I jazz, stile che presuppone prima di tutto improvvisazione, pone la questione estetica se il genio sia tale per istinto naturale o grazie allo studio.

Tyner durante un concerto a New York
Il 6 marzo di quest’anno, a Filadelfia, si è spento all’età di ottantuno anni McCoy Tyner. Pianista, jazzista e improvvisatore fra i più importanti del secolo scorso, Tyner ha scritto pagine fondamentali della musica del Novecento e molte di queste le ha scritte al fianco del collega e amico storico John Coltrane. Non esiste pianista delle generazioni più giovani che non debba qualcosa allo stile e alla creatività di Tyner, che ha fatto del jazz la sua vita, apportando numerose innovazioni alla musica di questo genere. Non dimentichiamo però che la musica jazz è prima di tutto improvvisazione: così è stato fin dagli inizi del XX secolo, l’età in cui il genere nacque con il semplice presupposto di un ritmo binario. Il resto della musica è improvvisata. Il che ci pone di fronte a una questione che per la filosofia e per l’estetica in particolare è veramente cruciale: il genio è tale in virtù del suo studio o a partire da un suo istinto artistico naturale?
La musica jazz
La forma originaria di questo genere musicale è da ricercarsi nelle canzoni di lavoro, quelle che gli schiavi messi a lavorare nelle piantagioni degli Stati Uniti del sud intonavano per trascorrere il tempo. Definito più avanti standard jazz, questa forma musicale appartenente al genere mostra fin da subito le sue peculiarità: quando verrà trascitto negli spartiti, tutto è sintetizzato e ridotto a brevissime indicazioni su melodia, accordi e testi, cioè nulla fuori dello stretto indispensabile. Col tempo andranno a svilupparsi dalla forma standard le sue due forme principali, quindi il blues, composto di 12 battute, e la canzone, fatta di 32 battute. Sin dai primi tempi del suo sviluppo il jazz ha incorporato nel suo linguaggio i generi della musica popolare, del ragtime, del blues, della musica leggera e infine della musica colta, soprattutto statunitense, fino ai tempi più recenti in cui si è anche mescolato con tutti i generi musicali moderni come il samba, la musica caraibica e il rock. Con gli anni si è poi sviluppato nei suoi diversi sottogeneri, dal dixieland di New Orleans allo swing, delle big bands negli anni trenta e quaranta, dal bebop della seconda metà degli anni quaranta, al cool jazz e al hard bop degli anni cinquanta, dal free jazz degli anni sessanta alla fusion degli anni settanta, per arrivare alle recentissime contaminazioni con il funk e l’hip hop.

McCoy Tyner e John Coltrane nel 1963
Il genio innato
”È impossibile prevedere cosa succederà a un brano musicale.” ha dichiarato nel novembre 1969, in un intervista al Chicago SEED, Cannoball Adderley, fratello del primo compositore dello standard jazz. ”Prendi mio fratello: Nat scrisse un pezzo 7 o 8 anni fa. Non lo ritenevamo un brano importante: facemmo un paio di registrazioni, e Nat ne fece una su un album per la Riverside, intitolato Work Song. Poi la facemmo su un album nostro, quello che ho fatto subito dopo, che si chiamava Them Dirty Blues. Fu registrata anche da altri musicisti, Oscar Brown ci mise le parole e la fecero un sacco di cantanti, poi Herb Alpert decise di farla coi Tijuana Brass e divenne un grande successo. La suoniamo ancora…l’abbiamo sempre suonata perché ci piace. Ma chi sa qual è la ragione del suo successo?” La dichiarazione del maggiore degli Adderley sembrerebbe indicare che in questo caso specifico abbiamo a che fare con una forma d’arte poco ragionata, che arriva più dal cuore e dall’istinto che non dallo studio in sé. Sarebbe d’accordo Du Bos, filosofo francese del primo Settecento secondo il quale la creatività non è spinta da regole, perché il genio è tale solo se crea secondo sentimento. E così prosegue anche Sulzer, che sostiene addirittura la presenza di un fundus animae, un non so che profondo e nascosto nell’individuo-genio a cui attinge la genialità. Sarà anche la posizione dei romantici, fra cui spiccano più di tutto Novalis e Friedrich Schlegel: il genio è fuori dalle regole, le supera, e anche se è indubbia la necessità di un suo studio preliminare quello che conta più di tutto è il suo istinto all’arte.

McCoy Tyner (1938-2020)
Il genio che studia
Chi non era del tutto d’accordo con questa linea di pensiero era senza dubbio Diderot. Per lui non esiste un genio innato, ma solo un genio che si forma e si sviluppa: un qualcuno che sì è dotato di facoltà già proprie, ma è in grado di svilupparle e anzi ha il dovere di farlo, oppure genio non lo diventerà mai e le sue capacità rimarranno sempre in germe. Batteaux aggiungerà che già per definizione il genio artistico non può essere considerato tale in virtù di qualità che possiede ancora in modo astratto, perché genio è solo colui che si impegna a realizzarle, a metterle in atto. Vale a dire, la genialità non ha nulla di gratuito: se uno possiede un talento, ha il dovere assoluto di coltivarlo, perché se non lo coltiva e non lo esplica con la sua arte poco importa quali potevano essere le sue potenzialità.