La religione è uno dei grandi miti della modernità. L’arte ci si è confrontata, scontrata, opposta. L’ha provocata, derisa, difesa, smascherata. Del resto, è un mito con il quale tutti hanno dovuto fare i conti a un certo punto della loro vita, l’arte mostra semplicemente come gli artisti lo hanno fatto. Nel cinema, non è così raro vedere o sentire rimandi alla religione. Anche due film famosi come Pulp Fiction e Matrix ci possono dire qualcosa sulla religione, e sul modo di pensarla dei loro registi, Quentin Tarantino e i fratelli Wachowski. Questi grandi registi, autori di due tra i migliori film di sempre, usano la religione in due modi diversi, ma entrambi utili a riflettere e a comprendere forse un po’ meglio la religione stessa.

La religione ‘postmoderna’ di Quentin Tarantino

Probabilmente chiunque, dovendo immaginare un legame fra Pulp Fiction e la religione, penserebbe immediatamente a Ezechiele 25:17, il passo biblico letto da Jules Winnfield per ben tre volte, in genere appena prima di uccidere. Il passo è questo: “Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te”.

Tuttavia, se per caso qualcuno andasse a controllare sulla Bibbia, troverebbe un passo ben diverso, che recita semplicemente “Compirò contro di loro una grande vendetta con castighi furiosi. Riconosceranno che io sono il Signore, quando mi vendicherò su di loro”. Si può notare che sebbene le ultime frasi pronunciate da Jules siano effettivamente simili al passo originale, le altre non lo riguardano minimamente. L’argomento delle prime frasi è comunque biblico, tuttavia rinvia in maniera molto esplicita al ‘credo’ di Sonny Chiba, divo delle arti marziali che talvolta ‘catechizzava’ coloro che uccideva. Il fatto non è insolito per un regista come Quentin Tarantino, famoso per la sua passione per le citazioni e per i B-movie anni Settanta.

Tuttavia, la scelta di ‘vendere’ come biblico al pubblico un passo che non lo è affatto, fa sicuramente riflettere. Infatti dimostra ancora una volta quanto Tarantino sia un regista post-moderno. Anche la religione smette di avere un significato univoco e oggettivo, perde i confini definiti e si mischia alla cultura popolare moderna, al punto che non si distingue più dove finisca una e inizi l’altra. Il sapere tradizionale perde valore, viene frainteso e aumenta la consapevolezza di non poter leggere correttamente la complessità del reale. Ciò nonostante, il passo mantiene una sua spiritualità, per quanto postmoderna. Infatti subito dopo aver letto il passo, Jules e Vincent rischiano di essere uccisi. Per Jules sarà la prova dell’esistenza di Dio e la spinta a cambiare vita; per Vincent sarà casualità e, ‘casualmente’, morirà poche scene dopo. Pertanto Tarantino, pur riconoscendovi ancora un valore, abbassa la religione all’etica che può avere anche un film degli Anni Settanta, cioè un prodotto della contemporaneità. In questo consiste la provocazione e la modernità di Tarantino.

La religione enigmatica dei fratelli Wachowski

Matrix è un film sfaccettato e complesso, ricco di spunti e prospettive interpretative. Una di queste è sicuramente la religione. I rimandi sono numerosi, sia espliciti sia sottili. Alcuni sono legati a Neo, protagonista del film. Infatti il nome, oltre a indicare un’imperfezione nel sistema, un ‘neo’ appunto, è anche l’anagramma di One, cioè l’Eletto. Inoltre il suo nome è Thomas Anderson. Thomas richiama a San Tommaso, colui che doveva vedere per credere. Inoltre potrebbe essere interpretato anche come un riferimento al vangelo gnostico di San Tommaso (“Il regno dei cieli è dentro l’uomo e lui non lo sa”). ‘Anderson’ significa letteralmente ‘Figlio dell’uomo’ (‘ander’ si rifà a ‘andras’, cioè ‘uomo’ in greco, e ‘son’, ‘figlio’) che è uno dei modi in cui viene chiamato Cristo. Altro dettaglio interessante è la nave, Nebuchadnezzer. Infatti Nebuchadnezzar, re di Babilonia, venne scelto da Dio per combattere gli abitanti di Gerusalemme che adoravano falsi profeti. Inoltre intorno al nome della nave appare un versetto, Marco 3:11, che recita “gli spiriti immondi poi, quando lo vedevano, gli cadevano ai piedi e gridavano dicendo ‘Tu sei il Figlio di Dio’.”

Ci sarebbero anche altri spunti, legati in generale alla spiritualità e non specificamente alla religione cristiana, tuttavia già da questi pochi esempi è possibile intuire l’idea di religione pensata dai fratelli Wachowski. Infatti questa religione è complicata, per comprenderla bisogna ricercare e fare attenzione ai dettagli, imparare a vederla è un’acquisizione. E’ come se i fratelli Wachowski volessero mostrarla solo a coloro che hanno la volontà di cercarla.

Lo spettatore è condotto così nella ricerca della verità esattamente come Neo, e come lui si trova a dover distinguere prove apparenti ma false da prove vere ma difficilmente comprensibili. Letto in questa prospettiva il film è anche un’allegoria della religione stessa e del messaggio cristiano. Infatti le risposte non sono date a priori, non si è nemmeno sicuri che ci siano, il valore della Fede è insito nella ricerca stessa.

Tarantino e i fratelli Wachowski ci portano in due mondi molto diversi, in cui anche la religione è interpretata secondo valori altrettanto diversi. Tuttavia nonostante la diversità di questi mondi, entrambi devono fare i conti con la religione, e scelgono di farlo con strategie tra loro lontanissime ma ugualmente interessanti, che aprono a numerosi spunti di riflessione sul cinema e sul significato della religione stessa.

Viviana Vighetti

 

 

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