Marvel e Attachment Theory: come Loki non sarebbe il classico cattivo per Bowlby e Fonagy

Loki, Dio dell’Inganno, è probabilmente uno dei personaggi più affascinanti del Marvel Cinematic Universe. Fratello adottivo di Thor, ha passato tutta la sua infanzia vivendo all’ombra del fratello e ciò ha avuto ripercussioni importanti anche sulla sua vita adulta. Cerchiamo di capire qual è il background psicologico di Loki alla luce delle teorie di Bowlby e Fonagy.

Un inizio non proprio felice

Chiunque abbia sentito parlare dei film della Marvel conosce Loki. Magari non tutti lo amano e comprendono, ma c’è da dire che c’è una complessa struttura psicologica dietro il suo personaggio. Leggendo la sua storia ci si rende conto che non ha avuto una vita facile a partire dall’infanzia: viene abbandonato dal padre biologico ancora in fasce perché considerato troppo piccolo e debole per i Giganti di Ghiaccio, viene poi in seguito adottato da Odino che decide di crescerlo come proprio figlio al fianco di Thor, suo primogenito. Tuttavia, se credevamo che ciò avrebbe portato pace al povero Loki, pensavamo malissimo. Nonostante Odino avesse impedito a tutti di rilevare la vera natura del suo figlio adottivo, Loki ha sempre vissuto all’ombra di suo fratello Thor considerando che egli aveva ereditato la forza e i portamenti nobili della sua stirpe. Dal canto suo, Loki era più fragile del fratello maggiore e quindi non rispettava i requisiti per diventare un ‘asgardiano DOC’, ovvero la forza di spada e il valore in battaglia. I due, quindi, ricevettero trattamenti completamente opposti: mentre Thor veniva amato e adorato da tutti, Loki veniva considerato come la pecora nera della famiglia dicendo che da lui non sarebbe derivato altro che male. Da questo breve quadro generale sulla sua infanzia, si capisce che non avuto vita facile sin dalla più tenera età. A partire dall’abbandono del padre biologico, passando dal senso di inferiorità derivato dal costante confronto con il fratello Thor, arrivando al suo non sentirsi parte di Asgard, Loki non ha mai sperimentato quel senso di sicurezza familiare e affettiva di cui ogni bambino necessita.

Cosa direbbe la teoria dell’attaccamento sul personaggio di Loki?

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby, è una teoria psicoanalitica fondata sul sistema relazionale che prende le distanze dal modello freudiano. In sostanza, Bowlby ci ha lasciato un nuovo assetto teorico che pone l’attenzione sull’infanzia del bambino non più in base alle sue fasi di sviluppo psicosessuale, ma tenendo conto della relazione che egli sviluppa con i propri caregiver. Questo ci aiuta a comprendere come la personalità adulta abbia molto a che fare con le relazioni affettive che ha avuto da piccolo e come in casi di abbandoni, abusi o trascuratezza possa portare allo sviluppo di disturbi di personalità. Considerando il fatto che per Bowlby sia fondamentale che il caregiver riesca a fungere da base sicura in modo che il bambino possa esplorare il mondo circostante con facilità, ci rendiamo conto che il povero Loki non ha avuto questo beneficio da piccolo. Abbandonato da entrambi i genitori ancora in fasce, si è trovato da solo in un mondo che non sapeva esplorare e di cui non aveva la minima conoscenza. Si potrebbe pensare che essendo neonato la sua psiche non abbia registrato un’informazione così importante, ma in realtà non è così. Non a caso quando i piccoli avvertono una minaccia piangono e lo fanno perché è l’unico segnale di cui dispongono per attirare l’attenzione del caregiver. Con ogni probabilità Loki avrà fatto lo stesso una volta abbandonato, non ricevendo nessun abbraccio e nessun bacio tranquillizzante dalla propria madre. Sebbene Odino gli abbia salvato la vita portandolo via con sé, ciò non riuscirà mai a sanare questa frattura nella vita affettiva di Loki. Tuttavia, gli è andata comunque bene: se fosse rimasto con i suoi genitori biologici molto probabilmente sarebbe stato esposto ad esperienze di rifiuto molto più evidenti sviluppando quello che viene definito attaccamento insicuro evitante, caratterizzato essenzialmente dalla convinzione che non si incontrerà disponibilità alla propria richiesta di aiuto.

La mentalizzazione fallita e la personalità borderline

Tenendo conto della vita non proprio tranquilla, possiamo avanzare l’ipotesi che Loki soffra di un Disturbo Borderline di Personalità. Egli ci viene presentato sin dall’inizio come un personaggio non proprio stabile e con lo sviluppo attraverso i vari film ci rendiamo conto che i tratti complessi della sua personalità emergono sempre di più. Se diamo uno sguardo ai criteri del DSM V vediamo che Loki li soddisfa in buona parte: ritroviamo la paura di essere abbandonati, labilità emotiva, tendenza ai comportamenti rischiosi, incapacità di stabilire relazioni intime positive e tendenza all’antagonismo. Molti modelli individuano il cuore di questo disturbo nella disregolazione emotiva e nel fallimento della mentalizzazione. Brevemente, la mentalizzazione è stata sviluppata da Peter Fonagy e fa riferimento alla capacità del caregiver di rispecchiare adeguatamente il bambino per consentirgli di sviluppare un attaccamento sicuro. Ovviamente, se ciò accade da grande l’adulto sarà in grado di dare senso alle proprie azioni e a quelle degli altri attribuendo loro emozioni, sentimenti e desideri: gli stati mentali. Non avendo la possibilità di sviluppare tale funzione, Loki si è trovato di fronte ad una frammentazione del proprio Sé, che Fonagy chiama Sé alieno: essendo questa parte del Sé autodistruttiva, si è sempre spinti verso una sua esternalizzazione cercando di liberarsene. Concludendo, Loki non può essere considerato come il classico nemico che ha come unico intento quello di creare danni alla collettività. C’è una psicologia complessa dietro il suo personaggio ed è probabilmente la tridimensionalità del suo personaggio che lo ha reso così popolare e amato tra tutti i fan del Marvel Cinematic Universe.

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