Il connubio giallo-verde: come Cavour ci dice qualcosa della crisi politica in atto

La crisi del governo giallo-verde sta sconvolgendo ogni ambito della vita pubblica italiana. Il fervore politico e non è tangibilissimo per un paese la cui notizia principale fino a due giorni fa era la playlist di Salvini deejay. In ogni caso la storia può darci risposte più rassicuranti (o forse no).

Sole, mare e crisi di governo

Era una tranquillissima estate italiana, fatta di servizi di studio aperto che consigliavano agli anziani di bagnarsi la testa e di bollini neri sull’autostrada del sole. E poi all’improvviso casca dal cielo una crisi di governo. S’intenda bene: il fenomeno non era di certo inaspettato. Era da mesi ormai che i due prodi guerrieri si lanciavano frecciatine di raffinata eleganza; i più maligni addirittura affermano che il governo giallo-verde fosse destinato a morire già dal suo stesso cominciamento. Dettagli politici che a noi non interessano. Quanto è fattuale è invece che il 12 (ma Salvini vorrebbe il 13,mentre altri o il 19 o il 20: si capiscano le difficoltà nel far coincidere l’asta del fantacalcio con i ritorni dalle vacanze) agosto la lega presenterà al senato una mozione di sfiducia al premier Conte. La cosa non è certo stata gradita né da Conte, né dai 5 stelle, né tantomeno dal PD. In ogni caso il fatto è che la crisi di governo è in atto e che, l’alleanza tra di Maio e Salvini si è frantumata al suolo. Oggetto dell’articolo non è criticare o giudicare i fatti correnti né tantomeno esprimere valutazioni o profezie per il futuro: oggetto dell’articolo è constatare la paradossale vicinanza tra quanto succede oggi in Italia e quanto succedeva nel regno di Sardegna del 1852.

Inciuci all’italiana

È il 1852. Il piccolo regno di Sardegna è l’unico regno italiano ad aver conservato una costituzione semi-democratica ed un regime parlamentare dopo i grossolani tentativi rivoluzionari del 1848. Sotto la guida del buon re Vittorio Emanuele II lo stato sabaudo è stabilmente guidato da una formazione liberal-conservatrice di centro destra incarnata dalla figura del primo ministro Massimo d’Azeglio. Si può dire che le cose sono abbastanza tranquille, fino al 1851 quando in Francia Luigi Bonaparte ordisce un colpo di stato, provocando la caduta della Seconda Repubblica. Il piemonte dei Savoia, anche a causa della sua vicinanza politica alla Francia, teme una possibile deviazione autoritaria per la sua politica. In questo calderone esplosivo entra in gioco un umbratile ministro dell’agricoltura del partito di d’Azeglio: Cavour. Il conte, all’insaputa di d’Azeglio, stringe un accordo con il centro-sinistra di Urbano Rattazzi con l’obiettivo di evitare una possibile radicalizzazione a destra della politica piemontese. Il cosiddetto “connubio” era un’intesa di ispirazione liberal- progressista volta a costituire un’ampia formazione parlamentare capace di evitare la vittoria dei partiti conservatori e clericali. Forte di questi consensi Cavour potè dichiararsi indipendente dai voti della destra nella discussione della legge sulla libertà di stampa del 5 Febbraio 1852: fu la prima, grande vittoria del Connubio ( 100 favorevoli a Cavour, 44 contrari). Il primo vero successo del Connubio si verificò però il 4 Marzo con l’elezione di Rattazzi a vice-presidente (e poi presidente) della camera. Nonostante la vittoria, la scelta di Rattazzi fu dura e travagliata (furono necessarie tre votazioni) e vide contrapporsi il connubio di Cavour alle forze riunite dal suo ex-capo partito Massimo d’Azeglio: la frattura era ormai evidentissima, tanto che d’Azeglio si dimise pochi giorni dopo. Il baffuto Vittorio però non era contento: dopo essersi dichiarato contrario all’elezione di Rattazzi (oltre a tremare segretamente per la vittoria della sinistra) si propose intenzionato ad affrontare una crisi di governo: il 16 maggio affidò il governo a d’Azeglio. I tempi però erano ormai maturi: il vecchio Max si ritrovò ad affrontare un’immensa maggioranza capeggiata dal più scaltro Cavour. Al re non resto che affidare il compito al Conte, il 2 novembre del 1852, di formare un nuovo governo. Poi vabbè lui formò anche un nuovo paese, ma questa è un’altra storia.

Roba già vista

La vicenda di Cavour non è molto distante da quella del Capitano Matteo Salvini. In primo luogo abbiamo in entrambi i casi una situazione estrema, caratterizzata dalla paura generale di una radicalizzazione della vita politica. Questa situazione è accompagnata da una debolezza del sistema parlamentare, che permette la possibilità di costituire un’alleanza inusitata e vincente: il connubio Cavour-Rattazzi e i giallo-verdi. La vicinanza in questo caso è molto interessante: come Cavour era un esponente della destra conservatrice alleatosi con un esponente della sinistra d’opposizione (Rattazzi) così Salvini si è alleato con una forza politica a lui antitetica. Il tentativo era sempre quello di costituire una maggioranza ad ampia base parlamentare capace di guidare il paese, che relegasse all’opposizione il vecchio partito guida (lo schieramento di d’Azeglio e il PD). E proprio come il vecchio Conte il capitano ha approfittato della posizione politica per acquistare sempre più consensi (ovviamente Cavour li trovò in Parlamento non al Papeete) mentre Rattazzi-Di Maio, pur acquistando posizioni di prestigio, vedeva di fatto diminuire la sua rilevanza, anche a causa del compromesso eccessivo. E ora? La storia ci insegna che Cavour fu capace di organizzare una forte maggioranza e di unire un intero paese. Dubito che si possa pretendere così tanto dal Capitano: in ogni caso, quello che è certo, è che dal connubio di Cavour nacque una maggioranza stabile e funzionale, mentre dalle macerie dell’alleanza giallo-verde sembra , per ora, nascere soltanto confusione. Chissà che forse questo fosse il piano fin dall’origine del Matteone nazionale e che, accanto al rosario, nel portafoglio tenga una piccola foto dell’immenso Camillo Benso.

Gabriele Cafiero

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