Il desiderio del nulla nel film “Melancholia” è lo stesso delle “Troiane” di Seneca

Di fronte alla morte e alla sofferenza come reagisce l’uomo? La disperazione invade l’animo, soffocandolo e paralizzandolo e spesso genera anche una sorta di morboso desiderio del nulla.

È questa particolare attrazione verso il nulla, il vuoto e l’annientamento totale che emerge dal film “Melancholia” e dalla tragedia del filosofo latino Seneca “Troiane”. Nello sconforto sia delle protagoniste della pellicola, sia di quelle dell’opera teatrale alleggia in sottofondo questa domanda: qual è il senso di vivere se il destino è già segnato dall’incombere della morte?

“Melancholia”: Justine e Claire affrontano la fine

“Melancholia” è un film di Lars von Trier, uscito nel 2011. È diviso in due parti, corrispondenti alle due sorelle protagoniste: Justine e Claire. Nel contesto apocalittico dell’imminente fine del mondo, la pellicola si apre con le scene del matrimonio della prima. Infatti la Terra rischia di essere colpita e annientata da un pianeta 10 volte più grande, detto Melancholia. Justine, anche in quello che dovrebbe essere il giorno più bello della sua vita, manifesta segnali di depressione. Non riesce a sopportare l’intera durata dei festeggiamenti, rifiuta l’approccio del marito per poi subito dopo concedersi ad un uomo appena conosciuto e successivamente si licenzia insultando il proprio capo. Il suo comportamento è caratterizzato dalla sfinitezza, da una sorta di debolezza mortale che le impedisce di compiere anche le più semplici e banali azioni quotidiane. Claire si sforza in tutti i modi di aiutare la sorella a riprendersi un briciolo di serenità e nello stesso tempo combatte con il timore per la possibile collisione mortale tra la Terra e Melancholia prospettata dagli scienziati. Suo marito John, se in un primo momento la rasserena, scongiurando la funesta ipotesi, in seguito la getta nel panico più totale con il suo suicidio. Infatti ormai la fine del mondo appare inevitabile e Claire, il figlio e Justine non possono fare altro se non attenderla impotenti.

Justine e le Troiane sono assillate dalla stessa angoscia

L’attrice Kirsten Dunst ci mostra magistralmente la paralisi interiore che si verifica nel personaggio di Justine, per cui anche il tanto amato polpettone ormai ha acquistato il sapore della cenere, perché se si perde l’attrazione per la vita nulla ha più senso.

Io… arranco tra tutti quei… fili… di lana grigi… che mi si attaccano alle gambe. Sono così pesanti… da trascinare.

In lei si verifica una sorta di anelito al nulla, all’annullamento, che si traduce nel rifiuto per ogni attività che non sia dormire. Tuttavia di fronte all’ineluttabilità della catastrofe lei è forse quella che con più lucidità riesce ad affrontare il proprio destino, probabilmente perché non vede nella morte un nemico, ma un liberatore. Il tema della morte e della distruzione è fortemente presente anche nella tragedia del I secolo “Troiane” composta da Seneca. In quest’opera vengono presentati gli eventi successivi alla caduta di Troia, con particolare attenzione verso l’efferratezza senza fine dei greci. I soldati achei non si accontentano della strage già compiuta, ma vogliono aggiungervi la morte dei giovani Astianatte e Polissena, vittime necessarie per propiziarsi il rientro in patria. Questo sommarsi impietoso di sofferenze è raccontato penosamente dai lamenti delle donne troiane, contro la loro volontà testimoni del tremendo massacro. A loro i morti appaiono più fortunati, in quanto non costretti ad assistere alla rovina della loro città e ad essere resi schiavi dei vincitori. Tutte quelle tribolazioni hanno prosciugato il loro animo e anelano l’annichilimento totale che solo la morte e il suo oblio possono garantire.

Dopo la morte è il nulla e la stessa morte è il nulla, meta ultima di una veloce corsa. (…)

Chiedi in che luogo giacerai dopo la morte?

dove giacciono le cose non nate.

“Il sacrificio di Polissena” di Giovanni Francesco Romanelli

Il delirio allucinato di Andromaca

Fra le disperate donne troiane spicca in particolare lo strazio interiore di Andromaca, vedova dell’eroe Ettore, ucciso e dilaniato spietatamente da Achille. Per lei la città era già caduta da quando aveva visto il cadavere del marito trascinato dal carro del crudele Pelide. Le è rimasto solo il figlioletto Astianatte, ricercato dai greci in quanto ritenuto pericoloso per la rifondazione di Troia. Martoriata dalla sofferenza, non ha più lacrime per disperarsi e tende ossessivamente alla morte. L’apparizione in sogno del marito l’ha gettata nel timore, costringendola a rimanere in vita per proteggere il figlio, unica speranza per la vendetta frigia. Lei, come Justine, si trova in uno stato di angoscia, che brama unicamente il vuoto. Priva di ogni speranza, abbattuta come una città, inebetita dal dolore, il destino disastroso di Ilio non la tange. Ha un lucido e allo stesso tempo delirante atteggiamento verso il futuro.

Perché, disgraziata folla di Frigia, vi lacerate le chiome e percuotendovi il misero petto, rigate le guance di un pianto abbondante? Abbiamo sopportato lievi sventure,
se ciò che soffriamo è motivo di pianto.  (…)

Allora abbattuta e distrutta accetto tutto ciò
che accade intorpidita dai dolori e irrigidita, insensibile.

Lascia un commento