Menone: il famoso eroe greco tra le Anabasi e Platone, si può definire virtuoso?

Oggi a noi giungono diverse descrizioni riguardanti il carattere e le gesta dell’eroe Tessalo, prima allievo di Socrate e successivamente mercenario dei Diecimila di Senofonte.

Opliti spartani, perfetto esempio di uomini virtuosi (Oltre la linea)

L’Antica Grecia si può forse definire un’anticipazione delle virtù cortesi medievali? Questo lo si intuisce in quanto oggi ci vengono riportate gesta virtuose compiute da molti eroi greci, si può prendere come esempio l’Iliade, anche se in parte mitologica, oppure la resistenza dei 300 alle Termopili, ma una storia che sembra superare i confini della realtà è sicuramente quella dei Diecimila mercenari greci delle “Anabasi” di Senofonte, dove si scorge il personaggio platonico Menone che dopo gli insegnamenti sulla Virtù parte per la guerra.

La ricerca della Virtù

Problema geometrico di Socrate (wikipedia)

La figura di Menone è globalmente nota grazie all’omonimo dialogo di Platone, che pone come dilemma la virtù etico-politica, e se questa sia insegnabile o meno. I protagonisti del dialogo sono Socrate, Menone di Farsalo, lo schiavo di Menone e Anito il futuro boia di Socrate. Il testo si apre con un ironico elogio di Socrate verso i Tessali che hanno potuto usufruire dei servizi di retorica offerti dai Sofisti, in particolare Gorgia da Leontini, una forma di insegnamento a pagamento che Socrate disdegna in quanto sostiene che non si possa trasmettere la Sapienza tramite un pagamento, e con questo intende anche che la Virtù insegnata da Gorgia sia fasulla. Così come è solito per Socrate affronta il problema cercando una definizione della Virtù interrogando Menone, questo gli risponde che esistono vari tipi di virtù, ma la risposta esatta non è questa in quanto la Virtù non è soltanto una suddivisione di varie materie, è invece la caratteristica uniforme e primordiale presente in tutte le cose ma con “Essenza” propria. Socrate soccorre Menone prendendo come esempio le api, dice che ce ne sono molte di specie diverse ma noi le raggruppiamo comunque con la definizione di “api”, Socrate quindi sottolinea che come le api hanno un’essenza comune che ce le fa riconoscere anche la Virtù ha la stessa sostanza. Dopo il dilemma iniziale Socrate cerca di capire cosa vuol dire insegnare per scoprire se effettivamente la Virtù possa trasmettersi con l’insegnamento. A questo punto avvia un esperimento che dimostra come l’insegnamento non sia altro che una reminiscenza di ricordi dell’Anima nelle vite precedenti, questo processo è definito “Anamnesi“, per questo chiama lo schiavo di Menone, privo di conoscenze matematiche, per risolvere un problema geometrico, e questo riesce trarne la soluzione, ciò dimostra che certe conoscenze erano già presenti nella sua Anima. Tornando al dilemma della Virtù Menone esclude che questa sia presente in Natura e che sia insegnabile, attraverso esempi storici come quello di Temistocle riesce anche a capire che non sia trasmissibile, perché i figli dell’eroe Ateniese non erano illustri quanto il padre, quindi come dei legacci che tengono insieme una statua di Dedalo, la Virtù non rimane legata a lungo nell’Anima e si manifesta solo attraverso opinioni vere e rette.

La spedizione dei Diecimila

Itinerario dei Diecimila (Zanichelli)

Poco tempo dopo il dialogo, nel 401 A.C., Menone si imbarca in un’impresa epica che disegnerà il futuro assetto politico del Medio Oriente, si tratta della spedizione dei Diecimila, narrata da Senofonte nell’Anabasi, il diario del viaggio. La spedizione era stata organizzata da Ciro II, governatore di Lidia e fratello del Gran Re persiano Artaserse, il suo intento era colpire Babilonia per spodestare il fratello e prendere il trono dell’impero, finanziato dalla madre, la regina madre Parisatide, riuscì ad assoldare 100.000 asiatici e più di diecimila opliti, tra i quali un enorme battaglione spartano. L’armata parte da Sardi in Asia Minore e incontra sul percorso vari satrapi che bloccano il percorso tra questi quello di Cilicia alle Porte Cilicie, dove si scontra con la forza bruta di Menone che libera il passaggio devastando la regione, ma lo scontro vero e proprio avviene a 10 km da Babilonia, nei pressi di Cunassa, dove i fratelli imperiali si scontrano in duello e Ciro perde la vita. Nonostante ciò i greci comandati da Clearco riescono ad avere la meglio su Tissaferne, il generale persiano, tuttavia questi non sanno che il loro “datore di lavoro” sia morto, per questo tornando all’accampamento trovano i persiani che saccheggiano i viveri, e Menone in un’ira degna di Achille li massacra. Il giorno dopo la battaglia ai mercenari greci viene offerta una scorta per il ritorno in patria, ma sotto ciò c’era un inganno, infatti durante una riunione tra gli ufficiali greci e l’alto comando persiano i 50 ufficiali dei mercenari, tra questi Menone, vengono catturati e massacrati, le ultime notizie riguardanti Menone riferiscono che sia morto a Ctesifonte, dopo atroci torture e sofferenze. E’ questa dunque la fine di un guerriero leggendario? Dopo la “strage dei comandanti” Senofonte insieme allo spartano Cherisofo guida l’armata disperata attraverso le montagne del Caucaso e dell’Armenia dove si nascondono tribù e satrapi ostili ai greci, i Diecimila si perdono tra le montagne ma poi seguendo i fiumi giungono nei pressi di Trebisonda, sul Mar Nero, e al grido di “Thalassa! Thalassa!” (Mare! Mare!) riescono a imbarcarsi per Bisanzio e a tornare a casa, dove non verranno accolti con onore perché le poleìs spaventate dal Gran Re cercano di insabbiare l’impresa dei Diecimila.

Adrien Guignet, La ritirata dei Diecimila, 1843 (Cronistoria. altervista. org)

Processo a Menone

Alla luce di questi avvenimenti ci vengono proposte due realtà differenti: un Menone che cerca di diventare virtuoso seguendo gli insegnamenti di Socrate, e dall’altra parte abbiamo un resoconto storico fornitoci da Senofonte, che descrive Menone disprezzandolo e rappresentandocelo come un uomo bruto che agisce d’istinto seguendo l’orgoglio e abbandonando la Ragione. Tutto ciò induce a pensare che questo abbia abbandonato la Filosofia e sia diventato una “macchina da guerra”, ma forse il suo comportamento si può giustificare, d’altronde come la guerra ci ha sempre mostrato, l’uomo non è altro che un’animale come gli altri e quando percepisce pericolo e disperazione si abbandona ai suoi istinti più primordiali e inconsci per sopravvivere.

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