Madame Bovary siamo “noi”: l’eterna frustrazione che ci logora nello squallore dell’esistenza

Frustrazione. Una malattia a cui l’umanità è eternamente condannata, risucchiata nel proprio abisso interiore dal peso di invisibili zavorre. Come definire quel senso di insoddisfazione che affligge l’uomo, quella sua assillante percezione di inadeguatezza rispetto a un traguardo indefinito, forse pure inesistente? Sempre insufficienti, sempre carenti verso un mondo tanto grande e tanto inspiegabile, i latini parlavano di “frustratio”, ossia di “dis-inganno”. Come se la vita non fosse altro che un’illusione, una tensione all’infinito continuamente corrotta (frustrata, appunto) dalla prigione di finitezza dell’essere umano, destinato ad inseguire una chimera, continuamente insoddistaffo del vano raggiungimento dei propri obiettivi, che sono ben poca cosa di fronte al suo desiderio di immensità. Per primo Lucrezio, nella visionaria modernità del suo “De Rerum Natura”, ha dato voce all’angoscia esistenziale (poi da Baudelaire definita  taedium vitae) di un’umanità in fuga da se stessa che cerca, nella frenesia del viaggio, la cura di un male interiore. Tuttavia “Mutano cielo, non animo, quelli che corrono al di là del mare” (Orazio, Epist. I, 11). È quindi vana speranza (significativamene “frustra”, in latino) cercare l’appagamento nella diserzione verso se stessi, cercare felicità al di fuori dell’io, mentre in noi e soltanto in noi può essere trovato quell’equilibrio disperatamente voluto. Strenua nos exercet inertia: la genialità del denso ossimoro oraziano, secondo cui “una smaniosa indolenza ci esaspera”, è emblema del tentativo di soddisfarsi attraverso le effimere gioie terrene, fuggendo dall’unica istanza in grado di donare pace all’individuo.

 

Madame Bovary e il grigiore dell’esistenza

Lontana dall’eroismo dell’adulterio e dalla rivendicazione della passione carnale, a cui è stata spesso e ingiustamente accostata, Madame Bovary, la cui molteplice e sfaccettata grandezza non può di certo essere ridotta ad un unico aspetto, è piuttosto anti-eroina della frustrazione. Infelice, passionale, dinamica,  Emma prende vita nelle splendida creazione di Flaubert incarnando, nello stretto respiro di poche pagine, il senso ultimo dell’umana inquietudine. Malata di una tristezza incompresa (e incomprensibile) perché connaturata alla sua stessa esistenza, continuamente insoddisfatta per l’evanescenza della vita, proietta la sua irrisolvibile delusione sull’inconsistenza degli amori extraconiugali e del lusso che la condanneranno alla bancarotta, non solo economica, ma anche esistenziale. Impegnata in un’istancabile fuga da se stessa, Emma finisce per imbattersi ogni volta in nuovi inganni che hanno tutti lo stesso meschino sapore e che immancabilmente scivolano nella disillusione. Pur incapace di elaborare e dare un senso a quella noia dello spirito che l’affligge e la devasta, guarda dall’alto della sua sdegnosa superiorità lo squallore della mediocrità borghese che la circonda, disgustandola. Emma osserva, altera e profonda, il sublime spettacolo orchestrato da Flaubert della bêtise umana: quell’ingenua stupidità che spinge l’individuo ad agire nella vanità della sua pochezza e a sentirsi appaggato dentro un mondo che silenziosamente lo lascia indietro. Simbolo più efficace della bêtise è sicuramente il marito Charles Bovary, che entra nel romanzo ed esce da esso all’insegna del ridicolo e dell’inconsistenza. Non brilla di luce propria, ma perché illuminato dalla sfolgorante luminosità di sua moglie. Nonostante la sua inettitudine, Charles è felice e soddisfatto, appagato del suo lavoro e della sua vita coniugale. Eppure il manifesto della sua mediocrità risiede proprio nel suo rapporto con Emma, che vive di un sentimento incondizionato e totale, monotono nel suo essere sempre uguale a se stesso. Un amore assoluto, che non conosce rabbia né delusione, è un amore  tanto mediocre da diventare per la moglie intollerabile. Emma, alla possibilità di confessare i suoi numerosi tradimenti, preferisce il suicidio non perché temesse la reazione di Charles o il suo dolore, ma perché lui l’avrebbe perdonata.

Ma era soprattutto alle ore dei pasti che sentiva di non poterne più, con la stufa che faceva fumo, la porta che strideva, le pareti che trasudavano, l’impiantito umido; le sembrava che nel piatto le venisse servita tutta l’amarezza dell’esistenza, e al vapore del bollito le salivano dal fondo dell’anima come altre zaffate di squallore” Flaubert, Madame Bovary

Maria Chiara Litterio

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