Uscito nel 2008 Kung Fu Panda è forse uno dei più famosi e conosciuti film d’animazione degli ultimi anni. Divertente e leggero ma a tratti anche profondo e con un’esortazione di fondo a non arrendersi mai e a seguire i propri sogni, vede come protagonista l’imbranatissimo Po, un panda più abile ad abbuffarsi che non ad allenarsi, ma che, nonostante questo, coltiva l’aspirazione di diventare un maestro di kung fu. Durante il suo viaggio nel tentativo di realizzarsi molti saranno i personaggi che incontrerà e che lo aiuteranno a crescere: dai Cinque Cicloni a maestro Shifu fino al temibile Tai Lung protagonista dello scontro finale. Un solo incontro avrà con maestro Oogway, il più abile e saggio combattente di tutta la Cina, ma sarà fondamentale poiché da quel momento in avanti la vita di Po cambierà radicalmente. È proprio su questo personaggio, quindi, che ci soffermeremo analizzando il suo comportamento e tentando di capire cosa stia alla base della sua saggezza, del suo equilibrio e della sua imperturbabilità. Per farlo, occorrerà riferirsi non ad un grande saggio dell’antica Cina, ma dell’antica Grecia: l’altrettanto imperturbabile Epicuro.

I timori dell’uomo e il tetrafarmaco
Come già altri filosofi prima di lui, anche Epicuro identifica il fine ultimo della vita dell’uomo nella felicità e da questo prende le mosse per cominciare la sua indagine e la sua analisi filosofica. Innanzitutto è necessario chiarire che cos’è la felicità per Epicuro: essa viene definita come atarassia ovvero mancanza di turbamento, in particolare interiore, che porterebbe l’uomo ad essere davvero felice e a vivere serenamente la sua vita. Per raggiungere questo stato, però, bisogna prima superare i principali timori dell’uomo che per Epicuro sono quattro: il timore degli dei e di un loro giudizio o intervento nel mondo, il timore della morte, il timore del dolore e infine di non riuscire a raggiungere la felicità, ecco quindi che la filosofia epicurea si presenta come un tetrafarmaco, ossia una cura per i quattro mali dell’uomo. Per quanto riguarda il timore degli dei, Epicuro ammette la loro esistenza sulla base di una duplice convinzione: da un lato il fatto che ciò che è creduto da tutti e da tutti condiviso debba essere per forza vero, dall’altro il fatto che gli dei vengano da noi sognati, ma noi possiamo sognare solo ciò di cui abbiamo avuto in qualche modo un’esperienza e di conseguenza esistono. Questa convinzione va però a scontrarsi con quello che sarà un tema poi ripreso moltissimo anche nel Medioevo e ancora più avanti e cioè la presenza del male nel mondo, se infatti gli dei esistono, perché esiste anche il male? Le risposte possono essere tre e ognuna esclude le altre: il male esiste o perché gli dei non possono evitarlo e questo implicherebbe che non sono onnipotenti, o perché non vogliono e quindi sono invidiosi dell’uomo e malvagi, o perché nè possono nè vogliono. Tutte queste risposte vanno però a contraddire quella che è la credenza comune che li raffigura come esseri onnipotenti, provvidenti e buoni ed è per questo che Epicuro giunge alla conclusione che semplicemente gli dei, pur esistendo, non si occupano di noi e, rispetto a ciò che facciamo, sono assolutamente neutrali. Questa risposta è l’antidoto che la filosofia può dare al primo timore umano. Per quanto riguarda la morte, invece, Epicuro afferma che questa “non è per noi nulla”. Siamo in grado di percepire e di provare sensazioni, infatti, solo per la particolare disposizione degli atomi che ci compongono, ma la morte è per definizione la disgregazione di questi atomi e dunque, conclude il filosofo, “quando ci siamo noi non c’è la morte e quando c’è la morte non ci siano noi”.
Rimangono solamente altri due timori da guarire e per farlo occorrerà rifarsi all’etica.

Piaceri, dolori e vita felice
Il timore del dolore e quello dell’incapacità di raggiungere la felicità sono, per molti versi, collegati fra loro. La felicità infatti è per Epicuro l’atarassia, ma condizione necessaria per raggiungerla, in seguito al superamento dei principali timori, sarebbe una vita ricolma di piaceri ed è ovvio quindi che la presenza del dolore sia una condizione che rende impossibile il raggiungimento di questi e dunque della felicità. Per quanto riguarda il dolore in sé, con un’argomentazione simile a quella sulla morte egli afferma che i dolori sono quasi tutti sopportabili ed è quindi possibile abituarsi ad essi, pochi sono insopportabili, ma se lo sono, il corpo non è in grado di mantenerci coscienti mentre li sperimentiamo e quindi, di fatto, non li proviamo mai. La felicità è quindi raggiungibile in quanto se i dolori non sono rilevanti, allora possiamo concentrarci sui piaceri, tuttavia su questi ultimi è necessario fare una necessaria quanto importante precisazione: Epicuro ammette la fondamentale importanza del piacere, ma non tutti i piaceri sono adatti al raggiungimento della felicità, infatti alcuni sono cinetici (si provano durante un processo e sono “inquinati” dai turbamenti) altri, e sono quelli da perseguire, catastematici cioè stabili e propri dell’atarassia. In particolare possono essere distinte tre forme di piaceri: quelli necessari e naturali (mangiare, bere, dormire…) gli unici a dover essere ricercati e soddisfatti appieno, quelli naturali ma non necessari (i piaceri sessuali), quelli né naturali né necessari (desiderio di smodate ricchezze, di potere…). È chiaro dunque come Epicuro non incoraggi una vita dissoluta ma, al contrario, assai equilibrata.

L’amicizia
In questo modo tutti i timori sono dunque guariti dal balsamo della filosofia: gli dei non si occupano di noi, la morte non è nulla, il dolore è sopportabile e quindi la felicità raggiungibile, questo, con l’aiuto del piacere, porta l’uomo all’atarassia e quindi all’imperturbabilità. È quindi facile, ora, vedere quanto simili siano l’uomo felice epicureo e maestro Oogway, pacato e lento, tranquillo come se sapesse qualcosa che non sappiamo, saggio ed educatore mai agitato ma, anche nel momento della sua scomparsa, sereno. Semplicemente pronto a volare via nella notte come petali di pesco dopo aver confortato, un’ultima volta, l’amico Shifu, importante per lui come lo sono tutti gli amici per Epicuro, in quanto fonte inesauribile di piacere e quindi, in ultima analisi, essenziali per l’atarassia individuale.
Lorenzo Delpiano