Mattarella: “L’obbligo di salvare i migranti rimane”: la capacità di volgere lo sguardo in Kant

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato il decreto sicurezza bis fortemente voluto da Salvini, rilevando tuttavia la necessità, in una lettera inviata al premier Conte e ai presidenti delle Camere, di norme regolative che vadano a correggere e specificare dei punti del decreto considerati fallaci.

Foto: Irish Defense Forces (via Flickr)

La principale perplessità espressa da Mattarella riguarda l’obbligo dei capitani delle navi di fornire soccorso ai naufraghi, per lo più migranti, trovati in mare.
Tre osservazioni vengono poste dal Presidente della Repubblica in merito a tale punto.

Le considerazioni di Mattarella

La prima ossrvazione riguarda il fatto che l’ammenda possa risultare sproporzionata per chi salva i migranti, la quale può infatti arrivare fino a un milione di euro, cifra che si avvicina alle sanzioni penali: non rispettando così la necessaria corrispondenza tra comportamenti e provvedimenti.
La seconda osservazione invece denota come il decreto non ponga differenza tra le varie tipologie di nave, e per questo non sembri ragionevole, secondo Mattarella, fare a meno di tali indicazioni per il giudizio di comportamenti che possono portare a delle sanzioni di tale rilevanza.
Terza e ultima considerazione rileva l’obbligo del rispetto dei trattati internazionali, richiamandosi così al trattato di Montego Bay per cui “ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batta la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio e i passeggeri, presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizione di pericolo”.
L’obbligo del soccorso di vite umane in mare rimane insomma invariato e stabile.
Il fatto che però una tale necessità debba essere sottolineata e rimarcata a più riprese fa pensare a come vi sia chi riesce a voltare lo sguardo a richieste d’aiuto e ad allontanarsi dalla morale che dovrebbe essere in tutti noi.

A spiegare e confermare ciò è Kant nella sua opera “La religione entro i limiti della sola ragione”, articolando e sviluppando il suo pensiero, con due domande principali che verranno di seguito affrontate, attorno al cosiddetto concetto di “male radicale”.

Cos’è il male radicale?

Secondo Kant nell’essere umano esiste una tendenza al bene (anlage), cosiccome ne esiste una al male (hang), la quale lo spinge ad agire seguendo fini egoistici.
Il fondamento del male morale appartiene alla volontà umana, senza tuttavia identificarcisi: e così il fatto che l’uomo sia libero costituisce la causa principale per cui il male esiste.
L’inclinazione al male viene dunque a caratterizzarsi come una distorsione del fondamento della libertà umana: così la corruzione della volontà viene dalla capacità del libero arbitrio umano di anteporre il movente particolare e inferiore delle azioni a quello universale che deve invece caratterizzare un uomo buono.
Questa è la spiegazione del male kantiana, che però non riesce, come lo stesso Kant ammette, a trovare e capire la causa prima di questa nostra libertà innata di scegliere e compiere tale male: esso è sì tendenza innata e corruzione della volontà umana, ma l’origine di entrambe rimane per noi “impenetrabile”.

Com’è possibile una liberazione da questo male?

Se l’origine del male rimane oscura, non da meno è la sua possibilità di essere estirpato: essa non è infatti possibile secondo Kant “tramite forze umane”. Una liberazione sarebbe infatti attuabile solo tramite buoni principi, ma dato che il loro fondamento è presupposto come corrotto, essi non possono venir assunti dall’uomo che ha corrotto la propria volontà.
La ragione umana viene così a scoprirsi come impotente di fronte all’inspiegabilità e inestirpabilità del male, i quali portano a concepire la volontà umana come sempre più limitata, in quanto non capace di adeguarsi, con le sue sole forze, al principio dell’imperativo categorico.

Kant quindi risponde che sì, è necessario ricordare l’obbligo del salvataggio dei naufraghi, in quanto è intrinseca nell’uomo una tendenza al male così radicata da risultare inspiegabile nella sua origine e inestirpabile nella sua essenza.
A ciò è da sommare il risultato quasi pessimistico della ricerca kantiana sui limiti della ragione umana, per cui quest’ultima risulta incapace e inadeguata nelle sue forze per potersi allontanare dal male radicale e allinearsi invece al principio sommamente buono della legge morale.

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