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L’ossessione della morte: come vivere quando la paura diventa carburante per la felicità

L’ossessione della morte: come vivere quando la paura diventa carburante per la felicità

Vivere la paura, ingannare la morte, poter raccontare di averla sconfitta. L’appeal degli sport estremi e perchè ne rimaniamo ipnotizzati alla visione.

Lasciare che la propria vita sia appesa ad un filo, giocare con l’insicurezza di un movimento sbagliato ad altezze vertiginose: follia o estrema espressione della volontà di vivere? Il punto di partenza per rispondere a questa domanda potrebbe essere proprio nella nostra percezione della morte.

OSSESSIONATI DALLA MORTE: GLI UOMINI E LA PAURA

Gli uomini sono ossessionati dalla morte. Vivono evitandola, cercando in tutti i modi di non pensare ad essa. Ogni giorno, lo scorrere del tempo è scansionato da mansioni che, effettivamente, non detengono alcun fine se non quello di tenerci in vita. Guardare all’intrattenimento come fuga dalla paura di morire diventa essenziale quando si utilizza questo metro di giudizio, ma allo stesso tempo ci permette di analizzare la nostra condizione più umanizzante: l’incertezza.

Una sorta di “essere per la morte”, direbbe Heidegger.

Per quanto sia facile scansare il pensiero, dove c’è vita c’è anche morte ed è proprio da qui che l’uomo ha creato tutto ciò che ha intorno. Come già scritto, la paura può diventare carburante, da essa possono nascere altra paura così come sfida e coraggio. Lanciando lo sguardo agli sport estremi, è esattamente questo ciò che succede: quante volte abbiamo ascoltato atleti dire di “essersi sentiti vivi” mentre compievano le loro imprese più estreme?

IL CORAGGIO DI AVERE PAURA, IL CASO DI ALEX HOLLAND

Free Solo” (2018), film vincitore dell’Oscar per migliore documentario nel 2019, racconta proprio una di queste terrificanti avventure; la protagonista? La scalata della falesia El Capitan, nel parco di Yosemite.
Alex Holland, scalatore “free soloist”, ovvero della categoria di arrampicata solitaria senza corda, è stato seguito dalla troupe nella sua preparazione allo storico momento. Il fil rouge della pellicola è stato proprio la relazione fra l’uomo e la sua finitezza, dagli occhi di qualcuno che vive per sentirsi ad un passo dal cadere nel vuoto.

L’arrampicata free solo, è uno degli sport che vanta il triste record di un grande numero di morti. Sempre nel documentario, infatti, vengono citati i nomi di numerosi scalatori che hanno perso la vita completando una via, come Dean Potter e John Bachar, e viene analizzata spesso la questione del rischio corso da Alex. Il desiderio dell’arrampicatore, però, non è stato smorzato da alcun timore perché, come ripete numerosamente nelle interviste, la sua chiave per la felicità risiede proprio nel pericolo di poter mettere un piede un centimetro più in là.

LA SOTTILE LINEA CHE DIVIDE PAURA E LIBERTÀ

Non tutti vorrebbero cimentarsi in un’esperienza simile, eppure ognuno di noi condivide con Holland – seppure sia difficile crederlo – il proprio istinto di conservazione e la disperata ricerca per la libertà. Ciò che è diverso è il modo di porsi davanti ad essa.
Il problema nasce proprio dall’esistenza stessa, che con sé trascina necessariamente anche una fine; siamo creature destinate ad un tipo di sofferenza unico nel regno animale: la consapevolezza del nostro oblio.

Kierkegaard, ne “Il concetto dell’angoscia” (1844), raccontò così la forza liberatoria dell’affrontare l’angoscia, paura del mortale.

“L’angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso, è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhio che nell’abisso; perché deve guardarvi. Così l’angoscia è la vertigine della libertà…”

Ma la nostra percezione potrebbe essere stravolta se volessimo, invece, prendere in esame quanto detto dal suo collega Hegel nella “Fenomenologia dello Spirito” del 1807. Nel passaggio riguardante la dialettica servo-padrone, ecco che la paura di morire interferisce sulla nostra volontà di autoaffermazione, rendendoci schiavi delle altre autocoscienze.

Ciò si traduce, nella filosofia hegeliana, nella più dolce ricompensa per chi abbandona quanto di più umano possa essere pensato: la libertà.

Fonti consultate: articolo “La Filosofia e la paura” di Andrea Comincini;
articolo “Il coraggio di avere paura. Hegel, Freud, Sartre” di Florinda Cambria.

 

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