Memento e il modello della mente estesa

Memento e il modello della mente estesa

18 Novembre 2018 0 Di Francesco Rossi

Film vincitore del premio Oscar per la miglior sceneggiatura e miglior montaggio del 2002, Memento è una delle pellicole più conosciute del regista britannico Christopher Nolan. In essa viene raccontata la storia di Leonard Shelby che, dopo un’aggressione subita dai due sconosciuti assassini di sua moglie, ha subito un grave danno cerebrale che gli impedisce di fabbricare nuovi ricordi. Nel corso della vicenda che vede coinvolto Leonard nel faticoso sforzo di ricostruire quanto accaduto per poter rintracciare i colpevoli, è spesso possibile vederlo intento a scrivere appunti, tatuarsi numeri di telefono o scattare fotografie per ricordarsi di persone, luoghi o eventi che altrimenti scivolerebbero inesorabilmente via dalla sua memoria. Ma la mente di Leonard è davvero danneggiata? Davvero non è possibile fidarsi di ciò che dice per il solo fatto che deve convivere con questo danno cerebrale? Se lo chiedessimo ai filosofi Clark e Chalmers la risposta potrebbe lasciarci interdetti.

Per poter comprendere l’idea di questi filosofi è necessario introdurre una semplice ma fondamentale distinzione: quella fra cervello e mente, essi partono infatti da una concezione che non vede queste due entità come identiche, al contrario, mentre il cervello si identifica con l’organo biologico presente all’interno dei nostri crani, la mente sarebbe un’entità più astratta costituita da tutti i processi e le funzioni date proprio dall’attivazione del supporto biologico. Per rendere più chiara la distinzione si può ricorrere ad un’analogia informatica: se la mente è Il software, il cervello è l’hardware. Costruito su queste basi è il modello della mente estesa, un’ipotesi proposta nell’ambito della filosofia della mente  profondamente contraria a quello che è il paradigma generalmente accettato che potremmo chiamare della ‘mente limitata‘, secondo il quale, pur rimanendo la fondamentale distinzione mente/cervello, la prima si troverebbe ad essere limitata dai nostri crani e dalla nostra pelle senza poter in alcun modo fuoriuscire dallo ‘steccato biologico’ imposto al cervello dalla natura. Il modello di Clark e Chalmers propone proprio l’opposto: pur essendo il cervello impossibilitato ad uscire dalle nostre teste, lo stesso non si può dire per la mente la quale si configura dunque come una mente estesa.

Leonard Shelby (Guy Pearce) in una scena del film (www.mondofox.it).

Per rendere più chiara la cosa è possibile ricorrere ad un esempio, lo stesso usato dai due filosofi: prendiamo in considerazione due normalissime persone, Inga e Otto, entrambe intenzionate a recarsi ad una mostra d’arte contemporanea al museo sulla 53esima strada, mentre Inga per andarci potrà fare affidamento alla sua memoria, Otto invece (essendo malato di Alzheimer) dovrà ricorrere all’uso di un taccuino sul quale è presente l’indirizzo del museo. Queste due modalità sono, a parere dei due filosofi, esattamente uguali, il taccuino di Otto, infatti, assolverebbe alla funzione della memoria di Inga con un’unica differenza: esso è esterno alla testa di Otto, ma questo non è importante, perché funzionando esattamente come una memoria, seppure esterna, si configura come parte integrante della mente di Otto, andando a sostituire ciò che a livello biologico è danneggiato. In questo senso dunque si parla di mente estesa, il taccuino è parte della mente di Otto che quindi non è rinchiusa all’interno della sua testa ma ne fuoriesce e lo stesso esempio si potrebbe fare parlando di un computer, di una calcolatrice o di un libro, tutti oggetti esterni che assolvono a compiti tipici della nostra mente. Più in generale, dicono Clark e Chalmers: qualunque processo del mondo esterno che, immaginato all’interno della nostra testa, non esiteremmo a definire come parte di processo cognitivo è parte di quel processo cognitivo e quindi parte della nostra mente. Si vede quindi ora come tale modello escluda il solipsismo della mente limitata per aprire gli orizzonti ad una mente più aperta e libera, ma soprattutto comprendente oggetti esterni, esattamente come nel caso di Leonard che, alla stregua di Otto, non può fare affidamento sulla sua memoria, ma solo su tatuaggi, appunti e fotografie.

Christopher Nolan (www.variety.com).

Tale posizione non è, ovviamente, esente da critiche o limitazioni. Prima di tutto gli stessi autori, analizzando il loro pensiero, sono giunti a definire delle caratteristiche necessarie per poter giudicare un supporto esterno e la sua funzione come cognitivo/mentale e di conseguenza parte della mente estesa: il processo deve essere sempre disponibile quando richiesto, deve essere facilmente accessibile e deve essere trasparente, ossia presentare risultati immediatamente utilizzabili senza essere sottoposti ad alcun esame critico. In secondo luogo altri filosofi si sono opposti, in particolare Diego Marconi con la problematica proposta del cosiddetto “argomento  delle ragazze prigre” il quale può essere così riassunto: si considerino Anna ed Emma, due ragazze che devono tradurre un testo dal latino all’italiano ma non ne hanno voglia, Emma ricorre ad un traduttore andando dunque a costituire un normale caso di mente estesa, Anna invece chiede aiuto al padre, latinista in grado di fornire ad ogni frase la corrispondente traduzione. Questo secondo caso è più problematico: il padre di Anna può essere considerato mente estesa di Anna? Quando Anna traduce ci sono una o due menti in azione? L’unico modo per risolvere questi problemi è, secondo Marconi, l’introduzione di un’ontologia dai confini mobili che ammetta dunque la possibilità che due menti diverse possano compenetrarsi a vicenda e per un periodo limitato di tempo (necessario alla conclusione di un compito). Clark e Chalmers si mostrano inclini proprio ad una ipotesi del genere e d’altra parte che problema ci sarebbe? Se l’ipotesi della mente estesa implica a sua volta un io esteso questo non dovrebbe scandalizzare troppo dal momento che, come affermano loro stessi: “Molti di noi accettano già che il sè superi i confini della coscienza, le mie credenze disposizionali (ossia rappresentazioni del mondo immagazzinate da qualche parte nella mente), per esempio, costituiscono in senso proprio una parte della persona che sono. Se le cose stanno così, dunque, questi confini potrebbero anche estendersi oltre alla pelle. L’informazione contenuta nel taccuino di Otto, per esempio, è una parte centrale della sua identità come agente cognitivo“.

David Chalmers (www.ted.com).

Se le ipotesi di Clark e Chalmers possono ancora essere considerate controverse e non del tutto convincenti, queste però funzionano benissimo nella pellicola di Nolan, alla fine della quale Leonard troverà ad aspettarlo un’amara verità e una scelta che cambieranno per sempre la sua vita. O forse no…

Lorenzo Delpiano