Tutti ritengono che mentire sia assolutamente riprovevole, soprattutto in determinati contesti, eppure ognuno mente. Per riconoscere un bugiardo esistono molti segni: “Lie to me” spiega come.

È innegabile che le bugie esistano da quando l’uomo ha cominciato a parlare, non a versi ma con un linguaggio complesso e strutturato. La mancata verità o la falsificazione di fatti, spesso, può realmente salvare e la socialità, in generale, è tutta basata e tenuta assieme proprio dalla menzogna. Essa, in molti casi, però, necessita di essere scoperta, come quando si tenta di scoprire un colpevole di un crimine: è l’esempio della serie tv “Lie to me”.
Genesi, definizione e utilità sociale della menzogna
Iniziamo con l’affermare che, da Treccani, la menzogna è un’alterazione di “ciò che si sa o si crede esser vero o a ciò che si pensa“. Un problema, ad avviso di chi scrive, si riscontra nella definizione stessa, per molti motivi.
Fino a che si parla di una modificazione di ciò che si sa, non si incontrano problemi: sono gli altri due termini a crearne. Infatti fino a che si dice, per esempio, “Credo che Babbo Natale non esista” ritenendo, invece, che sia reale, quella, a tutti gli effetti, non è una bugia perché Babbo Natale non esiste, al di là della propria idea.
Il termine “pensare” incontra la stessa obiezione, ma con una differenza: quando il pensiero è circa il gusto personale riguardo a qualcosa, allora la faccenda cambia. Se si dicesse “Penso che questo tiramisù sia fantastico” e invece lo si reputa terribile, ecco che questa è una bugia nei confronti della società e di chi ha preparato tale dolce, che si usa per una determinata, nobile o meno, ragione; il dettaglio importante risiede nel fatto che, però, oggettivamente non si può avere conferma né del fatto che il tiramisù sia molto buono né del contrario, trattandosi di gusti soggettivi; chiaramente se tutti ne sottolineano la bontà e il loro pensiero coincide con la loro affermazione, si può dire d’avere una indicazione sulla qualità ottima del preparato e, quindi, la sua piacevolezza al gusto diventa, non tanto una verità, quanto una approssimazione ad essa.
Riprendendo il discorso della genesi della menzogna, è abbastanza probabile che, nel caso in cui, anche prima del linguaggio o di un qualsiasi proto-linguaggio, esistessero le bugie, queste fossero molto minori in quantità e in qualità (i gesti o un abbozzo di una lingua strutturata, non saranno mai complessi quanto una “normale”; la qualità della fandonia, perciò, in quei casi, è infima).
È facile dubitare che si possa raccontare una frottola solamente attraverso l’uso di segni (non scritti), perché è notevolmente difficile; si presume, perciò, come si diceva, che quando gli uomini hanno iniziato a comunicare a parole tra loro, sia cominciata l’era della menzogna e che questa non finirà mai, semplicemente perché è assolutamente necessaria alla sopravvivenza di una qualsiasi società: già è complicato garantirla in un mondo infarcito di bugie (utili a evitare conflitti o a preservare le amicizie), figurarsi se ognuno dicesse sempre la verità e ciò che passa per la testa. Se ciascuno avesse detto ad alta voce “Sei un idiota” ad un altro essere umano, tutte le volte che avrebbe voluto, a quest’ora, non ironicamente, ci saremmo estinti da secoli.
L’invenzione di panzane, inoltre, è una difesa potentissima dal giudizio altrui. Certo: se a nessuno importasse di ciò che un esterno pensa, moltissime bugie si eviterebbero senza problemi, eppure in un universo sociale basato sulla forma e sulle maschere, la mistificazione della realtà è d’obbligo. L’esempio più semplice sta nella moda: fingere che piaccia qualche abito o scarpa e indossarlo, solo perché “Tutti fanno così, è da sfigato non avere quel paio di…”, è una bugia, bella e buona, in atto; non è scritta, non è dichiarata esplicitamente, ma lo è: se si indossa un determinato vestito di una certa marca, si dovrebbe presupporre che chi lo porta, lo gradisca. Sappiamo tutti che, spesso, almeno quando si è più piccoli, non è così.
Detto ciò e compresa l’importanza della bugia come rettrice della società, si parafrasa Hannah Arendt quando afferma che mentire è un indice della libertà umana: se non fossimo liberi, dovremmo uniformarci tutti ad una verità data e precostituita; la possibilità di discostarcene, implica che non siamo soggiogati e abbiamo un nostro proprio volere. Di conseguenza si nota che la menzogna ha un’importanza a priori (difensiva e che faccia da cemento della socialità) e a posteriori (mentendo, si scopre di essere liberi).
