretizzarsi paradossalmente si verifica proprio a causa del nostro timore che ciò accada. Per rendere il tutto più comprensibile, basta pensare a questo curioso fatto di cronaca: nel 1979 i giornali della California annunciarono un imminente e drastico crollo nella disponibilità di benzina a causa di un embargo sul petrolio arabo. Quello che però non era arrivato fino alle orecchie degli ascoltatori era che la diminuzione dell’erogazione sarebbe stata così minima da essere irrilevante, se non fosse stato che dodici milioni di automobilisti terrorizzati invasero i benzinai per fare il pieno, divenendo loro stessi la causa del tracollo.

Che si tratti quindi di sventura auto-inflitta o, come giurava Murphy, di un sadico scherzo del cosmo, nulla sembra capace di impedire alla sfortuna di condizionare la nostra quotidianità, tanto che a volte ci farebbe comodo avere tra le mani una teoria scientifica che ci aiuti a combatterla.
Allo stesso tempo però – in mezzo al caos di imprevisti, problemi e danni collaterali – resta il fatto che su 99 modi in cui le cose potrebbero peggiorare, possiamo comunque confidare in quell’unica eccezione alla regola che sarà capace di sorprenderci.

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