I personaggi de “I Simpson” raccontati dagli autori della letteratura italiana

The Simpson è una sitcom animata statunitense, creata dal fumettista Matt Groening nel 1987, divenuta famosa in tutto il mondo per l’ingenuità dei personaggi e per l’esasperazione dei loro vizi.

(Il quarto stato, Giuseppe Pellizza da Volpedo 1901)

La serie televisiva può diventare, agli occhi attenti di un interprete della società odierna, la principale fonte contemporanea di interpretazione della condizione umana, dello stile di vita dell’individuo medio, il canone di riconoscimento della mediocrità. Sebbene possa sembrare essere destinata esclusivamente alla visione di un pubblico di giovani, si presta perfettamente ad un demistificatorio confronto con la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento.

Bart e Rosso Malpelo: la scala sociale

“Rosso Malpelo”, novella scritta nel 1878 dal siciliano Giovanni Verga, è la prima opera del verismo italiano. In essa viene adoperato l’artificio di straniamento, che pone il racconto sotto una prospettiva rovesciata e antifrastica da cui, i lettori e l’autore stesso, prendono, più o meno implicitamente, le distanze. Come Rosso, anche Bart si trova a metà della gerarchia sociale: al determinismo sociale che permea la novella verista, si affianca la consapevolezza dell’immutabilità del rapporto di subalternità di Bart rispetto ai bulli. Eppure, come insegna Verga, tale odio si accumula nell’individuo per essere successivamente rilasciato su coloro che stanno più in basso nella scala sociale. Milhouse diventa il Ranocchio della serie, in parte sottomesso alle scelte dell’amico di cui, però, non può fare a meno. E’ il ritratto di una società che non lascia via di fuga, che incatena ognuno agli stessi meccanismi perversi: Alessandro Manzoni direbbe che, con particolare riferimento alla tragedia de l’Adelchi, in un mondo come il nostro non resta che far torto, o patirlo”. Eppure, fra uno scherzo ingenuo e una beffa esilarante, non mancano momenti di riflessione arguta: l’esasperante ribellione di Bart si placa sotto gli abbracci sporadici di Marge, mentre Malpelo si concede una piccola meditazione sul paradiso.

(Bart e Milhouse)

Homer e l’inettitudine dell’uomo moderno

La letteratura del Novecento si apre sotto l’influsso dell’angoscia, essenza dell’uomo moderno che, da “faber fortunae suae” diventa “una mano che gira la manovella”, espressione che troviamo nel romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore, pubblicato in volume nel 1925 da Luigi Pirandello. Homer è l’inetto per antonomasia, colui che non riesce a smascherare la realtà dalle tinte opprimenti e abitudinarie che la caratterizzano. Emblema di ingenua ignoranza e folgorante mediocrità, si presenta come l’alter ego del signor Anselmo, personaggio della novella Tu ridi (1912), che ha, come unico sfogo dalla vita, il beneficio di ridere fragorosamente durante la notte. Homer ottiene lo stesso effetto con la famosa birra Duff, simbolo di una macabra piaga sociale, vista come unica via di evasione dal reale. Ma se Anselmo prende consapevolezza della sua risata, da cui deriva il sentimento del contrario, e capisce che, ciò che lo diverte nei sogni, è l’immagine di un impiegato perseguitato dal suo capoufficio, ossia una condizione di miseria che lo vede protagonista nella realtà, Homer sembra immerso in un dramma onirico persistente. Diventa, così, il simbolo di uomo completamente estraniato da sé, dai reali rapporti di dipendenza e dagli automatismi che lo imbrigliano nella sua forma: è un chiaro appello all’autocoscienza, da ricercare attraverso il pirandelliano espediente dell’umorismo.

(Decalcomania, Magritte 1966)

Lisa e il fallimento dell’intellettuale esteta

Come se fossero un calderone di temi novecenteschi, I Simpson ci mostrano un altro esempio di inetto, sulle orme dei grandi autori Oscar Wilde e Gabriele d’Annunzio. Lisa, come Dorian Gray e Andrea Sperelli, coltiva l’intelletto, cui simbolo è l’amore raffinato per il jazz e per il suo prezioso sassofono. Sempre al di sopra di quello che d’Annunzio definisce, nel secondo capitolo de Il Piacere (1889), “grigio diluvio demografico”, Lisa riesce a ritagliarsi un angolo di mondo in cui evadere dalle contingenze e dalla banalità del reale, estranea ai processi di omologazione e massificazione della società odierna. Il motto di Andrea Sperelli, “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”, permea totalmente la sua figura. Eppure il suo progetto di esteta è destinato a fallire. Quando scopre che Maggie, sua sorella minore, ha un quoziente intellettivo maggiore del suo, o quando si traferisce nella scuola di Waverly Hills, in cui non è più la prima della classe, si accorge di essere vissuta nella menzogna: è la migliore solo in rapporto alla mediocrità di Springfield, bucolico scenario dove ostentare la sua fittizia intelligenza. Ma se Andrea Sperelli avverte “una stanchezza così vacua e disperata che quasi pareva un bisogno fisico di morire” in risposta alla volgarità della borghesia, Lisa soffre nel constatare di non essere mai stata all’altezza delle sue aspettative. L’intellettuale è costretto a tornare sui suoi passi, prendere coscienza di un’inettitudine che non elude nessuno, vittima di una società che inganna gli uomini ed edulcora le brutture della realtà.

(Lisa)

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