Il tutto significa una sola cosa: la alterazione della verità, fornisce sicurezza.
Ovviamente ci sono casi in cui, al di là della moralità, è “sbagliato” mentire. Se si raccontano bugie, per esempio, quando si tratta di crimini, già per definizione, c’è un problema di legalità di fondo (e il reato di falsa testimonianza, correlato).
Nella serie tv “Lie to me“, grazie allo studio del linguaggio del corpo, si comprende chi sta mentendo e perciò lo si può assicurare alla giustizia.
Prima di parlarne, trattiamo brevemente del body language, per capire meglio.

Il linguaggio del corpo, i segni e l’importanza di capire la comunicazione non verbale
Il body language o, da traduzione letterale, linguaggio del corpo, è il modo abituale con cui siamo soliti comunicare in maniera non verbale al fine di rendere più efficace l’interazione sociale.
Questo può avvenire in maniera esplicita, quando si utilizza, per esempio, la mimica facciale affinché l’interlocutore capisca ciò che si vuole dire senza dover aprire bocca, attraverso movimenti o segni riconosciuti all’interno della stessa comunità.
Andando direttamente a colui che ha reso esplicita la teoria darwiniana in merito al linguaggio del corpo, in particolare per quanto riguarda la sopracitata mimica facciale, ovvero Paul Ekman, si può dire che le espressioni che indicano rabbia, felicità, tristezza, paura, siano condivise per l’intera umanità e questo si nota grazie a particolari segni rivelatori.
Per quanto riguarda la parte che a noi interessa, Ekman si è occupato propriamente di bugie in molti libri, tra cui “Il volto della menzogna”, titolo altamente esplicativo.
Le caratteristiche per individuare una menzogna, appartengono a macro-categorie quali: le asimmetrie; il tempo; la collocazione di gesti ed espressioni nel discorso.
Per quanto riguarda il primo punto, basta considerare il fatto che il nostro corpo è simmetrico: nel momento in cui si presentano espressioni asimmetriche, è perché c’è “qualcosa che non va”, con le debite eccezioni: infatti se un interlocutore afferma qualcosa e noi siamo dubbiosi e alziamo il sopracciglio, è chiaro che vi sia un’asimmetria ed è altrettanto chiaro che non stiamo mentendo (nemmeno si sta parlando). Si deduce che le asimmetrie siano da considerarsi menzogne quando coinvolgono il volto del parlante.
Il fattore tempo: se qualcuno mantiene fissa un’espressione che voglia indicare un’emozione, è molto probabilmente falsa, perché la comparsa e la scomparsa delle emozioni sul volto è velocissima.
Chiaramente anche in questo caso si tratta del volto del parlante: in silenzio si può avere la preoccupazione dipinta sul viso anche per ore o un’espressione di felicità.
Di base, aggiunta personale, grazie a questo parametro si possono scoprire le menzogne di diversi venditori che, pur utilizzando il tono della voce corretto, le parole nel miglior modo possibile, mantengono troppo a lungo lo stesso sorriso mentre parlano, se vogliono ispirare fiducia: è probabile che non credano in quello che stanno vendendo o sappiano che non è propriamente preciso (per non dire “vero”) quello che stanno affermando.
La collocazione dei gesti: l’esempio classico è quello della rabbia: se una persona sbraita e comunica la sua rabbia e poi sbatte i pugni sul tavolo, probabilmente non è davvero (così tanto) in collera; solitamente una persona davvero arrabbiata prima fa, poi parla (urla).
C’è anche da dire che molti gesti, d’altra parte, a seconda del contesto sociale o della comunità di cui si è parte o, ancora, del grado di intimità con l’interlocutore (si veda meglio la parte che riguarda la prossemica), assumono diverse sfumature, perciò la grammatica del body language ha da essere letta attentamente e non superficialmente.
Dopo questo breve riassunto, legato all’utilità della menzogna del paragrafo precedente, si va ad analizzare brevemente “Lie to me”, la serie tv incentrata sulle bugie e i segni rivelatori, proprio quando le mistificazioni sono dannose e non giustificabili.
