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Morire nel ricordo, vivere nella promessa: Hanna Arendt ci spiega “Sette anime”

Morire nel ricordo, vivere nella promessa: Hanna Arendt ci spiega “Sette anime”

Che valore hanno nella nostra esperienza di vita le facoltà di ricordare, promettere e perdonare? “Sette anime” e Hanna Arendt ce ne svelano il significato più profondo.

 

Tim Thomas (Will Smith) in una delle  scene decisive del film (Fonte: NoSpoiler.it)

 

L’angosciante e coinvolgente dramma vissuto da Tim Thomas costringe lo spettatore ad immergersi nella lacerante profondità del suo dolore, in un ballo tra la vita e la morte, tra il passato e il futuro, tra l’ossessivo ricordo del male procurato e la dolce speranza della redenzione. Hanna Arendt viene in nostro aiuto, a mostrarci come l’intreccio dell’esistere si svolga, nel suo senso più autentico, in ciò che siamo capaci di ricordare, nella grandezza delle nostre promesse, nella verità del nostro perdono.

 

Convivere con la morte: il fatale errore di Tim Thomas

Acclamata pellicola uscita nelle sale nel 2008, frutto della virtuosa collaborazione tra il regista italiano Gabriele Muccino e il celebre attore Will Smith, Sette anime è il racconto di una  tortuosa parabola: quella del suo protagonista Tim Thomas. Brillante ingegnere aerospaziale e marito fedele, il nostro conduce una vita più che agiata e felice, almeno fino al momento che modificherà per sempre il destino della sua esistenza: una notte, mentre si trova alla guida della sua auto accompagnato dalla moglie, Tim si distrae rispondendo ad un messaggio, provocando così un incidente mortale capace di uccidere sette persone, compresa la coniuge. Distrutto dalla situazione e consapevole dell’irrimediabilità del suo atto, Thomas sprofonda in un cupo stato di depressione, non riuscendo più a trovare alcun senso al suo esistere. D’un tratto, giunge la sola ed unica soluzione: al fine di ripagare il male compiuto e sanare il dolore, egli vivrà per salvare le vite di sette individui meritevoli di questo atto, donando parti del proprio corpo e dunque spegnendosi lentamente. Fin quando a rovinare l’equilibrio del suo perfetto e macabro piano non verrà Emily. Ma ora, per un attimo, lasciamo che sia Arendt a parlare.

 

Hanna Arendt (1906-1975) pietra miliare del pensiero politico novecentesco (Fonte: thevision.com)

 

(Ri)costruire il senso: il messaggio di Hanna Arendt

La filosofa de La banalità del male, geniale apolide del pensiero politico novecentesco, sarebbe stata senza alcun dubbio incuriosita dalla problematica figura di Tim Thomas. Un individuo smarrito, sconfitto dalla vita e arresosi alla morte, impotente dinanzi alla crudeltà del tempo, il quale si ostina imperterrito a scorrere soltanto in una direzione. Che cosa avrebbe detto, allora, Hanna Arendt? La risposta è da cercare tra le fitte e folgoranti righe di Vita Activa. In questo testo la pensatrice ebrea procede ad un’interessantissima ridefinizione delle principali facoltà dell’umano, concentrandosi in particolare su quelle capacità fondamentali che costituiscono il proprium del nostro modo di stare al mondo: oltre ad essere animal laborans, cioè capace di  provvedere al proprio sostentamento biologico, e homo faber, ovvero creatore di un mondo artificiale in grado di ospitare e custodire la vita, l’uomo è soprattutto ed essenzialmente il solo animale politico, ossia in grado di mostrarsi nella propria unicità attraverso l‘azione e il discorso. Queste ultime proprietà, costituenti la specificità della condizione umana, portano però con sé un’incontrollabile dose di irrimediabilità, di imprevedibilità. Si comprende qui il dramma di ogni esistenza, soprattutto il dramma di Tim Thomas, ormai ingabbiato tra un passato non modificabile e un futuro angosciante nella nullità delle sue prospettive. In questa situazione apparentemente desolante, Arendt ci prende per mano mostrandoci la luce in fondo al tunnel, quel varco da attraversare: la risposta sta nel perdono capace di ri-costruire il passato, nella promessa capace di tracciare la strada del futuro. Perdono e promessa rappresentano i soli modi dati all’uomo per ribellarsi all’indifferenza del tempo, immettendo nella sua cieca circolarità la linearità del senso, il potere liberante dell’amore. Perdono e promessa costituiscono le più nobili radici del legame che ci connette al mondo, all’altro, alla nostra storia personale. E ora, riavvolgendo il nastro, siamo pronti a comprendere il significato della dolorosa ma salvifica rinascita del nostro protagonista.

 

(Ri)abitare la vita: la scelta di Tim

L’impeccabile pianificazione dell’ex ingegnere inizia a palesare cenni di tentennamento dinanzi ad una variabile non considerata: la presenza dell’altro che ci richiama alla vita. Tra gli identikit individuati da Tim come bisognosi e meritevoli di un atto di bontà risalta il nome di Emily Posa, giovane donna affetta da una grave sindrome cardiaca. Deciso a donarle il proprio cuore e salvare così la sua vita, Tim inizia a frequentare Emily, a conoscere a poco a poco il suo carattere, le sue passioni, le sue gioie e le sue ansie. Ed è qui, allora, che i ruoli sembrano incredibilmente rovesciarsi: la donna selezionata al fine di dare un senso ad una morte tanto attesa diventa invece scintilla capace di rigenerare la vita, il cupo benefattore è smarrito dinanzi al dono di una nuova, incerta, disturbante felicità. Il protagonista è chiamato ora a compiere una tremenda scelta: vivere intensamente con Emily il restante tempo che il destino concederà loro, o morire per il bene della propria amata? Probabilmente Tim Thomas non si sarà interrogato sulle suggestive pagine di Vita Activa, ma la sua decisione finale avrebbe di certo colpito la mente e il cuore di Arendt, a cui tanto erano cari gli enigmatici intrecci tra passato e futuro, quelli che fanno di una vita una vita umana. Senza dubbio la filosofa avrebbe sottolineato con forza la differenza che corre tra donare la mortedonare la vita. Qui infatti si compie la salvezza di Tim, qui si comprende la straordinaria non chiusura del cerchio: donando il proprio cuore a Emily, egli non realizza l’ultima fase di un lento suicidio, bensì riafferma il senso profondo della vita privandosi della vita stessa. Perdonando il proprio passato, promettendo tutto se stesso al futuro dell’altro. Scoprendo, direbbe Arendt, le cure più autenticamente umane al sordo fluire di questa cosa che chiamiamo tempo.

 

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