Attraverso il mito di Theuth, Platone mostrò che conoscenza e sapienza non sono la stessa cosa. Chi infatti aumenta le proprie conoscenze leggendo gli scritti degli altri, facilmente può pensare di aumentare cosí anche la propria sapienza. Ma si tratta di una presunzione infondata e pericolosa. L’invenzione della scrittura quale nuova tecnica per conservare la memoria è potente, ma non virtuosa, in quanto si delega al testo scritto, riducendo l’autonomia dell’uomo. Così i mezzi informatici hanno oggi la funzione di ricordare per noi: arretra l’umano per lasciar spazio ad esseri chini, non metaforicamente, sui mezzi informatici, i quali rammentano, organizzano e dispongono della vita delle persone.

La filosofia, per definizione, ci interroga, portando chi se ne accosta a una serie di riflessioni che devono verosimilmente valere anche per il mondo contemporaneo o, quando non fossero più valide, si dovrebbe almeno tentare di comprenderne il motivo profondo. La verità di questa premessa si presenta inequivocabilmente quando si legge il mito di Theuth narrato nel Fedro platonico. Il dialogo in questione è quello tra Socrate e Fedro, giovane ammiratore dei sofisti. Socrate racconta di aver “sentito narrare che a Naucrati d’Egitto dimorava uno dei vecchi dèi del paese, il dio a cui è sacro l’uccello chiamato ibis, e di nome detto Theuth.” Theuth è il dio delle invenzioni, dunque in un certo senso dell’ingegno umano: tutte le scienze, dall’aritmetica all’astronomia, sono state da lui inventate. Il faraone dell’epoca, Thamus, nel mito, ha la funzione di determinare la bontà delle diverse invenzioni del dio. Il problema maggiore sembra sorgere dinanzi alla scrittura. Secondo il dio, gli Egizi sarebbero destinati a essere i più sapienti di tutti gli uomini, perché capaci di ricordare ogni possibile informazione, ogni dato, in virtù del possesso della scrittura, la soluzione per ovviare alla tendenza umana alla facile dimenticanza. A proposito della scrittura il dio afferma: “questa scienza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria”. E il re rispose: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno”. “E così ora tu – continua il sovrano – per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di sé stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.

Ecco l’ammonimento platonico: autentica conoscenza si ha quando si è in grado di ricordare dal di dentro, utilizzando la propria memoria. La distinzione fra memoria interna, propria del soggetto, e memoria esterna, ovverosia funzione dell’impiego di qualche supporto esterno (carta e penna o tablet per esempio), permette di riflettere come l’autentica conoscenza non sia semplicemente estensiva, ma dovrebbe essere intensiva, profonda. Quindi l’attacco decisivo di Socrate (Platone) alla scrittura: “dunque chi crede di poter tramandare un’arte affidandola all’alfabeto e chi a sua volta l’accoglie supponendo che dallo scritto si possa trarre qualcosa di preciso e di permanente, deve esser pieno d’una grande ingenuità, e deve ignorare che le parole scritte siano qualcosa di più del rinfrescare la memoria a chi sa le cose di cui tratta lo scritto”. Nella prospettiva di Theuth, il vero, la sapienza sembra correlarsi con la capacità di accumulo di conoscenze: sapere è un depositare nozioni e la memoria dell’uomo rappresenta, quindi, una sorta di deposito che, quando saturo, ha bisogno di nuovi luoghi in cui stoccare la merce della conoscenza. La società occidentale, in effetti, si è spesso caratterizzata dalla convinzione che il sapere autentico sia di tipo quantitativo più che qualitativo: si ritiene una persona colta e intelligente in virtù del numero di informazioni che dimostra di possedere o di cui, almeno, fa credere di avere possesso. Questa la conclusione dell’ateniese: “solo il discorso che è scritto con la scienza nell’anima di chi impara: questo può difendere sé stesso, e sa a chi gli convenga parlare e a chi tacere”. Il testo non può rispondere, il testo “ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto”. La forza del dialogo orale risiede non solo nel fatto che l’autore delle affermazioni è presente nel momento in cui le sostiene, ma è anche in grado di valutare l’opportunità di dire qualcosa, giudicando il contesto del discorso.

Se al tempo di Platone la diatriba era tra oralità e scrittura, oggi, nel mondo dei social, il problema appare amplificato in maniera esponenziale laddove le nostre affermazioni vengono messe alla mercé di chiunque, prive della loro anima, in assenza del loro “padre”, prive di sentimenti e relazioni. E allora la problematica platonica torna prepotentemente all’assalto laddove si legge “se s’immagina che le parole scritte siano qualcosa di più del rinfrescare la memoria a chi sa le cose di cui tratta lo scritto” si è degli ingenui perché non è cultura quella del copia e incolla del sapere non proprio, non è cultura quell’automatica trasposizione di nozioni senza alcuna consapevolezza, terribile realtà ai giorni nostri. Dobbiamo avvalerci di internet e dei social network solo e soltanto se siamo in grado di approcciarci a questi ultimi considerandoli degli strumenti che noi, possedendo delle solide basi di carattere culturale, adoperiamo per la nostra crescita e non come dei surrogati della realtà e della cultura. La scrittura (come il supporto informatico) consente di accedere alle informazioni senza la mediazione, la discussione, la fatica di concettualizzare e ricostruire i contesti dell’informazione. Il supporto diviene così veicolo della cultura o meglio dell’incultura. Solo la mediazione discorsiva, il mettere in gioco la parola tra dialoganti trasforma l’informazione in concetto, permette di elaborare la dialettica nello scontro senza il quale ogni informazione rischia di passare come acqua su marmo.

Gli uomini dimenticano e hanno pertanto bisogno di un antidoto alla loro naturale tendenza alla dimenticanza: in una società come l’attuale, in cui il flusso delle conoscenze sembra incrementarsi ogni giorno a dismisura, si può davvero pensare a una visione tanto estensiva delle conoscenze o non sarebbe di contro necessario, o almeno maggiormente auspicabile, che si perfezionino le capacità critiche, le capacità di connessione e di ricostruzione delle conoscenze stesse?
Tommaso Ropelato