Paul Ekman, Tim Roth (Cal Lightman); Paul Ekman group
“Lie to me” e “I volti della menzogna”
Come già si è detto più volte nel corso di quest’articolo, “Lie to me” racconta di uno psicologo, Cal Lightman, i cui panni sono indossati dal magistrale Tim Roth, che essendo esperto di comunicazione non verbale, mette questa sua abilità al servizio della giustizia, aiutando a capire chi mente durante interrogatori investigativi.
Il dettaglio interessante risiede nel fatto che sia stato lo stesso Ekman, in quanto esperto scientifico, ad occuparsi delle parti tecniche che riguardassero la menzogna.
Questo denota che, da parte dei produttori, vi sia stata una grande attenzione, volendo riprodurre fedelmente quanto studiato dall’autore de “I volti della menzogna”, coinvolgendolo, senza lasciare alcunché al caso.
Banalmente , per evitare di rovinare il piacere della visione, nulla si scriverà del contenuto narrativo, se così si può chiamare, del programma, anche perché si dovrebbe raccontare ogni singolo episodio e non avrebbe senso. In linea generale si può dire che: ogni qualvolta avviene un crimine e si devono raccogliere le testimonianze, per fugare ogni dubbio sulla veridicità delle affermazioni del testimone stesso, si chiama Lightman che deve scoprire chi mente e chi no: da questa serie televisiva si è scoperta una grande verità, ovvero che ciascuno di noi mente (e già lo si diceva) in maniera più o meno costante, tutto dipende dal contesto e dalla ragione; come si può dedurre, l’importante per lo psicologo sta nel rilevare, ai fini delle indagini, le bugie. Ovviamente vede tutte le menzogne anche sui volti dei conoscenti, dei colleghi, degli amici e della figlia al di fuori del lavoro e molte volte lascia perdere perché sono bugie innocenti (molte volte, invece, a sottolineare la propria bravura, le evidenzia e le smaschera).
La serie ruota intorno, come si può facilmente captare, anche ai rapporti interpersonali del personaggio interpretato da Roth.
Essere esperto in questo campo è un onere: sapere quando si è di fronte ad un bugiardo ha notevoli vantaggi, ma il lato negativo è che si scopre di non potersi fidare mai al 100% nemmeno dalle persone che si amano; dal loro punto di vista, inoltre, esiste anche una certa soggezione che porta ad una dissimulazione piuttosto marcata, per evitare che l’esperto di menzogne li analizzi di continuo.
Tutto ciò, però, non significa che con ogni segno o ogni atto comunicativo non verbale, si possa capire il pensiero di un’altra persona costantemente: la sfera emotiva e tutta l’interiorità è molto più che un nugolo di bugie, perciò quello che si deduce dal body language e dai segni indicatori di menzogna, è comunque una parte infinitesimale del nostro io; l’abilità di Lightman, perciò, è giustamente incanalata in un lavoro nel quale si deve capire quando, chi si ha davanti, falsifica i fatti: è una sorta di scrematura della personalità: lo psicologo della serie tv, non avendo coinvolgimenti emotivi con i sospettati, mette da parte tutta la loro interiorità e, analizzando anche la personalità, si focalizza sulle bugie. È, quindi, un lavoro di grande attenzione perché, che mi si permetta il paragone, è un po’ come un elettrocardiogramma: contano i picchi e la loro vicinanza, tutto quello che sta in mezzo non si può rilevare e non è nemmeno di vitale importanza rilevarlo.
Concludo affermando che, da “Lie to me” e soprattutto, ovviamente, da Ekman, si impara che la menzogna si trova sul volto, ma anche sul resto del corpo è possibile riconoscerla, da determinati segnali caratteristici.
Si è parlato del fatto che la pratica della mistificazione del vero sia nata quando l’umano ha iniziato ad avere un linguaggio complesso, prima si poteva mentire limitatamente o, forse, nemmeno si attuavano comportamenti dissimulatori, data la complessità nel farlo tramite i gesti; questa è, almeno, l’opinione ragionata di chi scrive.
Si è poi discusso della definizione, precisandola meglio.
Filosoficamente si è voluto affermare che, al di là dei casi particolari in cui è assolutamente necessario scoprire chi sta mentendo, come nella serie tv “Lie to me”, essendo connessa a crimini e criminali che raccontano panzane di professione, la bugia è fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo come animale sociale: è utile come difesa, come strutturatrice di rapporti sociali e cardinale nella riscoperta del nostro libero arbitrio.
In generale si vuol dire che mentire, benché non sia mai stato visto come una buona pratica, è essenziale e non è per forza e sempre condannabile.
