L’uomo e il rapporto con la morte: come ha influenzato la gestione dell’emergenza Covid?

Il rapporto tra l’essere umano e la morte, negli ultimi cinquant’anni, è cambiato radicalmente. Ecco le conseguenze che ha avuto e potrebbe avere in futuro sulla decisione politica.

Homo deus, l’opera di Harari nell’edizione inglese

Homo deus, così ci chiama Harari, ”l’uomo che sorprendentemente riesce a tener testa anche alla morte”. I cavalieri dell’apocalisse (carestia, malattia, guerra, morte) non lavorano più come una volta: eppure, solo fino a una cinquantina di anni fa, ciascuno di questi era la causa principale delle morti di massa, ciò che permetteva il prosieguo costante di una selezione naturale e, forse, rendeva il nostro rapporto con la morte un po’ meno complicato. Oggi la maggior parte delle guerre rimangono guerre fredde; le epidemie sono molto rare o comunque non fanno più i morti di un tempo, e in più la medicina riesce a ben corrergli dietro; e di carestie, almeno in Occidente, proprio non se ne parla. Addirittura è maggior il rischio di morte per eccessi alimentari che non per penuria di cibo. Insomma, per quanto riguarda la morte abbiamo tutto sotto controllo, o almeno ci proviamo. Anche se come è indubbio, la pandemia ci ha costretto a riflettere in termini nuovi sull’argomento: ma non dimentichiamo che i numeri dei decessi per Covid-19 non è nulla – e speriamo lo rimanga – in confronto ai morti della Spagnola nell’Ottocento, a quelli della Seconda Guerra Mondiale o della Grande Carestia del 1315. Il diritto alla vita è il più importante dei diritti, quello da cui poi hanno origine tutti gli altri. E per questo va difeso. Ma fino a che punto si vuole veramente la vita e non piuttosto dimostrare un potere assoluto su di essa? Dove sta il confine? Il voto sull’eutanasia aveva già sollevato la questione, soprattutto nel rapporto tra l’ambizione del medico e il volere del paziente. Quanto siamo veramente attaccati alla vita, e perché lo siamo? La morte ci fa forse molto più paura di un tempo? Questo nostro desiderio a vivere per sempre, e una prospettiva in cui sia possibile farlo, quanto è legittimo? E come influenza le decisioni politiche?

Una politica che decide la morte

Prima accennavamo alla questione carestie, che ormai in questo XXI secolo sono un evento sempre più eccezionale. E questo perché gli sviluppi tecnologici, economici e politici hanno creato una ”sempre più robusta rete di sicurezza” che separa il genere umano dalla soglia di povertà connaturale. Alias, se c’è penuria di cibo, questo fatto è dovuto alle politiche adottate dagli umani. Non esistono più carestie naturali, nel mondo, ma solo carestie politiche: se mancano gli alimenti, è perché la politica ha preso decisioni sbagliate. E simile per quanto riguarda la guerra. Se prima una guerra era quasi scontata oggi le armi nucleari costringono a trovare soluzioni alternative, perché utilizzarle sarebbe solo un atto di suicidio collettivo. Se dovessimo trovarci a morire per colpa di guerre o carestie, sarebbe esclusivamente colpa nostra. E la politica si guarda bene dal commettere simili errori, perché sa che il sommo valore della cultura contemporanea è l’importanza della vita umana. Ma non è sempre stato così.

Una rappresentazione della Peste Nera (1346)

Come ieri o come oggi

Un tempo morire era molto più ”scontato”: la morte era quasi abitudine, o comunque non era un’opzione così assurda. Anche se nemmeno allora questa consapevolezza ha alleviato le pene dei vivi. È anche vero che ci si mettevano di mezzo le religioni, a spostare il peso dalla vita terrena all’aldilà: basti pensare a Gesù Cristo che risorge dai morti, alla vittoria sulla morte e alla sconfitta delle paure su di essa. O al buddismo, dove la morte è vista come uno dei difensori del Dharma e cioè della legge cosmica. Storicamente erano proprio il rapporto con la morte e la riflessione su di essa il fondamento delle religioni collettive. Oggi, che la fede più diffusa è quella che riponiamo nella scienza e nella tecnologia, la paura rimane la stessa ma il nostro margine di azione cambia: Harari, sempre in Homo deus, dice addirittura che economia, società e politica del futuro saranno modellate dal tentativo di vincere la morte. Il che fa già rabbrividire fondi pensione e sistemi sanitari, compagnie assicurative e ministri delle finanze. E a dirla tutta anche la scienza e il progresso stesso, che come diceva Max Planck ”avvengono un funerale alla volta”, e cioè hanno bisogno che sia passata una generazione per sradicare le vecchie teorie a vantaggio delle nuove. Insomma, abbiamo sconfitto non ancora la morte ma certamente la morte prematura, e questo fatto ha avuto importantissime conseguenze su quelli che sono i percorsi lavorativi e di vita. E potendo permetterci alte aspettative, finiamo per esserle ancora più attaccati. Ma come nel caso dell’eutanasia, c’è un punto oltre il quale se l’individuo vuole lasciar andare, bisogna lasciar andare; dopo quello non importa più l’ambizione della medicina.

Odore di morte, un’opera del 1895 del giovane Munch, ossessionato da questo tema

La gestione dell’emergenza sanitaria

Oggi, a poche settimane dalla riapertura, gli italiani a rischio povertà sono 10 milioni e il presidente dell’Osservatorio violenza e suicidio Stefano Callipo conferma che c’è stata un’impennata pazzesca nei suicidi. Abbiamo controllato l’epidemia meglio che potevamo, e siamo stati capaci – ci dimostriamo, tutt’ora, capaci – di gestire una situazione che avrebbe fatto danni centinaia di volte peggiori se solo fosse capitata poche decine di anni fa. I nemici di un tempo, se vogliamo, li possiamo gestire. Il Covid non sarà ancora sparito e i dolori che può aver recato a ciascuno non spariranno altrettanto, ma se come fanno alcuni politici guardiamo alla questione da un punto di vista storico c’è da dire che sì, i cavalieri dell’apocalisse possono essere controllati. La politica ha – più o meno – fatto quel che doveva per evitare uno sterminio di massa, che poteva finire molto peggio. Il suicidio, al contrario, sembra dipendere dal singolo; e tuttavia è stato confermato che la maggior parte dei suicidi più recenti sono dovuti alle difficoltà economiche che molte famiglie si trovano a dover affrontare. E cioè, di nuovo, questioni di politica, solo ”ben” celate. Avranno anche imparato come tener testa al vecchio nemico: ma questo non significa che abbiamo diritto a lasciar passare in sordina quelli nuovi. Quanto le paura della morte e il desiderio di dimostrare che possiamo in parte controllarla, almeno nelle apparenze, ha influito sulla gestione dell’emergenza? Penso ad esempio a Boris Johnson, fermo sull’idea di portare avanti prima di tutto l’economia finché non è stata minata la sua salute personale e al fatto che solo dopo allora ha effettivamente proclamato il lockdown; e penso a tutti gli storici e scienziati che hanno ribadito, più volte, quanto strano sia che le grandi pandemie non abbiano piegato il mondo per così tanti anni e che ci abbiano fatto aspettare fino ad oggi.

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