Il nostro cervello è cosciente e risponde a determinati stimoli, anche sotto anestesia

Arriva direttamente dalla Finlandia la conferma di alcuni dubbi riguardanti l’interazione tra anestesia generale e cervello umano.
Diversi scienziati, tra tutti Harry Scheinin e la psicologa Antti Revonsuo, hanno infatti sottoposto ad alcuni test i pazienti consenzienti che, anche se anestetizzati, hanno portato prove inconfutabili della nostra coscienza attiva.

Gli studiosi hanno, dunque, potuto paragonare questo stato a quello onirico, con una piccola ma essenziale differenza: non riusciamo a ricordare ed a immagazzinare niente di quel che ci accade. La condizione di incoscienza esteriore non corrisponde a quella più profonda, guidata dal nostro encefalo. Quest’ultimo, infatti, pur non essendo in grado di provare dolore, tenta di riorganizzare gli eventi che accadono intorno a lui.

I sogni vengono accostati a queste esperienze interiori che, però, non hanno un lascito al risveglio del paziente.
Tre sono state le fasi di studio utilizzate per analizzare più a fondo le rispettive risposte e le differenti interazioni tra ambiente e cervello sotto anestesia.
La prima, fondamentalmente, è stata la fase della sedazione, durante la quale alle “cavie” è stato fatto assumere un infuso di farmaci. Monitorati tramite un computer, i dosaggi hanno permesso che il risveglio fosse graduale e poco traumatico.
Successivamente, durante il sonno indotto, i ricercatori hanno recitato delle frasi, alcune di queste contenenti parole prive di significato. Tramite l’elettroencefalogramma si sono ricercati degli impulsi legati all’incongruenza verbale. Si è scoperto, però, che il cervello non fa distinzioni, se anestetizzato, tra frasi esatte ed errate.
Nell’ultima fase dell’esperimento, gli scienziati hanno prodotto dei suoni sgradevoli ed hanno potuto constatare che le risposte cerebrali degli anestetizzati erano ben più celeri rispetto a quelle riguardanti suoni sconosciuti.
Infine, al risveglio, i tester hanno dichiarato esplicitamente di aver vissuto delle esperienze oniriche, legate molto spesso alla realtà che li aveva circondati.

In definitiva, ad oggi, si può escludere di essere completamente inconsci durante terapie anestetizzanti. Anche se non sono ancora chiari i diversi motivi e meccanismi nel nostro cervello, sicuramente vi sono delle interazioni chimiche e sinaptiche che fanno scattare e attivano le differenti risposte.

L’importanza dell’anestesia e la figura dell’anestesista

Fin dal 3000 a.C. l’uomo ha cercato costantemente dei metodi per alleviare il dolore. Nell’antichità, però, venivano utilizzate delle sostanze di dubbia efficacia: alcol, droghe (hashish ed oppio) ed anche impacchi con il ghiaccio.

Solo nel 1796, Priestley e Humphry Davy scoprirono le proprietà anestetiche del protossido d’azoto, tracce che furono rinvenute anche nell’etere dietilico. Le due sostanze, però, fino alla metà del 1800 non furono impiegate. Nel 1846, finalmente, venne dimostrata la prima tecnica di anestesia chirurgica con il protossido d’azoto al Massachusetts General Hospital.

Il primo intervento compiuto con l’ausilio dell’etere è attribuibile al medico scozzese Liston, nel 1846, anche se il 16 Ottobre dello stesso anno, il dentista americano Green Morton, la utilizzò per un’operazione d’asportazione di tumore al collo. In Italia, questa tecnica arrivò solamente l’anno successivo, nel 1847, a Milano.

Negli ultimi due secoli, indubbiamente, le tecniche di utilizzo e di sviluppo di questa pratica si sono notevolmente sviluppate, aiutate anche dal progresso tecnologico e ospedaliero.
Ad oggi, infatti, il medico anestesista è una figura di rilievo in ogni reparto ed area delle strutture sanitarie. Egli, infatti, oltre ad avere il compito di preparare “l’infuso” di farmaci da sottoporre al paziente prima dell’intervento, deve anche intervenire, celermente, nei reparti di rianimazione. Questi ultimi, infatti, ospitano degenti critici, che necessitano di un intervento in caso di arresto cardiaco o di una crisi che stravolga un determinato parametro vitale.

E’ fondamentale, per questa professione, il contatto umano e la piena conoscenza del paziente con il quale si deve interagire. Per preparare la giusta dose di medicinali, affinché tutto proceda in modo lineare e si mantenga all’interno di parametri stabili, è necessario conoscere le diverse allergie e le diverse intolleranze che potrebbero subentrare in sede operatoria.
Per far sì che tutto avvenga senza intoppi, è importante, se non essenziale, che il malato durante un anestesia generale non si svegli. Nel caso, invece, di quella locale o loco-regionale, si deve ottenere un completo isolamento della regione che poi verrà trattata.

Diversi sono i farmaci che possono essere impiegati per raggiungere questo obiettivo. Tutti, però, devono garantire una copertura ed una sicurezza globale. Gli scopi da raggiungere sono tre: l’entrata del degente in uno stato di incoscienza indotta, l’abolizione del dolore ed il rilassamento dei muscoli, relativamente, quindi, l’ipnosi, l’analgesia e la miorisoluzione.

Cosa succede in caso di risveglio anticipato da un’anestesia

Ormai questa pratica è divenuta assolutamente sicura e la maggior parte dei pazienti non ha particolari controindicazioni.
A causa di alcune condizioni patologiche, però, si possono riscontrare dei problemi. I pazienti anziani o malati in modo grave, possono incappare in rischi post operatori mentre altri presupposti possono aumentarne i rischi. Fumo, obesità, ipertensione, diabete ed alcolismo sono solo alcuni di questi.

Si stima che su 100.000 malati, solo 1 o 2 siano parzialmente svegli durante un’anestesia generale, situazione definita risveglio intra-operatorio. A causa, invece, di un veloce riassorbimento dei miorilassanti, ci sono alcune persone che riescono a muoversi o addirittura a parlare. Questo, in seguito, può causare problemi psicologici (sindrome da stress post traumatico).

Ciò che però più spaventa, è il risveglio vero e proprio: un individuo su mille ha la sfortuna di svegliarsi nel mezzo dell’intervento chirurgico e di non poter avvisare l’equipe di medici a causa della paralisi muscolare.
Come spiega il professor Massimini, neurofisiologo dell’Università degli Studi di Milano, questa è un’esperienza angosciante: si sentono gli odori della sala operatoria, a volte anche la pressione del bisturi sulla pelle e non si è in grado nemmeno di respirare in modo autonomo. Non si può avvisare nessuno, i muscoli sono paralizzati.

Secondo le ultime ricerche, è una prassi consolidata quella di stabilire, attraverso una domanda o una richiesta precisa, se il paziente sia in sè. Ma, effettivamente, non sono solo i rapporti con l’esterno che ci dicono se siamo coscienti o meno. Se questo raro evento dovesse capitare, dunque, al termine dell’intervento il paziente potrebbe avere vaghi ricordi dell’esperienza, potrebbe provare ansia, avere incubi notturni e sviluppare l’incapacità di dormire disteso.